RAPPORTO ITALIA 2012, IL CORAGGIO DI ROMPERE IL “PATTO”

Con un linguaggio chiaro e diretto al limite della brutalità, l’Eurispes richiama i diversi soggetti sociali, alle proprie responsabilità. Il 24° Rapporto Italia dell’Eurispes è costretto a misurarsi, quest’anno, con la profonda crisi che attraversa il Paese e mette in discussione le certezze e i risultati raggiunti dalla società italiana nel corso degli ultimi decenni.
Il Paese – secondo il Presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara – vive un generale senso di depressione che attraversa tutte le classi sociali: i poveri perché vedono allontanarsi la possibilità di migliorare la loro situazione economica; i ceti medi perché hanno paura di una progressiva proletarizzazione; i ricchi perché si sentono criminalizzati e hanno persino timore di mostrare il proprio status. La responsabilità dell’attuale situazione che viene attribuita impropriamente e per intero alla classe politica appartiene invece – secondo Fara – a quella che definisce “la classe dirigente generale” della quale fanno parte tutti coloro che esercitano ruoli e funzioni direttivi all’interno della società: imprenditori, elites culturali; manager pubblici e privati; sindacalisti; i grandi commis dello Stato; magistrati; professori; uomini dell’informazione e della ricerca. Una “classe dirigente generale” che dovrebbe produrre buoni esempi e farsi carico delle esigenze e dei bisogni della collettività.
Secondo Fara questa “classe dirigente generale” costituisce un blocco solidale e separato dal resto del Paese, articolato sul modello feudale, che non ha nessuna intenzione di rinunciare, neppure in piccola parte, ai privilegi conquistati.
Ma anche la società italiana – prosegue Fara – ha molto da farsi perdonare. Infatti mentre la “classe dirigente generale” con il suo spirito di conservazione e la sua autoreferenzialità tiene in ostaggio la società, questa si è adeguata diventandone complice in cambio della tolleranza e della comprensione dei propri istinti egoistici e familisti che deresponsabilizzano e assicurano nicchie di impunità e di esercizio di piccolo potere.
Insomma, secondo Fara – la società è vittima e complice, nello stesso tempo, della sua classe dirigente generale. Basti pensare – continua Fara – al fatto che in Italia esistono tre PIL: uno ufficiale (1.540 Mld); uno sommerso (equivalente al 35 % di quello ufficiale (540 Mld); uno criminale frutto dei proventi delle attività illegali che supera i 200 Mld. Nel Paese circola più ricchezza di quanto non raccontino le statistiche ufficiali e questo spiega anche la capacità dimostrata dal sistema nel suo complesso di reggere di fronte ad una crisi devastante e – prosegue Fara – anche la durezza con la quale siamo trattati dai nostri partners europei, Germania in testa “.
Per l’Eurispes l’evasione fiscale ed il sommerso sono certamente opera dei grandi evasori, ma anche della connivenza quotidiana di milioni di italiani che producono o alimentano essi stessi il sommerso.
Per uscire dalla crisi, secondo l’Eurispes, occorre una generale presa di coscienza e la rottura di quel patto di complicità che blocca la società italiana. Ma, soprattutto, la riscoperta dei doveri e delle responsabilità di ciascuno superando l’egoismo e la difesa corporativa degli interessi. Nello stesso tempo – per l’Eurispes – la politica deve ricostituirsi come “grande agenzia di senso e di orientamento” e attrezzarsi per ricostruire il rapporto interrotto con la società ma anche per rispondere all’onda qualunquista dell’antipolitica che mette in discussione le stesse istituzioni democratiche a cominciare dal Parlamento. La difesa dell’istituto parlamentare come architrave del nostro sistema democratico dovrebbe stare a cuore di ogni cittadino a meno che non si preferisca affidarsi “all’amministratore unico”.
Nello stesso tempo la politica deve mandare ai cittadini segnali chiari e rispondere con le necessarie riforme e tra queste quella elettorale ripristinando, ad esempio, la possibilità per gli elettori di poter scegliere i propri rappresentanti.
Sui temi del lavoro e dell’occupazione, vera emergenza nazionale, l’Eurispes sollecita le parti sociali ad un confronto serio e senza preclusioni, ricordando che la realtà non può essere piegata alle regole, ma sono queste che devono adeguarsi alle mutate condizioni economiche e sociali e ricorda che lo Statuto dei lavoratori, è stato varato nel 1970 e che in questi quarant’anni la realtà è completamente mutata.
Per l’Eurispes, la discussione intorno all’art. 18 non è determinante per la ripresa dell’economia. Il vero tema da affrontare è quello della produttività e delle ristrutturazioni. Nello stesso tempo – secondo Fara – occorre riscoprire il valore della programmazione e della progettazione. Il Paese deve finalmente darsi un progetto e mettere a frutto le proprie risorse e le proprie capacità per riuscire a trasformare l’enorme potenza di cui dispone in energia. In questo senso l’Italia deve difendere e valorizzare i propri asset e, Fara, cita il caso dell’italian sounding, la falsificazione internazionale dei nostri prodotti agro alimentari che frutta ai falsificatori 60 Mld di € l’anno. Così come deve essere lungimirante nel gestire la presenza di milioni di immigrati che producono ormai una quota consistente del nostro PIL; mantengono aperti i canali di collegamento e di dialogo con i loro paesi di origine; contribuiscono a colmare il nostro deficit demografico.
Infine, l’Eurispes lancia un forte segnale d’allarme sulla difficile situazione dei ceti medi e sul progressivo impoverimento delle famiglie italiane che mettono in discussione la tenuta stessa del sistema. Nello stesso tempo mette pone l’accento sul pericolo della riapertura di una nuova stagione dei conflitti ispirati, questa volta, dagli interessi particolari e corporativi ed auspica il rapido ritorno di una “buona politica che sappia assicurare al Paese il futuro che merita.

