La giuria della Biennale Arte di Venezia ha annunciato che non assegnerà premi ai padiglioni di Russia e Israele, motivando la decisione con l’accusa che entrambi i Paesi si sarebbero resi responsabili di “crimini contro l’umanità”. La scelta, paradossale, arriva mentre la stessa Biennale aveva già deciso di riammettere artisti russi alla propria esposizione.
La decisione solleva una contraddizione di fondo. Accomunare artisti russi e israeliani sotto la stessa etichetta ignora una differenza sostanziale tra i due contesti. In Russia non esiste libertà di espressione garantita: chi dissente rischia il carcere, la sparizione o l’esilio. In Israele, nonostante le tensioni e alcune limitazioni su specifici temi, esiste uno Stato di diritto con possibilità di ricorso, appello e un ambiente artistico storicamente indipendente dal governo. Equiparare le due situazioni non è un atto di equità ma una semplificazione che penalizza chi, in Russia, ha già pagato un prezzo per la propria libertà creativa.
Mettere sullo stesso piano artisti che operano sotto una dittatura e artisti che vivono in una democrazia imperfetta ma funzionante significa ignorare il significato stesso della libertà di espressione.
Pietrangelo Buttafuoco, attuale presidente della Fondazione della Biennale, nonché il ministro della Cultura Alessandro Giuli sono esempi di uno “statalismo” nella gestione della cultura: figure scelte per la loro consonanza con l’attuale governo piuttosto che per un curriculum specifico nel settore delle arti visive e della gestione culturale internazionale.
Il dibattito sulle nomine politiche ai vertici delle grandi istituzioni culturali italiane è ricorrente e riguarda anche altri enti come RAI e Cinecittà.
La Biennale di Venezia è una delle manifestazioni d’arte contemporanea più importanti al mondo: fondata nel 1895, attira in ogni edizione centinaia di migliaia di visitatori e rappresenta un palcoscenico diplomatico e culturale di primo piano. Le sue scelte, proprio per questo, hanno un peso che va oltre l’ambito artistico.
Marco Perduca
già senatore, dirigente associazione Coscioni, collaboratore Aduc
