di Andrea Filloramo
Rispondo alla e-mail inviatami da un lettore di IMG Press, in cui, fra l’altro, mi scrive: “Troppi santi e troppo devozionismo. Forse la Chiesa ha smarrito l’essenziale. Così ho letto in un tuo articolo di qualche tempo fa. Sono convinto che il devozionismo sia il cancro della Chiesa”.
Sì, è vero, ho scritto diversi articoli sul devozionismo nella Chiesa Cattolica ma non ho sostenuto – come ritiene il lettore della e- mail pervenutami – che esso sia il cancro della Chiesa. La sua è una critica molto forte e polemica, che non è sempre condivisibile.
Tutto dipende da cosa si intende per devozionismo. Se con “devozionismo” si intende un eccesso di pratiche devozionali (novene, rosari, pellegrinaggi, culto dei santi, ecc, vissute in modo meccanico o superstizioso, alcuni teologi e riformatori cattolici hanno effettivamente criticato e criticano questo fenomeno, che è molto dappertutto diffuso, sostenendo che può oscurare il nucleo del messaggio cristiano, cioè il rapporto con Dio, con il Vangelo e con la carità.
D’altra parte, però, nella tradizione cattolica, le devozioni popolari sono spesso considerate una risorsa spirituale importante quando sono ben orientate e non sostituiscono la fede vissuta. Tutti i Papi degli ultimi decenni, hanno più volte difeso la pietà popolare, pur mettendo in guardia contro forme di religiosità superficiale o puramente rituale.
Non sono mancati, inoltre, papi e vescovi che hanno sostenuto che la religione rischi di degenerare quando pratiche devozionali, pellegrinaggi, oggetti ritenuti sacri, offerte o richieste di grazie vengono percepiti come una sorta di “scambio”. Quando, cioè, si dà qualcosa (denaro, offerte, ex voto) aspettandosi in cambio favori spirituali o materiali. Nella tradizione cristiana questo rischio è stato spesso denunciato come una forma di mercificazione del sacro.
Perciò affermare che il devozionismo sia “il cancro della Chiesa” è un giudizio drastico che riflette una posizione critica verso certe degenerazioni della pratica religiosa, ma non è una descrizione condivisa da tutti i cristiani o da tutta la Chiesa cattolica.
Cechiamo tuttavia di ragionare sull’affermazione del lettore.
Se un osservatore estraneo entrasse oggi in molte chiese cattoliche, potrebbe avere difficoltà a capire chi sia il vero protagonista della fede cristiana.
Vedrebbe ovunque statue, immagini, reliquie, altarini, candele e santini. Ogni problema della vita sembra avere il suo specialista: un santo per trovare lavoro, uno per superare gli esami, uno per guarire dalle malattie, uno per trovare marito o moglie, uno per recuperare oggetti smarriti. Più che una religione centrata sul Vangelo, può sembrare un affollato ufficio di pratiche spirituali.
La domanda è inevitabile: che fine fa il messaggio semplice e radicale di Gesù? Nei Vangeli non troviamo un catalogo di devozioni, né una galleria di intermediari a cui rivolgersi per ottenere favori. Troviamo invece un invito diretto alla conversione, alla giustizia, alla misericordia e all’amore del prossimo. Eppure, nel corso dei secoli, la Chiesa ha costruito una macchina devozionale gigantesca che spesso appare più vicina alla superstizione che al nucleo originario del cristianesimo.
Il problema non sono i santi in sé. Molti di loro hanno rappresentato esempi straordinari di coraggio, solidarietà e dedizione. Il problema nasce quando i santi cessano di essere modelli e diventano dispensatori di grazie, protettori di categorie professionali, patroni di problemi specifici e destinatari di una quantità impressionante di pratiche rituali. In questi casi il rischio è evidente: il credente non cerca più di imitare la vita del santo, ma di ottenere da lui un beneficio.
