Lo sciopero degli autotrasportatori in Sicilia contro il caro gasolio non è stata soltanto una vertenza di categoria: è la manifestazione più evidente di una crisi strutturale della mobilità e della logistica dell’isola.
Quando si fermano i camion, si ferma la Sicilia. E questo accade perché l’intero sistema dei trasporti è stato costruito, e progressivamente abbandonato, su una dipendenza quasi totale dalla gomma.
Le cronache degli ultimi giorni parlano chiaro. Proteste diffuse, rallentamenti nei collegamenti, tensioni lungo le principali arterie e una crescente difficoltà nel garantire la distribuzione delle merci. Le denunce sul caro carburanti, rilanciate anche dalle organizzazioni sindacali, non riguardano solo il prezzo del gasolio, ma un equilibrio economico ormai saltato.
Gli autotrasportatori lavorano in un contesto in cui i costi aumentano costantemente e i turni sono sempre più massacranti, mentre infrastrutture inefficienti e tempi di percorrenza incerti erodono margini già ridotti. È un sistema che scarica sui lavoratori e le piccole imprese il peso di scelte politiche sbagliate e di una programmazione assente.
Il punto è che questa crisi non arriva all’improvviso. È il risultato di anni in cui si è scelto di non scegliere. Mentre in altre regioni e nel resto d’Europa si investiva su ferro, intermodalità e logistica integrata, la Sicilia è rimasta inchiodata a un modello fragile, esposto a ogni variazione dei costi energetici e incapace di assorbire shock anche minimi. Se il carburante aumenta, tutto si blocca. Se una strada si deteriora, non esistono alternative credibili. Se un nodo logistico entra in crisi, l’intero sistema va in affanno.
E in questo quadro si inserisce un paradosso ancora più profondo: la Sicilia è una terra che produce energia, ma non ne controlla davvero il destino né i benefici. Il caro carburanti che oggi mette in ginocchio gli autotrasportatori è anche il risultato di questa contraddizione: risorse formalmente “proprie”, ma di fatto gestite altrove e da altri, senza una strategia che restituisca vantaggi concreti al territorio. Così, mentre si pagano i costi ambientali e sociali dell’estrazione e della raffinazione, si continua a subire prezzi elevati e dipendenza energetica, aggravando una crisi già strutturale.
In questo contesto, parlare del Ponte sullo Stretto come priorità strategica appare sempre più come una fuga dalla realtà. Dire no al Ponte e sì a una riconversione radicale della mobilità in Sicilia non è una posizione ideologica, ma la conseguenza logica di evidenze ormai incontestabili.
In questo quadro, la posizione di chi si oppone al Ponte non è una chiusura, ma una richiesta di responsabilità. Spostare risorse e attenzione su ciò che serve davvero, ovvero manutenzione, sicurezza, trasporto pubblico efficiente e integrazione dei sistemi.
Le prospettive, se si cambia direzione, esistono e sono concrete: investire sul ferro, rendere competitivo il trasporto pubblico, introdurre servizi flessibili nelle aree interne, ridurre la dipendenza energetica e migliorare la sicurezza stradale. Ma sono prospettive che richiedono una scelta politica chiara e coraggiosa, abbandonare la logica della grande opera simbolica e costruire, finalmente, una rete che funzioni ogni giorno.
Peppe Puccia, Segretario Federazione Siracusa/Ragusa
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
