Messina al voto: 1926 comparse in cerca d’autore. Il più grande casting della storia cittadina

Messina – C’è un dettaglio sublime nella democrazia messinese, così grottesco da aver smesso di scandalizzare chiunque: i programmi elettorali ufficiali, quelli che dovrebbero orientare il voto, non sono pubblici. Non devono esserlo. Nessun obbligo di pubblicazione online, nessun portale trasparente, nessun archivio accessibile. I candidati li depositano in Comune, il Comune li archivia, e il cittadino può leggerli solo con una richiesta formale che ha trenta giorni di tempo per essere evasa. Trenta giorni. Le elezioni sono tra venti. È come se vi dicessero: «Certo che puoi leggere il contratto prima di firmarlo, basta che lo fai dopo averlo già firmato». In pratica, una democrazia talmente moderna da aver risolto il problema della scelta: prima voti, poi scopri cosa hai votato. Perché se provi a informarti, scopri che la scelta non esiste. C’è solo il rito.

E mentre la città si prepara alle urne, scopriamo che i candidati sono 1.926. Una cifra che non parla di partecipazione, ma di disperazione. Non è un sussulto civico: è un curriculum collettivo consegnato alla politica perché il mercato del lavoro è evaporato da tempo. È la fila al bancomat della politica, quello che per anni si è giurato di voler chiudere e che invece resta l’unico sportello ancora aperto, l’ultima industria funzionante in città. Un’industria che non produce servizi né sviluppo, ma consenso, visibilità e posti. Solo per qualcuno, ovviamente. Perché qui la politica non è più settore pubblico: è un settore privato travestito da missione civica.

Una gigantesca operazione di riutilizzo creativo della disoccupazione. Non è politica: è riciclo di massa. È l’economia circolare applicata alle ambizioni personali. È la trasformazione del bisogno in vocazione, del vuoto in candidatura, della precarietà in “impegno per la città”. E mentre i candidati si accalcano sperando in un posto, chi guida le liste incassa il vero premio: potere, controllo, visibilità, capacità di orientare ciò che conta davvero. È un sistema piramidale perfetto, dove la base si allarga e la cima si rafforza.

Le liste sembrano un inventario di ciò che resta quando un territorio smette di produrre lavoro vero: parenti, amici, ex di qualcuno, futuri ex di qualcun altro, professionisti del «vediamo come va» e una quantità imbarazzante di persone che fino a ieri non sapevano nemmeno dove fosse Palazzo Zanca. È come se avessero annunciato «c’è un posto libero, chi vuole?» e si fossero presentati in duemila, pronti a giurare amore eterno alla città in cambio di un tesserino. Il tesserino, alla fine, lo vedranno in pochi. Gli altri faranno da comparse, utili solo a gonfiare liste e a portare voti a chi era già destinato a vincere.

Una lotteria civica dove paghi il biglietto con la faccia sui manifesti e la speranza che qualcuno, per sbaglio, ti voti. Il jackpot, naturalmente, va a chi ha compilato la lista. La cosa più tragica è che nessuno trova tutto questo strano.

In una città che perde giovani, lavoro, servizi e dignità, spuntano improvvisamente duemila salvatori della patria. Semplice: la politica non è più rappresentanza, è sopravvivenza. Non è impegno, è ammortizzatore sociale. Il piano B di chi non ha più un piano A. Il vero piano A, quello che conta, resta sempre in cima alla piramide.

Nel frattempo, giornali, tv, social e dibattiti sostituiscono i programmi veri con narrazioni, slogan e storytelling da discount. Una democrazia orale, da passaparola al mercato: «Mi hanno detto che vuole fare questo», «Pare abbia promesso quello». E noi dovremmo votare sulla base di terzi.

Guardiamoli, questi programmi-non-programmi.

C’è chi parla di digital twin come se Messina fosse Singapore, chi promette smart city mentre le strade sono un test di sopravvivenza, chi evoca comunità energetiche mentre i pali della luce saltano quando piove. C’è l’Hydrogen Valley, nome da parco tematico futuristico che nella realtà è solo l’ennesima parola scudo: brilla, fa scena e non serve a niente. L’I Hub (ancora!), che suona come un gadget Apple ma è un contenitore di intenzioni a spese dei contribuenti. C’è la riduzione delle emissioni, bellissima sulla carta, peccato che nessuno spieghi come realizzarla in una città dove il traffico è un rito tribale grazie alle scellerate scelte delle amministrazioni passate. Poi l’Agenda 2030 (non avrete niente e sarete felici), l’equità sociale senza risorse, lo sviluppo europeo che fa curriculum ma non si capisce cosa significhi per una città che perde giovani come un secchio bucato. E immancabile la “Messina città del mare”, mantra riciclato da dépliant turistico mentre del mare non ci occupiamo mai: evocato, usato come scenografia e giustificazione estetica, ma mai governato davvero.

Il momento più esilarante è quando scopri che parlano tutti la stessa lingua. Stessi termini, stesse promesse, stessi slogan. Un gigantesco copia-incolla, un karaoke politico dove ognuno canta la stessa canzone con voce diversa. I programmi si accavallano, si imitano, si annullano. Non c’è differenza, non c’è visione: solo un grande rumore di fondo che maschera il vuoto. E nessuno tocca il punto vero: la competizione globale e territoriale non è un’opportunità, è un obbligo ideologico. Città contro città, tutti a contendersi fondi già vincolati, spesso inutili ai cittadini e utilissimi a chi li realizza. Soldi pubblici che diventano debito, debito che diventa opera, opera che diventa rendita privata. La comunità resta spettatrice pagante. Ripetere che «le città devono competere per attrarre capitali e talenti» non è ingenuo: è tossico.

Vince chi si svende meglio: meno diritti, più concessioni, più dipendenza.

Il mercato ha preso il posto della politica senza essere mai eletto. Mentre ci intossicano con «digitale», «energia», «innovazione» ed «Europa», nessuno parla di sanità: Messina, tredicesima città d’Italia, ha un solo ospedale pubblico. Nessuno parla di liste d’attesa infinite, reparti sotto organico, disoccupazione a due cifre, fuga dei giovani, periferie abbandonate, strade da campo minato e viabilità tossica figlia di otto anni di scelte scellerate che oggi tutti fingono di criticare (soprattutto chi le ha avallate sedendo in Consiglio comunale).

Perché parlare di queste cose richiede coraggio.

Parlare di digitale e tecnologia richiede solo un buon vocabolario e un grafico colorato. Che senso ha allora parlare di programmi se i programmi non li possiamo leggere? Che senso ha una democrazia se la scelta non è informata? Che senso ha invocare il futuro quando non abbiamo il coraggio di guardare il presente?

Forse il vero programma comune a tutti è uno solo: far finta che tutto questo sia normale. E sperare che nessuno se ne accorga. Per questo la campagna elettorale è diventata un’arena di insulti e condanne reciproche. Il nostro panem et circenses aggiornato: una rissa mediatica per coprire le verità scomode. E mentre ci scanniamo per il nulla, la città si svuota, si spegne e crolla in silenzio sotto i lustrini.

Tutti guardano la rissa. Nessuno vede le macerie.

bilgiu