DIRITTI O PRIVILEGI ACQUISITI?

Egregio Direttore,
si parla tanto di diritti ma mai di DOVERI. Si parla di SOLIDARIETA’, di SUSSIDIARIETA’, ma cosa si fa in concreto per rendere questa società meno “bestiale”, più umana e più giusta ? Mi pare ben poco, o nulla! Coloro che detengono il potere di fare le LEGGI, i nostri beneamati Parlamentari (che scrivo con la P maiuscola solo per rispetto del ruolo istituzionale che occupano) cosa fanno in tal senso ? e soprattutto le Sinistre ? Su questo tasto non ci sentono o fingono di non sentire, TACCIONO TUTTI ipocritamente e lasciano le cose come stanno. Perché sanno benissimo che sono loro i primi che di questa anomala e profondamente ingiusta situazione si avvantaggiano, per cui non si adoperano minimamente per modificarla. Il CAMBIAMENTO fa loro paura, perché pensano che si ritorcerebbe a loro danno. Così ragiona la bella gente che abbiamo mandato in Parlamento, o almeno la maggioranza che lo compone, pertanto come possiamo sperare che costoro possano cambiare le LEGGI ATTUALI che sono la FONTE DI TUTTI I MALI DEL NOSTRO PAESE ? Andrebbero buttati a mare tutti, o quasi, per rieleggerne di nuovi più colti, più preparati e più saggi. Direi anche più onesti, ma l’onestà è una dote intellettuale che deriva naturalmente dalla saggezza. Ma ritorniamo alla questione che ci interessa, quella delle DISCREPANZE DELLE RETRIBUZIONI ESISTENTI OGGI TRA LE VARIE CATEGORIE SOCIALI, che è fondamentalmente la causa di tante divisioni (non dico “lotta di classe” solo perché linguaggio veterocomunista a molti indigesto) e del malcontento sociale. Nessuno vuole affrontare seriamente il problema, e ne abbiamo sommariamente detto i motivi (i “privilegiati” non intendono togliersi i “privilegi”). E pensare che BASTEREBBE UNA LEGGE SEMPLICISSIMA, che facesse una CHIARA DISTINZIONE TRA DIRITTI E PRIVILEGI. Se i primi non andrebbero toccati, non così i secondi sui quali si dovrebbe aprire un doveroso dibattito. A esempio perché non considerare “privilegi” certi superstipendi, certi “vitalizi” e certe superpensioni di Parlamentari e managers pubblici, ma anche privati, quando superano un certo tetto? E perché non fissare dei “tetti” oltre i quali il percepito non è più da considerarsi un “diritto” ma un “privilegio” ? Se si cominciasse a fare una simile distinzione credo che l’opinione pubblica potrebbe volgere dal disprezzo all’apprezzamento della Politica, perché vedrebbe che si sta interessando anche ai problemi della società civile e non solo alla difesa degli interessi della casta dei privilegiati, nel saggio tentativo (utopico? non credo) di andare verso quella equità sociale che (a detta di religiosi, filosofi e cultori di scienze sociali) dovrebbe essere la meta di tutte le democrazie degne di questo nome.
Giovanni Dotti