di Roberto Malini
La morte di Marjane Satrapi, avvenuta a Parigi il 4 giugno scorso, lascia un vuoto che non appartiene soltanto al fumetto, al cinema o alla cultura iraniana in esilio. Con lei, che ci ha lasciati troppo presto, a soli 56 anni, scompare una protagonista dell’arte e della civiltà contemporanea. Aveva una creatività ricchissima, capace di trasformare la memoria privata e la ferita politica in narrazione universale, di raggiungere con parole e immagini dirette e autentiche la coscienza collettiva. Satrapi è morta poco più di un anno dopo la scomparsa del marito Mattias Ripa, produttore, attore e sceneggiatore svedese, definito “l’amore della sua vita”.
Il presidente francese Emmanuel Macron l’ha ricordata come un’artista che aveva saputo trasformare la propria infanzia iraniana in una favola senza frontiere. Ed è forse proprio questa la sintesi della sua eccezionalità. Non ha mai ridotto l’Iran a cronaca. Il suo esilio non produceva il lei soltanto nostalgia e pianto, ma memoria fertile, testimonianza viva. In Persepolis, pubblicato a partire dal 2000, raccontò se stessa bambina e adolescente nell’Iran travolto dalla rivoluzione islamica, dalla guerra, dalla repressione e dall’esilio europeo. L’opera divenne un classico globale della graphic novel e fu poi adattata in un film d’animazione, scritto e diretto con Vincent Paronnaud, premiato a Cannes nel 2007 e candidato all’Oscar. Ma definire Satrapi “fumettista” non inquadra la sua attività creativa e civile. Marjane Satrapi era un’artista prestata al fumetto e all’animazione, un’artista dell’immagine prima ancora che della narrazione sequenziale. La sua linea nera, apparentemente semplice, portava dentro di sé un’intera genealogia visiva.
Vi si scorgono la miniatura persiana, l’arte islamica, il ritmo ornamentale di Reza Abbasi, la frontalità ieratica delle figure orientali, ma anche la lezione europea del Novecento. Nei suoi lavori convivono la sintesi di Matisse, la struttura mentale di Mondrian, l’inquietudine teatrale di Balthus, la forza icastica della Pop art e perfino una memoria espressionista del colore come spazio spirituale e non solo descrittivo. Satrapi stessa rivendicava la pittura come matrice originaria del suo lavoro. In un’intervista rilasciata in occasione della mostra parigina alla Galerie Jérôme de Noirmont, dove presentò ventuno ritratti femminili, dichiarò di dipingere da sempre e di amare la pittura anche quando il mondo dell’arte ne proclamava la morte. In quella stessa occasione riconosceva come naturale l’accostamento a Matisse e non negava un’ispirazione cha aveva radici nell’arte araba, nei suoi ritmi e nella sua essenzialità.
La sua pittura, come il suo fumetto, non cercava mai il virtuosismo. Cercava i principi primi. Le sue figure femminili, composte, immobili, silenziose, sembrano uscite da una soglia tra memoria familiare, teatro interiore e icona moderna. Suggeriscono più che raccontare; attendono lo sguardo dello spettatore più che suggestionarlo. È la stessa forza di Persepolis, che dice l’indicibile attraverso pochi segni e usa il bianco e nero come sintesi morale. La storia dell’arte è piena di artisti che hanno cercato di liberarsi dai confini tra linguaggi. Satrapi lo ha fatto con naturalezza, dedicandosi a fumetto, illustrazione, cinema d’animazione, live action, pittura, parola civile. Broderies, Pollo alle prugne, The Voices, Radioactive, fino al progetto collettivo Donna, vita, libertà, mostrano un percorso coerente nella sua apparente varietà, dove al centro resta sempre l’essere umano, soprattutto quando è ferito dalla storia, dalla violenza, dalla perdita o dall’ipocrisia del potere.
Dopo la morte di Mahsa Amini e le proteste iraniane, Satrapi tornò esplicitamente all’impegno civile coordinando il volume Woman, Life, Freedom, dedicato alla rivolta delle donne e dei giovani iraniani. La sua arte era politica perché profondamente umana. Non aveva bisogno di proclami, perché bastava, perché si esprimesse, un volto, una bambina con il velo, una madre, una donna seduta, un ricordo domestico, una frase tagliente. In lei l’ironia rendeva più sopportabile il dramma, quindi più penetrante. La libertà non era un tema. Piuttosto, un’attitudine, un modo di esistere nella società senza perdere unicità. Con la morte di Marjane Satrapi perdiamo un’artista che ha saputo restituire dignità all’immagine narrativa, dimostrando che il fumetto può essere letteratura, cinema, pittura, testimonianza e pensiero. Una voce franco-iraniana che ha parlato a tutti senza rinunciare alla propria origine. Una donna che ha fatto della bellezza una forma di disobbedienza. Il suo segno rimane, nella nostra memoria, nero, netto, vulnerabile e invincibile. Scaturito dal dolore, dalla distruzione e dalla morte per raccontare un’inesauribile speranza.
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