Questo 25 Aprile. Liberazioni e gabbie politiche a Firenze

Non è detto che questo 25 Aprile abbia il record del più divisivo della pluridecennale storia di questa ricorrenza. In futuro potrebbe andare peggio. Tra gli spari di Roma contro due iscritti all’Anpi, la cacciata dello spezzone della Brigata Ebraica a Milano, il riferimento alle «saponette mancate» nel set di beauty-care nazista, l’allontanamento dal corteo di Bologna di un professore ultraottantenne colpevole di esibire le bandiere dell’Ue e dell’Ucraina, con il solerte commissario politico di pettorina vestito che intimava — lui all’ottuagenario — di non mettergli le mani addosso, difficile che si possa immaginare di andare oltre. Ma ormai la drammatica comicità alla Helzapoppin’ non ha limiti.

Tuttavia, c’è stato un gesto, proprio a Firenze, che in altri momenti sarebbe stato considerato normale ed ha acquisito invece, in questo caleidoscopio di follia, un valore rivoluzionario. Succede che, durante le celebrazioni mattutine in piazza dell’Unità, davanti alle autorità politiche, civili, militari e religiose, si alternino al microfono i rappresentanti delle diverse confessioni. E che l’imam di Firenze Izzedin Elzir, palestinese, dopo aver pronunciato il suo intervento, legga il saluto del rabbino capo di Firenze, Gadi Piperno, che al 25 Aprile — caduto quest’anno nello shabbat ebraico — non è potuto intervenire. A rischio di fare paragoni blasfemi, c’è da chiedersi se questo gesto non abbia in sé uno dei valori più forti del 25 Aprile. Quella Liberazione che è anche rottura dei lacci ideologici del partito preso che la politica non riesce a recidere, del farsi carico delle sensibilità e delle ragioni dell’altro che si muove nel tuo stesso perimetro di libertà, di contrarietà a qualsiasi forma di oppressione da parte di «una manciata di tiranni», per dirla con le parole del Papa. È un gesto che, pur tra le mille contraddizioni di questa nostra epoca, richiama tutti ad un serio esame di coscienza. A chiedersi, per esempio, se sia normale che, sempre a Firenze, la città che ha reagito subito all’eccidio perpetrato dai tagliagole di Hamas il 7 ottobre in Israele e, poche settimane dopo, alla macelleria israeliana a Gaza senza giustamente sentire in questo un controsenso, una ragazza si scagli contro le bandiere ucraine in piazza Signoria urlando «fuori i nazisti (sic!) da Firenze» e sostenendo che «non sono in linea con la Costituzione». Testo che probabilmente ha letto svogliatamente, come il pluricitato art.11 di cui spesso si recitano solo le prime quattro parole, «L’Italia ripudia la guerra», sorvolando sbadatamente sul resto e cioè «come strumento di offesa degli altri popoli». E cos’è l’invasione russa dell’Ucraina? Certo, le contraddizioni esistono. Ma sarebbe un arretramento della politica pensare che solo la fede possa gestirle. O che per forza si debba essere così ecumenici alla Jovanotti. Ma per tornare davvero all’essenza del 25 Aprile, non si può catalogare come fascismo — se non attraverso stucchevoli sofismi — solo ciò che ci suggerisce l’appartenenza.

Stefano Fabbri

(articolo pubblicato su Corriere fiorentino – Corriere della Sera del 28/04/2026)