di BARBARA FABBRONI
Una lettura psicologica, criminologica e sociale sulla violenza giovanile…
Ogni volta che un adolescente uccide, la domanda emerge con la forza di un pugno nello stomaco: cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? È una domanda legittima, necessaria, urgente. Ma occorre avere il coraggio di guardare in faccia la realtà senza semplificarla.
Non sempre i dati mostrano un aumento costante degli omicidi giovanili in termini assoluti. Ciò che è certamente cresciuto è la percezione della violenza, la sua visibilità mediatica e — fatto ancor più inquietante — la brutalità o l’apparente futilità dei moventi. Uno sguardo di troppo. Una relazione finita. Una provocazione su Instagram. Un’umiliazione percepita.
Quello che colpisce oggi non è soltanto il fatto che certi giovani uccidano, è il contesto in cui avviene, ed è lì che dobbiamo cercare le risposte.
La fragilità emotiva nascosta dietro la violenza
Da psicoterapeuta, osservo quotidianamente qualcosa che i dati faticano a raccontare: una parte crescente dei giovani di oggi ha strumenti emotivi più fragili per affrontare le inevitabili turbolenze della vita.
Frustrazione, rifiuto, gelosia, senso di fallimento: sono esperienze umane universali. Ma cresciamo immersi in una cultura che promette gratificazioni immediate, dove il dolore va evitato, il rifiuto è un’umiliazione, il limite è un’ingiustizia.
Quando la realtà contraddice queste aspettative, in alcuni soggetti vulnerabili si innesca una rabbia intensa che non riescono a mentalizzare, a trasformare in pensiero. L’emozione prende il posto della riflessione. L’impulso prende il posto del controllo.
Quando l’azione sostituisce il pensiero
La maggior parte degli omicidi commessi da giovani appartiene alla categoria della violenza impulsiva. Non siamo, nella grande maggioranza dei casi, di fronte a criminali organizzati o seriali. Siamo di fronte a soggetti che tollerano male la frustrazione, hanno scarse capacità di autocontrollo, presentano difficoltà empatiche e reagiscono in modo sproporzionato a stimoli percepiti come minacciosi.
Si può parlare di acting out: l’azione sostituisce il pensiero. Il giovane non elabora il conflitto. Lo agisce. L’omicidio diventa l’esito estremo di una gestione disfunzionale dell’aggressività — il punto di non ritorno di una catena che poteva e doveva essere interrotta molto prima.
I social network e la vetrina permanente
I social media hanno riscritto le regole della costruzione identitaria. Oggi molti adolescenti vivono in una vetrina permanente: ogni esperienza è pubblica, ogni errore è visibile, ogni umiliazione può essere condivisa in pochi secondi.
Gli effetti psicologici sono profondi:
– aumento del confronto sociale e maggiore sensibilità al giudizio altrui bisogno costante di approvazione e paura dell’esclusione
– amplificazione pubblica di dolori che un tempo restavano privati
Per un soggetto vulnerabile, una delusione affettiva o una perdita di status può assumere dimensioni enormemente amplificate. Quello che un tempo era un dolore privato diventa una ferita pubblica.
La crisi delle figure educative
Famiglia, scuola, comunità e istituzioni faticano sempre più a svolgere quella funzione di contenimento emotivo che è il vero fondamento della crescita psicologica. Molti genitori sono presenti materialmente ma assenti sul piano relazionale. Altri, per paura di traumatizzare i figli, evitano di porre limiti.
Ma la psicologia ci insegna qualcosa di fondamentale: il limite non è una punizione. È una palestra di maturazione. Un giovane che non impara a tollerare il “no” rischia di interpretare qualsiasi ostacolo come un’aggressione personale.
La cultura della rabbia
Viviamo in una società che ha progressivamente normalizzato l’aggressività. Basta aprire i social, seguire un dibattito politico, guardare certi programmi televisivi: l’insulto è diventato ordinario, l’umiliazione è spettacolo, l’aggressività genera attenzione.
I giovani apprendono per osservazione. Se il conflitto viene costantemente rappresentato come scontro e sopraffazione, diventa molto più difficile apprendere modelli alternativi di gestione delle tensioni. La violenza simbolica prepara il terreno alla violenza reale.
Amore come possesso: il nodo delle relazioni affettive
Una percentuale significativa degli omicidi giovanili avviene all’interno di relazioni affettive. In molti casi emerge una concezione distorta dell’amore: non amore come incontro, come scelta libera, come rispetto dell’altro — ma amore come possesso.
“Se non sei mia, non sarai di nessuno.”
Dietro questa frase, spesso implicita, troviamo un intreccio psicologico preciso: dipendenza affettiva, fragilità narcisistica, paura dell’abbandono, incapacità di separazione emotiva. Quando il partner lascia o desidera autonomia, il soggetto sperimenta un crollo identitario che in certi casi esplode in violenza.
Cosa possiamo fare. Davvero.
Non esistono soluzioni semplici. Ma alcune direzioni sono chiare e non più rinviabili: Educare alle emozioni. La scuola deve insegnare competenze emotive accanto a matematica e grammatica.
– Insegnare la gestione del conflitto. Non ogni scontro deve produrre un vincitore e un vinto.
– Restituire valore ai limiti. La frustrazione non è un trauma — è un’esperienza necessaria alla crescita.
– Intercettare precocemente il disagio. Molti autori di reati gravi mostrano segnali di sofferenza molto prima dell’esplosione della violenza.
– Costruire comunità educanti. La prevenzione non può essere delegata solo alle famiglie o alle forze dell’ordine.
Una riflessione finale: capire prima, non solo punire dopo
Quando un giovane uccide, non fallisce soltanto un individuo. Fallisce una rete. Falliscono relazioni, modelli educativi, sistemi di ascolto, capacità collettive di intercettare il disagio.
Questo non significa giustificare chi commette un omicidio. La responsabilità personale resta centrale, ineludibile. Significa però comprendere che la violenza non nasce nel vuoto. Nasce dall’incontro tra vulnerabilità psicologiche, contesti relazionali fragili, modelli culturali aggressivi e incapacità di trasformare il dolore in parola.
La vera sfida non è soltanto punire dopo. È capire prima. E soprattutto insegnare ai giovani che la rabbia può essere espressa, il rifiuto può essere sopportato, il dolore può essere attraversato senza trasformarsi in distruzione.
