La cartina della felicità: lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino

Carissimi,

in questo momento ci troviamo schiacciati dalla dolorosa condizione di tragiche situazioni di morte e di odio che dominano sempre più il mondo, e tutti percepiamo l’incapacità di andare al di là della cronaca, che inevitabilmente comprime la fiducia e la speranza.

Noi cristiani, però, in questo frangente storico, non possiamo dimenticare la nostra identità e la missione, a cui siamo chiamati. Pertanto, ci ritroviamo “obbligati” ad avere uno sguardo nuovo sul mondo, purificato dalla sincera presa di coscienza del peccato e sostenuto dalla preghiera, che affonda le radici nell’ascolto attento e fiducioso della Parola di Dio.

In tale prospettiva desidero che, nel momento presente, risuoni una parola chiave per rilanciare la vita umana e spirituale: consolazione.

Nel farlo tengo in grande considerazione e rispetto la realtà di quanti sono toccati nel profondo da qualche grave situazione (malattia, lutto…). Comprendo bene che per costoro tale approccio potrebbe suonare fuor di luogo, quasi una beffa. Tuttavia mi auguro e spero che questa mia riflessione possa offrire almeno un piccolo sostegno.

Consolazione educa all’ascolto non solo delle parole, ma dei silenzi, a sospendere il giudizio, a fermarsi davanti all’altro, facendo spazio.

Nella Bibbia il verbo consolare assume colori e significati diversi: vivificare, pacificare, infondere coraggio, …

Nella lingua greca parakaléo acquista sfumature riconducibili ai sinonimi: incoraggiare, esortare, sostenere, confortare.

Abbiamo, però, un preciso riferimento evangelico in Gv 14,6:

E io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre.

Qui appare evidente che il primo atto del Consolatore e della nostra consolazione risulti nello “stare accanto e aiutare”.

Il secondo passo, sulla falsariga del dono dello Spirito, consiste nella funzione illuminante della consolazione, perché la realtà necessita di essere ben chiara e compresa. Si tratta di un certo discernimento, fatto alla luce della Parola, seguendo le indicazioni del salmista (Sal 119,105):

Lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino.

Conosco bene le immediate ricadute di tale prospettiva: significa remare contro la corrente propinata dai mass-media, nella quale – tranne qualche rara eccezione – navigano la freddezza, la fuga dalla sofferenza e l’ego narcisistico. Così tantissimi, pur trovandosi attorniati da altre persone, si scoprono a vivere nella più tetra solitudine, avvolti dalla propria desolazione.

La consolazione non è la commiserazione che fa lacrimare per alcuni istanti davanti alla disperazione altrui. No, essa è fortemente concreta. È fatta di volti, sguardi, movimenti, carezze, vicinanza, … il tutto avvolto dall’energia che proviene dallo Spirito, il Consolatore per antonomasia.

C’è un passaggio ineludibile nel Vangelo del quale bisogna sempre fare memoria, premettendo che nessuno può consolare un altro essere umano, se prima non abbia sperimentato la forza e la presenza del Signore Gesù che invita ancora oggi:

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e Io vi darò ristoro (Mt 11,28).

Gesù dice: “Io ci sono, e sono la vita”, sono il sole dentro tutte le vostre notti, la forza che abbraccia e solleva da tutte le cadute. Vanto del credente è, dunque, vivere nella vita di Dio!

E allora respira, spera, allarga il cuore, lasciati attraversare dalla brezza dello Spirito.

Dio non ti forza, ti chiama ogni giorno e ogni chiamata porta con sé una responsabilità: rispondere.

Di certo tutti dobbiamo sempre chiedere, nella preghiera, al Signore il suo intervento, magari con le parole del salmista (e verosimilmente anche di Giobbe): «Si consumano gli occhi per la tua promessa, dicendo: “Quando mi darai conforto?”» (Sal 119,82).

Fra i tanti richiami biblici del Primo Testamento, il più conosciuto è l’imperativo che Isaia a nome di Dio rivolge ai credenti, nel momento in cui c’è da ricostruire il tessuto sociale e religioso del popolo dopo l’esilio: “Consolate, consolate il mio popolo (…) parlate al cuore di Gerusalemme” (Is 40,1-2).

