Architetti etnei: monumenti e centro storico spina dorsale delle città

CATANIA – Il Centro storico e i monumenti rappresentano un patrimonio culturale e artistico di inestimabile valore. Questi luoghi ricchi di storia sono veri e propri testimoni del passato, custodi di tradizioni, storie e identità di una comunità. I monumenti sono simboli tangibili di un’epoca passata e offrono una finestra attraverso la quale ci si può affacciare per comprendere la società, l’architettura e l’arte di quei tempi. Sono purtroppo risorse invisibili che potrebbero diventare preziose per ogni comunità, non solo in termini di valore storico e culturale. La loro preservazione e valorizzazione possono contribuire a rafforzare l’identità di una città o di un paese, creando un legame tra passato, presente e futuro. Diventa cruciale dunque promuovere la consapevolezza dell’importanza del centro storico e dei monumenti con iniziative di sensibilizzazione. 

Tema che gode dell’attenzione dell’Ordine e della Fondazione degli Architetti PPC di Catania, che promuovono eventi mirati a far emergere questa “risorsa invisibile” e a coinvolgere la comunità nella sua salvaguardia. Tra questi, quello organizzato in collaborazione con l’Università di Catania e il Consiglio Nazionale degli Architetti – volto a dibattere sulla necessità di preservare il centro storico e i monumenti e di investire su queste risorse, creando un legame intrinseco tra le generazioni passate, presenti e future.

Ad aprire i lavori dell’incontro – tenutosi il 7 dicembre presso l’Aula Magna del Palazzo Centrale dell’Università di Catania e inserito nel ciclo di eventi promossi per festeggiare il ricorrere dei 100 anni dalla legge che regolamenta la professione di architetto – i presidenti di Ordine e Fondazione, Sebastian Carlo Greco ed Eleonora Bonanno: «In occasione del centenario della professione, abbiamo dato risalto a tutte le anime che rappresentano la nostra categoria. Abbiamo già parlato di Architettura e Paesaggio, oggi è stato il turno della conservazione. Vogliamo mettere in luce le nostre competenze, il modo in cui si studia il nostro territorio, il centro storico e il corretto approccio per operare in questi contesti. Non si può improvvisare, serve essere preparati». «Il tema proposto è di fondamentale importanza – ha dichiarato Francesca Longo, prorettrice dell’Università di Catania – l’interazione tra l’Ateneo e i professionisti del settore rappresenta un valore aggiunto in questo processo di recupero dei centri storici e dei monumenti, soprattutto in una città come la nostra. Un processo che deve essere anche culturale e non soltanto mirato all’intervento diretto sugli edifici, che sono una risorsa “visibile”, oggi più che mai, da un punto di vista del patrimonio storico-culturale e anche sociale, ma purtroppo è ancora “invisibile” a molti».

Focus del dibattito i beni culturali e il centro storico, oggi in «un momento di agonia, che può essere superato grazie all’intervento degli architetti, figure centrali per il restauro di alcune aree», secondo Giuseppe Marano, consigliere dell’Ordine degli Architetti PPC di Catania. Concetto rafforzato dal consigliere nazionale del CNAPPC Anna Buzzacchi, per la quale occorre una riflessione sul futuro: «Un patrimonio identitario da trasmettere alle generazioni del domani. Dobbiamo lavorare per l’adeguamento del patrimonio esistente e rendere la città a misura d’uomo, allineando gli interessi comuni con quelli privati: il centro storico è una “città dei 15 minuti”».

Ad ascoltare con attenzione, il vicesindaco di Catania Paolo La Greca: «La fase di rigenerazione deve essere foriera di novità. Bisogna tornare a riflettere sulle aree che sono state già costruite e sulla loro trasformazione, aspetto su cui l’amministrazione Trantino sta ponendo grande attenzione. È fondamentale ripensare la qualificazione urbana, che deve puntare a far crescere i quartieri della città».

Due i focus di giornata. Il primo sul centro storico, cui sono intervenuti Salvatore Maria Calogero (ingegnere Storico della città di Catania), Giuseppe Longhitano (architetto responsabile Confrestauro Regione Sicilia), Vera Greco (ex soprintendente di Catania), Rosalba Panvini (docente DISUM UniCT) e Giulia Sanfilippo (professoressa del DICAr UniCT). «È una giornata che deve sfociare in altri momenti di confronto – ha dichiarato la docente del Dicar – perché rappresentano un arricchimento per chi opera sugli aspetti pratici e su quelli teorici dei Beni Culturali».

 

Il secondo approfondimento è stato sui monumenti, con le relazioni di Caterina Parrello (architetto e direttrice editoriale di “Chiesa Oggi, Architettura e Comunicazione), Giuseppe Amadore (architetto) e Francesco Finocchiaro (docente dell’SDS Architettura di Siracusa – DICAr UniCT). Ad accendere i riflettori sul centro storico etneo e sulla necessità della programmazione e pianificazione è stato Gesualdo Campo (ex dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana). «L’impianto ortogonale e la ricostruzione post colata lavica del 1669 e del terremoto del 1693, rendono Catania la prima città commerciale nella storia – ha affermato Campo – Proprio per questa grande capacità progettuale, che individua anche luoghi di culto e di interesse, un “Piano Vespa” potrebbe essere un modello per la futura programmazione della città di Catania».

 

Nel pomeriggio, si è entrati più nel vivo attraverso alcuni esempi di eccellenza in tema di restauro. Sul podio Mario Massimo Cherido (esperto specialista in chimica del restauro), Fulvia Caffo (ex soprintendente di Catania), Daniele Raneri (architetto) e Gianfranco Gritella (architetto): «È stato un intervento particolare sia come scala che come importanza tecnologica – ha affermato Gritella, riferendosi ai restauri strutturali della facciata juvarriana di Palazzo Madama a Torino – Per la prima volta, dopo 100 anni, è stata affrontata la tematica del consolidamento con tecniche particolari e travi d’acciaio completamente nascoste e l’utilizzo di fibre di carbonio La prima per evitare dissesto e collasso di importanti architravi della lunghezza di 7 metri, il secondo per contenere nelle sue posizioni originali circa 300 frammenti di marmo deteriorati».