Carissimi,
stiamo pienamente vivendo la gioia dirompente del Signore risorto che il Tempo Pasquale ci propone come accoglienza della liberazione dal peccato.
Non è più tempo di vivacchiare immersi nelle sabbie mobili del solito tran tran quotidiano. E non possiamo nemmeno accettare in silenzio la barbarie che la violenza – soprattutto di genere- ogni giorno ci rinfaccia.
Non si tratta di un discorso astratto, ma reale e concreto; basti pensare che nella nostra città metropolitana, a distanza di circa un anno, sono stati consumati ben due femminicidi, che oltre la scia di atroce sofferenza hanno anche provocato la reazione a non dover più tacere di fronte all’arrogante violenza di uomini che vivono come le bestie.
Il silenzio non è solo complicità indiretta, ma rischia di tramutarsi in tirannia verso i più fragili della società. Tanti, nelle varie manifestazioni di sdegno per dei crimini così efferati, hanno gridato: “Basta!”, e questo è già qualcosa di fronte al muro di ipocrisia di numerosi cristiani praticanti che pensano che tali vicissitudini non riguardano e/o non riguarderanno mai la loro famiglia.
Il rischio è quello di essere i nuovi farisei o, ancor peggio sadducei, di fronte alla Legge del cuore, rigoristi integerrimi, incapaci di addolcire ogni gesto, di smorzare le parole dure col balsamo del perdono.
Non smarriamo la differenza grande tra giudicare ed analizzare. La discrepanza è nel tono della voce, che sarà duro, aspro e diretto se si emette un giudizio. Se, invece, analizzi, di certo vedrai le cose distorte, anzi le individui subito perché il tuo occhio è limpido come il catino dell’acqua con cui il Cristo lavò i piedi ai suoi discepoli; ma il tono della voce si fa testimonianza, coinvolgimento, passo sofferto e condiviso.
Vi inviterei a leggere l’interessante volume di Rossella Chigi, Niente scuse, Ed. il Mulino, Bologna 2025, che nella quarta di copertina riporta questa avvertenza: “Dire basta non basta. Prevenire la violenza di genere è possibile, fermarla è un dovere, farlo insieme è necessario”.
Purtroppo, tanti cristiani restano piegati dal senso di oppressione davanti a una tendenza ormai generalizzata e preferiscono anestetizzare il proprio impegno. Si vive, quindi, senza speranza, senza avvenire, e la terra così viene sommersa dal gusto amaro del vuoto.
Non dovremmo, forse, esser pronti a lottare contro la logica del destino, e a vincere con fiducia quel muro di rassegnazione che impera nelle nostre conversazioni?
Non dovremmo, forse, esser predisposti a scardinare la barriera dell’omertà o dei sorrisi di plastica, a frenare la lingua pronta sempre al giudizio o al pettegolezzo che fa notizia, tanto ad essere scarnificato è il fratello e non la nostra persona?
“Basta” col sentirci superiori, giudici irreprensibili sulla vita degli altri, solleciti ad emettere sentenze taglienti. Guardiamo a noi! La misericordia di Dio non si scandalizza del peccato, anzi Gesù si ferma proprio in casa dei peccatori, in quanto non è bloccato dai pregiudizi della gente né dall’orrore del male compiuto, ma è spinto dall’amore del Pastore che, inquieto, va in cerca.
Noi cristiani, però, anche davanti a questo genere di tragedie, dobbiamo domandarci: che risonanza ha provocato e provoca in ciascuno la liberazione dal peccato e dalla morte scaturita dalla Risurrezione del Signore se, davanti allo sconvolgimento dei valori della vita, rimaniamo paralizzati nella nostra sofferenza? Siamo in grado di fare ritorno alla pace di Dio con azioni di coraggio e di perdono, vero profumo per la nostra società?
Tuttavia, anche davanti a drammi enormi, i credenti di ogni periodo storico hanno continuato ad avere fiducia in Dio. A tal proposito, una provocazione efficace, atta a scuotere interiormente il nostro esistere, è fornita a noi dal Salmo 124: “Se il Signore non fosse stato con noi…”, con il quale l’orante fa passare dalla sofferenza dolorosa alla gioia del momento presente, dalla prigionia alla liberazione.
Nello specifico, il v.7 fa da sintesi a tutto il memoriale degli interventi divini: “Siamo stati liberati come un passero dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati”.
A chi volesse approfondire ulteriormente lo studio di questo salmo, consiglio di leggere di Bruna Costacurta, Il laccio spezzato. Studio del salmo 124, EDB, Bologna 2002.
