Carissimi,
la conclusione dell’anno pastorale è il momento propizio di una verifica, non tanto un rendiconto delle singole attività avviate e concluse, quanto la prova della “mens” che è congenita al nostro modo di essere seguaci di Gesù, cioè urge valutare la funzione profetica del nostro essere cristiani in una società costantemente in fieri.
Non sto, quindi, a descrivere che cosa abbia funzionato o che cosa abbia deluso le attese, compito questo del Consiglio Pastorale Parrocchiale, perché la parrocchia non risponde – come invece fanno le imprese – al criterio di produttività, piuttosto il mio intento vuol esser quello di scrutare le motivazioni profonde dell’agire personale, all’interno della comunità medesima, avendo come griglia di discernimento la Buona Novella.
Il mio intento affonda le radici nella pagina del Vangelo di Matteo 7,15-20 perché qui si trova l’elemento inconfutabile del retto agire ecclesiale, che diventa necessario se non si vogliono prendere abbagli madornali, creando comunità virtuali e non reali, ove si antepongono gli interessi privati a quelli comunitari.
Trascrivo per comodità la pericope cui accennavo sopra.
“Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Dai loro frutti dunque li riconoscerete”.
Il contesto di riferimento risente della pesante realtà di chi, come Matteo, si trova davanti agli occhi una schiera di personaggi particolari che cominciano a prosperare dal 50 d.C. con la finalità di realizzare una intensa e vigorosa funzione politico-sacrale, annunciando la venuta di Dio e del suo regno. Per l’evangelista non si può esser ambigui nei confronti di queste persone che vengono paragonate, prima, a dei lupi rapaci che distruggono la comunità e, dopo, agli alberi che non producono frutti buoni.
Il criterio di discernimento è dato dalle opere e non da alcun tipo di approccio teologico separato dalla vita e per ben due volte si ripete: “dai frutti li riconoscerete”.
Pertanto, è doveroso riflettere sui criteri circa l’autenticità dei frutti buoni.
Il criterio di valutazione è concreto e non legato ad astrattismi: non le parole, le apparenze o le intenzioni dichiarate, ma i risultati reali delle azioni. Gli effetti saranno la risposta autentica nel tempo perché ciò che è autentico genera conseguenze buone, coerenti e costruttive; ciò che è falso o ingannevole produce esiti negativi o contraddittori.
Infatti, a livello etico la bontà si misura nei comportamenti, non nelle dichiarazioni; a livello relazionale le persone vanno conosciute attraverso ciò che fanno stabilmente, non per impressioni immediate, e a livello critico il cristiano è invitato al discernimento, cioè a non farsi guidare solo dalle apparenze o dall’autorità di chi parla.
La prima nota è sicuramente data dalla pazienza nell’investimento che produce frutti duraturi e non di corto respiro. È la logica di cui parla lo stesso Matteo qualche versetto dopo: la casa costruita sulla roccia (Mt 7, 24ss) chiede tempo e fatica, ma resta ben piantata nella sua stabilità e garantisce un rifugio sicuro.
Applicare questo stile alla pastorale significa allontanare la visibilità immediata dei frutti a favore della formazione di una maturità umana e spirituale che feconderà di processi impegnativi e di opere buone ogni comunità. Alcuni seminano, altri raccoglieranno!
Purtroppo, molte realtà parrocchiali restano impigliate nel classico “fuoco di paglia”, frutto del fervore iniziale o occasionale di eventi particolari e tutto, nel volgere di qualche mese, si esaurisce repentinamente, …, perché ci si accontenta del “poco e subito” pensando che tale percorso riesca a coinvolgere seriamente le persone. Ma, ahimè, non vi è alcuna serena verifica non sul coinvolgimento dei cristiani (senso di appartenenza, bisogno di affettività nella comunità, ricerca di identità…) quanto sulla fede che va a coincidere, frettolosamente, con tutto ciò che è umano e comprensibile.
Il passo successivo, in questi casi, è quello di creare un sottofondo di linguaggio pseudo-religioso che soddisfa le esigenze di molte persone alla ricerca, con il quale si fa proselitismo di bassa lega: “férmati da noi, vedrai che ti succederà qualcosa di grande…” oppure, subito dopo l’entusiasmo del primo momento: “questo è solo l’inizio, vedrai quanti prodigi avverranno in te…”.