La situazione odierna non è, poi, così diversa da quella a cui faceva riferimento il profeta.

Anche oggi abbiamo il compito di parlare all’intimo dell’uomo, incoraggiare, confortare gli smarriti di cuore… E smarrire la strada è la cosa più semplice, se dimentichiamo il “trapianto” avvenuto in ciascuno di noi dal giorno del Battesimo: il Signor ha tolto il cuore di pietra e ne ha impiantato uno di carne (cfr. Ez 11,19).

Ciò non può lasciarci “indifferenti”, ma deve rimodulare lo sguardo, l’attenzione, la responsabilità verso i fratelli. In una parola si tratta di mettere in campo la compassione.

È scegliere il bene, anche quando costa. È respiro. Non nega il buio, ma lo attraversa.

È forza che libera, non solo chiarore, ma verità che illumina, calore che scioglie.

È presenza che guida, luce che non abbaglia, ma orienta.

Quest’atteggiamento sembra essere latitante proprio nel momento in cui dobbiamo alzare lo sguardo verso le necessità e le esigenze degli altri. Quanto siamo distanti dall’umanità sofferente!

Ho sempre pensato alla scena di Maria di Magdala al sepolcro di Gesù che si sente chiedere:

Donna, perché piangi?”

Noi, forse per un falso pudore, difficilmente rivolgiamo la stessa domanda con estrema delicatezza a coloro che piangono lacrime evidenti e lacrime ingoiate.

Il Vangelo ci ricorda che la Maddalena stava vivendo un momento di grande desolazione perché percepiva che era stata strappata dalla sua vita la persona più significativa che le aveva fatto riscoprire la libertà e l’amore vero. Lei è salvata da uno sguardo perché questo, con più forza delle parole, può liberare e distruggere.

La sua vita riprende quando sperimenta che nel Risorto si era compiuta la profezia di Isaia 61, 1-2:

Il Signore è su di me (…) mi ha mandato (…) a consolare gli afflitti.

Qui, nello specifico, la consolazione si configura come parola che fa andare oltre l’oscurità della morte. Lo sguardo è la porta dell’anima, è il ponte verso l’altro: dobbiamo ritrovare il coraggio di guardare negli occhi noi stessi, gli altri, la vita, Dio.

Restare aderenti alla vita è correre dietro il profumo e le orme di Dio!

Occorre leggere le follie quotidiane di questo presente, gli innaturali ritmi cui ci siamo assuefatti, ma saper guardare oltre, preparando, inconsapevolmente, il futuro. In questi momenti non dovremmo perdere il legame con Chi rende viva ogni cosa. Allora i nostri occhi e il nostro cuore saranno pieni di una meraviglia che nessuno sarà capace di strappare.

Pertanto, dove andrò ad adorare Dio? Non su un monte, non nel tempio, ma in me: sono io il monte di Dio, io il suo tempio e Lui la sorgente delle mie sorgenti. Siamo mendicanti di acqua viva, ma dall’incontro col Cristo ritorneremo ricchi di cielo, se nell’intimo abbiamo accolto quel Dio che fa nascere e rinascere, che abbatte barriere; allora sì, che sentiremo sgorgare fra le mani il canto di una sorgente e diventeremo consapevoli di ciò che siamo: figli, i quali non da carne, non da sangue, ma da Dio sono stati generati (cfr. Gv 1,13). Nascere ogni giorno con la vita di Dio dentro è attesa, restando fedeli anche quando tutto sembra lento perché Dio lavora nel tempo e il tempo di Dio non è mai sprecato.

Oggi non avere fretta di capire tutto. Abbi solo il coraggio di restare.

Cari amici,

anche noi nel contesto della tribolazione, delle difficoltà, della disperazione dobbiamo ruminare le parole di S. Paolo contenute nella II Lettera ai Corinzi 1, 3-4, che la liturgia parafrasa come saluto del presidente all’inizio della celebrazione eucaristica:

Fratelli e sorelle, “Il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione che ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione” sia con tutti voi.

Ettore Sentimentale