Accoglienza profughi afghani e non solo. I consigli da non seguire

Per l’accoglienza dei profughi afghani, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando dice: ripopoleremo i borghi abbandonati, paesi interi che si sono svuotati e che rischiano di sparire.

Sarebbe auspicabile proprio il contrario, signor Sindaco. Non la creazione di ghetti afghani, ma l’integrazione nella popolazione locale… che è proprio ciò di cui avrebbe bisogno un profugo. Comprendiamo i problemi del territorio del Sindaco Orlando (problemi diffusi su tutta la Penisola e non solo), ma il ripopolamento civico e umano non si fa con le logiche degli animali nelle zone rurali.

Strana concezione di aiuto quella del Sindaco palermitano. Non ci vuole un trattato di sociologia e psicologia per capirlo. Come se in tutti questi anni in cui il nostro Paese non abbia mai dovuto affrontare i problemi di accoglienza e integrazione dei migranti di tutto il mondo, e come se non abbia sperimentato che la creazione dei ghetti sia solo un metodo per alimentare distanza, differenza, “tortura” della nostalgia, fino alla creazione di gruppi di migranti contrapposti (in questo caso. Forse anche con violenza) alle popolazioni indigene più fortunate dei paesini vicini, con bar, ristoranti, mercati, intrattenimenti vari.

Ciò di cui un migrante (e soprattutto un profugo: perseguitato che scappa più di un migrante culturale ed economico) ha bisogno, è soprattutto calore umano, civico e sociale. Che gli viene anche da coloro che sono nella sua stessa situazione, ma soprattutto dal non sentirsi emarginato, estraneo, ma parte di una comunità in cui si appresta a vivere la sua nuova vita. Nel caso Afghanistan, poi, non crediamo di essere azzardati se non ipotizziamo tempi brevi per il ritorno in patria dei profughi.

I migranti, signor Sindaco, sono come noi, cittadini del Pianeta che, al momento hanno avuto più sfortuna per essere nati in luoghi in cui non si sentono rispettati.

 

* La Repubblica

 

Vincenzo Donvito, Aduc