Si assiste così a una forma di religione che talvolta sembra funzionare secondo una logica quasi commerciale: una candela accesa in cambio di una grazia sperata, una processione per ottenere protezione, una novena per risolvere un problema. Non è difficile capire perché molti osservatori vedano in queste pratiche una deriva che sfiora il pensiero magico.
. Sebbene la fede religiosa e la magia appartengano teoricamente a sfere diverse, nella pratica il confine può diventare sorprendentemente sottile quando la religione viene ridotta a un insieme di rituali finalizzati a ottenere risultati concreti.
La distinzione è fondamentale. La fede, almeno nella sua concezione più elevata, implica fiducia, ricerca di senso, adesione a valori morali e disponibilità ad accettare l’incertezza dell’esistenza. Il pensiero magico, invece, si fonda sull’idea che determinati gesti, formule o oggetti possano produrre effetti desiderati quasi automaticamente.
Quando un credente arriva a considerare una candela accesa, una novena recitata un certo numero di volte o una reliquia venerata come strumenti capaci di garantire un risultato specifico, la distanza tra religione e magia si accorcia pericolosamente.
In molte realtà cattoliche popolari si osservano comportamenti che alimentano questa impressione. C’è chi attribuisce a una particolare immagine sacra poteri straordinari, chi colleziona oggetti benedetti come fossero talismani protettivi, chi interpreta ogni evento favorevole come il risultato diretto di una promessa fatta a un santo. In questi casi l’attenzione si sposta dalla trasformazione interiore alla ricerca di benefici immediati.
Non sorprende, quindi, che molti studiosi delle religioni abbiano individuato in queste dinamiche elementi tipici del pensiero magico. La convinzione che una formula recitata correttamente, un rito eseguito secondo precise modalità o un oggetto sacralizzato possano modificare la realtà esterna è una caratteristica presente in numerose tradizioni magiche di ogni epoca.
Naturalmente sarebbe scorretto ridurre tutta la religiosità popolare a superstizione. Molte devozioni rappresentano forme sincere di espressione spirituale, radicate nella cultura e nella storia delle comunità. Il rischio, tuttavia, esiste e non può essere ignorato. Quando la fede viene identificata principalmente con pratiche rituali e richieste di favori, essa perde parte della sua dimensione etica e spirituale.
La questione centrale è semplice: una religione dovrebbe aiutare le persone a comprendere sè stesse, a maturare responsabilità, a coltivare giustizia e solidarietà. Quando invece viene percepita come un sistema di interventi soprannaturali da attivare attraverso procedure devozionali, si apre uno spazio in cui il pensiero magico può prosperare.
Forse la sfida per le istituzioni religiose contemporanee consiste proprio nel recuperare questa distinzione. Difendere la fede non significa moltiplicare pratiche e devozioni, ma preservare ciò che la distingue dalla magia: la ricerca del significato, la libertà della coscienza e la trasformazione interiore della persona.
Una Chiesa che volesse davvero tornare alle sue radici dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi su questo fenomeno. Ha senso continuare ad alimentare un sistema devozionale così vasto? È davvero questo il modo migliore per educare alla fede? Oppure si tratta di una stratificazione storica che, pur avendo avuto una sua funzione in passato, oggi rischia di oscurare il cuore del messaggio evangelico?
Forse il cristianesimo avrebbe bisogno di meno statue e più Vangelo, meno processioni e più riflessione, meno ricerca del miracolo e più responsabilità personale. Perché una fede che dipende da un numero sempre crescente di intermediari rischia di dimenticare ciò che proclama da duemila anni: che il rapporto con Dio dovrebbe essere diretto, libero e fondato sulla coscienza, non sulla moltiplicazione delle devozioni.
Quando la devozione diventa più importante del messaggio, il rischio non è soltanto l’eccesso religioso. Il rischio – come giustamente scrive l’autore della e-mail – è perdere di vista l’essenziale.
