Il ricorso al “buon senso” come argomento politico ha assunto negli ultimi anni un ruolo quasi onnipotente. Ogni decisione controversa – per non dire brutale – sull’immigrazione, sulla sicurezza, sui diritti individuali viene giustificata come “ovvia”, “pratica”, “comprensibile a tutti”. Questo linguaggio non è neutro, ma un potentissimo strumento di legittimazione politica, che tende a sostituire il dibattito giuridico e democratico con una sorta di giudizio immediato, intuitivo, apparentemente al di sopra delle ideologie.
Parlare di “buon senso” significa dare per scontato che esista una verità sociale comune, evidente e condivisa, rispetto a cui chi obietta può essere etichettato come ideologico, astratto o fuori dal mondo della gente normale.
In questo modo, il concetto viene usato per ridurre alla banalità questioni complesse, come la gestione dei migranti o la tutela dei diritti di figli allevati nel bosco, e per chiudere la discussione piuttosto che aprirla. La retorica del buon senso, insomma, non è una forma di chiarezza, ma una maschera di neutralità che nasconde scelte politiche e normative pesantemente ideologiche.
Nel dibattito intorno ai rimpatri e alla tutela dei migranti, il “buon senso” è candidamente evocato per legittimare misure che semplificano la realtà, riducendola a una formula popolare: “se non hai diritto a stare qui, torna a casa, e chi ti aiuta a farlo fa una cosa ragionevole”. Questo ragionamento prescinde però dalle complessità giuridiche, economiche e sociali dei percorsi migratori, nonché dall’essenza della professione di avvocato e dalle responsabilità storiche e politiche dei paesi riceventi. In questo modo, il buon senso diventa un filtro che seleziona solo una parte della realtà, quella che rassicura l’opinione pubblica, e cestina tutto il resto. I dati, i diritti, le storie individuali vanno ributtati a mare.
Il problema non è che il buon senso non esista, ma che nella politica contemporanea esso venga saldato alla sicurezza, alla chiusura e alla diffidenza, e mai alla cura, alla responsabilità condivisa o alla giustizia materiale (non sono anche queste cose soggette a buon senso?).
Quando si parla di buon senso, si suggerisce che la soluzione “ovvia” sia quella più dura, non quella più complessa o più equa. È evidente solo l’esigenza di avere più controlli, più espulsioni, meno tutela. In questo modo, il concetto viene sottratto alla filosofia e alla riflessione morale, e trasformato in un codice di conformità sociale, che pone chiunque in disaccordo in una posizione di sospetto.
Criticare il concetto di buon senso non significa idealizzare la complessità, né difendere una politica che ignora la domanda di sicurezza e di ordine. Vuol dire però ricordare che il buon senso non è un’istanza naturale, bensì una costruzione culturale, spesso politicamente orientata, che può essere usata per normalizzare ingiustizie. Una vera cultura democratica avrebbe dovuto smascherare questa operazione, invece di adeguarsi a un linguaggio che riduce la politica a una serie di slogan “ovvi”, trasformando la complessità in un difetto e la critica in un ostacolo. Vero Presidente Meloni?
Gian Luigi Corinto