Il salmista, per esperienza diretta, invita a non dubitare della presenza del Signore, nemmeno di fronte al diluvio, davanti ai vortici di acque impetuose, innanzi alle bestie che divorano e ai cacciatori con laccio. Anche in tali frangenti l’orante ci fa dire:
“Benedetto il Signore, che non ci ha consegnati…”
Proprio in mezzo al brulicare di sconvolgimenti umani e naturali, non dobbiamo temere perché “siamo stati liberati come un passero…”.
Fidarsi per affidarsi: ciò, nelle nostre vite, è il cuore di tutto; è il nocciolo della fede. Nel mettere tutto il nostro esistere nelle mani di un Padre che pensa agli uccelli del cielo e rende bellissimi i fiori del campo, nell’affidare la nostra vita alle sue mani, ti accorgi visibilmente che guardi al domani e il Pane del Cielo diviene capace di trasformare ogni situazione in speranza: dona vita nella noia, e la forza di quel Pane aiuta a passare dalla notte della violenza alla luce della speranza.
La paura è vinta. Il deserto ritorna a divenire un giardino fiorito perché ti fidi e ti affidi a Dio.
La Pasqua ci ha immersi in Gesù Cristo che ha vinto e vince, per sé e per noi, perché si è affidato con pieno abbandono all’aiuto del Signore e del suo Nome (v.8).
La morte diviene speranza e vita, trasformando le ferite in feritoie, il mistero in luce!
Proprio in mezzo alle tribolazioni, Gesù ha saputo sostenere i suoi discepoli di fronte a qualsiasi sofferenza: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro …Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri” (Mt 10, 29.31). Nessuno nega o sminuisce il peso delle prove e delle fatiche che accompagnano ogni giorno la vita, davanti alle quali si sperimenta, talvolta, l’impossibilità di sfuggire al laccio delle tribolazioni.
Soprattutto in questi momenti dobbiamo ripetere con il salmista:
“Il nostro aiuto è nel nome del Signore, Lui che ha fatto cielo e terra”.
Che cosa fa Dio davanti all’infedeltà del suo popolo? Si ferma o blocca la sua azione di bontà e misericordia? Dio vede la falsità: non stronca né taglia dalle radici, ma pota e reinnesta, con nuovi virgulti, quelli tratti dall’olivastro selvatico, ovvero i popoli pagani, i lontani, quanti non vengono in chiesa o non sono parte attiva della comunità ecclesiale, in una sola dizione il buon Samaritano di turno, lungo le strade delle nostre periferie. Dio sa riutilizzare anche i rami di una pianta selvatica; fa di ogni frammento una pienezza. E i rami caduti a terra non restano secchi né aridi, ma in attesa di una nuova rifioritura, perché il Creatore ha tempi più lunghi dei nostri. E verrà il giorno in cui li reinnesterà, con stupore di tutti, nella bellezza di una pianta che fiorirà in completezza, immagine di una Chiesa che sarà meravigliosa, quando i lontani riempiranno le nostre comunità e si sentiranno veramente amati da un’assemblea orante, spazio di riconciliazione per tutti.
E ancora, il chiaroscuro della vita che affrontiamo ogni giorno è stato descritto da due colonne dell’ordine carmelitano, Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, come immagine vivida della loro esperienza spirituale.
Secondo il primo, al vertice del Monte Carmelo, che si raggiunge attraverso le rinunce, non c’è nulla. E per la seconda, sul medesimo Monte è piantata una croce. Paradossalmente, il nulla e la croce sono in simbiosi e richiedono coraggio e abnegazione, non vigliaccheria ed egoismo.
Se vivremo pienamente il dono della libertà conquistataci da Cristo, metteremo a frutto i prodigi del suo Mistero Pasquale: Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di relazione; cerca amore.
Amare trasforma: uno diventa ciò che ama, diventa ciò che lo abita.
Scrive padre Turoldo: Io non sono ancora e mai il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità, ovvero la possibilità di diventare come Lui, di acquisire nei miei giorni quel sapore di libertà, di mitezza, di pace, di peccatori perdonati, e poi di tavole imbandite, di piccoli abbracciati, di relazioni buone che sono la bellezza del vivere. Parole che dicono comunione, unione, legame, con una commovente monotonia: sarò con voi, verrò presso di voi, io in voi, voi in me.
Se ami, non potrai ferire, tradire, derubare, ingannare, violare, deridere, restare indifferente.
Se ami, non potrai che soccorrere, accogliere, benedire.
Auguri di ogni bene,
Ettore Sentimentale
