La guerra oggi: il ruolo della neuropropaganda

di Roberto Malini

La guerra contemporanea non si combatte soltanto con missili, droni e carri armati, ma anche con una pressione continua sulla percezione. La neuropropaganda nasce proprio dall’uso combinato delle tecniche politiche, mediatiche e pubblicitarie con la conoscenza dei meccanismi emotivi e cognitivi del cervello. Davanti a immagini di distruzione e numeri di morti innocenti, il messaggio propagandistico non invita a pensare, ma a reagire.

Il senso di appartenenza e quello di vendetta producono identificazione e di fronte a messaggi attentamente calibrati un certo pubblico avverte la realtà come una serie di eventi necessari. “Restiamo vicini ai nostri soldati”, “è una guerra giusta”, “siamo discriminati, ma siamo nel giusto”, “quelli sono tutti nemici”, “bambini? Sono ancora bambini?”.

Così l’orrore viene riorganizzato in una cornice mentale che lo rende accettabile. “Non c’era alternativa”, “o noi o loro”, “erano scudi umani”, “il terrorismo è ovunque”, “le istituzioni internazionali mentono”. Il risultato è una frattura morale. Ciò che, visto senza filtro, apparirebbe come crimine contro l’umanità viene percepito dai destinatari della neuropropaganda come necessità strategica. La ripetizione consolida questa percezione, mentre il pregiudizio di conferma seleziona solo le informazioni compatibili con la narrazione già assorbita.

Non è assenza di intelligenza, ma cattura dell’intelligenza dentro un circuito emotivo. La neuropropaganda non cancella la coscienza, ma la addestra a non riconoscere più la vittima come simile. Per questo il primo atto di resistenza è restituire alle immagini e ai numeri il loro significato umano. Ogni bambino ucciso, ogni famiglia distrutta, ogni città resa invivibile non è un argomento da giustificare, ma una domanda radicale rivolta alla nostra responsabilità. E non si devono temere parole come “genocidio” o “crimine di guerra”.