In tutto ciò, la cosa più assurda è confondere quello che è puro narcisismo comunitario con la volontà di Dio, chiamata in causa per confermare le ossessioni umane.
Attenzione a non cadere in una forte critica al facile autoinganno nell’esperienza spirituale!
Ritornando alla pagina evangelica al fine di riprendere le provocazioni di Matteo alla sua comunità, occorre tradurle e cercare di aggiornarle al nostro vissuto.
Chi erano questi lupi vestiti da pecore nella comunità?
Sicuramente portatori o rappresentanti di una visione ecclesiale condannata dallo stesso evangelista. Secondo studiosi recenti, potevano essere persone con un magnetismo entusiasta particolare, senza alcuna fedeltà morale richiesta dal Vangelo o sostenitori di un tipo di legge che ignorava di fatto i poveri. Erano certamente dei leader che volevano influire sulla comunità, agendo con inganno e, quindi, ipocriti capaci a saper ben fingere, agendo diversamente da quanto dicono. Così al fine di ingannare si tra-vestono da pecore come se desiderassero condividere la vita dei credenti, ma essendo lupi vivono accanto ad esse, ponendole al loro servizio.
Gesù invita a sviluppare discernimento morale e spirituale.
Il messaggio centrale è chiaro: non bisogna giudicare le apparenze in veste di pecore, ma osservare le azioni concrete e le conseguenze, ovvero i frutti delle persone.
È una metafora agricola semplice, ma molto efficace: come un albero si riconosce dai suoi frutti, così una persona si riconosce dal suo comportamento nel tempo.
In sintesi tre risultano essere le idee portanti:
diffidenza verso le apparenze: ciò che sembra buono non sempre lo è;
centralità delle azioni: il valore di una persona si misura nei fatti, non nelle parole;
coerenza interiore: ciò che si è dentro tende a riflettersi all’esterno nel lungo periodo.
Tale insegnamento si traduce, poi, in chiave etica e sociale: invita a valutare l’affidabilità e la moralità delle persone sulla base della loro coerenza e dei risultati delle loro azioni, non delle loro dichiarazioni.
E oggi?
Propongo una semplice griglia di valutazione che possa servire a tutti in vista di una buona revisione di vita all’interno della comunità.
I moderni lupi travestiti da pecore sono coloro che invitano ad obbedire ciecamente piuttosto che far riflettere le persone; sono coloro che usano l’affetto come arma di punizione o di premio, invece di instaurare una relazione serena e amichevole con tutti.
Quanto è difficile avvertire la gioia di una dignità battesimale ritrovata, pur sapendo di aver la fronte unta con l’olio della consacrazione regale!
Abbiamo celebrato la Pentecoste, ma non riusciamo a mantenere alta la nostra fronte davanti ai lupi che girano intorno alle nostre comunità e allora sì che contro siffatti pericoli sgorga dal cuore l’invocazione al Paraclito: vieni, Santo Spirito, fa’ che non si pieghi mai la nostra fronte a compromessi o paure, mai per viltà, ma si pieghi solo per adorarti e ringraziarti; si abbassi per servire, si innalzi contro il prepotente al fine di rivestirci ancora di profumo crismale e di tunica battesimale, lieti di scelte non imposte, ma maturate nel cuore di chi si sente finalmente libero.
In chiusura, visto che tra i primi destinatari della lettera vi sono coloro che condividono la spiritualità carmelitana, propongo la provocazione di S. Giovanni della Croce, il più grande mistico della storia della Chiesa, tratta dalla “Salita al Monte Carmelo” (II,29,4), analizzando e meditando i tre atteggiamenti fondamentali celati in quanto segue, ovvero l’umiltà epistemica, cioè riconoscere i limiti delle proprie percezioni; il discernimento, per distinguere tra pensieri personali e convinzioni oggettive; la prudenza spirituale, evitando interpretazioni immediate e assolute delle esperienze interiori:
«Mi riempie di spavento il vedere quel che succede ai nostri giorni: chiunque spenda quattro soldi nella meditazione, non appena, stando un poco raccolto, sente qualche locuzione di questo tipo, subito battezza tutto come se venisse da Dio; e siccome ritengono che sia proprio così, dicono “Dio mi ha detto, Dio mi ha risposto”; mentre, come abbiamo detto, il più delle volte sono essi stessi che si parlano e si rispondono».
Auguri a tutti di una serena estate!
Ettore Sentimentale