Queste alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2012. Il Rapporto, con le sue oltre 1.000 pagine, è stato costruito, come di consueto, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche e presentato alle Autorità e alla stampa, presso la Sala Conferenze della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2012 sono:

VITA/MORTE • ESSERE/AVERE • GIUSTIZIA/INGIUSTIZIA
RAGIONEVOLE/IRRAGIONEVOLE • GENITORI/FIGLI • SOSTENIBILE/INSOSTENIBILE

L’indagine condotta quest’anno ha toccato le tematiche e i fenomeni correlati a ciascuna delle sezioni che compongono il Rapporto i quali hanno stimolato il più recente dibattito e l’interesse dell’opinione pubblica. In particolare, hanno partecipato e contribuito a delineare il quadro degli orientamenti presenti nella compagine della nostra società 1.090 cittadini. La rilevazione è stata effettuata nel periodo tra il 20 dicembre 2011 e il 5 gennaio 2012.

LA FIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI

Pessimo il giudizio nei confronti delle Istituzioni. Se nella rilevazione dello scorso anno l’Eurispes segnalava la forte sfiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni, a distanza di un anno il trend resta confermato. Per il 71,6% degli italiani la fiducia è diminuita, mentre soltanto per il 4,1% è aumentata. Per il 21,6% è invece rimasta invariata. La serie storica dal 2004 mette in evidenza come il dato del 2012 sia, in assoluto, il più alto sul fronte della sfiducia dei cittadini.
Nonostante un lievissimo incremento nella percentuale dei cittadini che dichiarano di aver maggiore fiducia nelle Istituzioni rispetto allo scorso anno (+1,9%), l’alto tasso di sfiducia non può che essere interpretato come una vera e propria presa di distanza nei confronti del sistema istituzionale in generale. L’aumento dei delusi, tra un anno e l’altro, passa dal 68,5% del 2011 al 71,6% del 2012 e, raffrontato con il 2010 (45,8%) segna un incremento superiore al 26%.
Ad esprimere un senso di sfiducia più forte sono i giovani tra i 25 e i 34 anni (74,6%).
La fiducia nel Presidente della Repubblica tiene, ma con qualche scossone. L’unico protagonista sul fronte dei consensi alle Istituzioni è il Presidente della Repubblica (62,1%). Si rileva, tuttavia, l’interruzione del trend positivo: un calo di fiducia del 6,1% tra lo scorso anno (68,2%) e quest’anno e, parallelamente, un aumento di quanti segnalano la propria sfiducia (ne aveva poca o nessuna complessivamente il 27,6% nel 2011, mentre nel 2012 il dato arriva al 35,5%). Resta da capire se anche il Capo dello Stato sia entrato nella spirale della sfiducia degli italiani nei confronti dell’intero sistema politico, oppure se il calo della fiducia sia legato al ruolo da protagonista politico svolto negli ultimi mesi. Certamente ha influito su questo calo la nascita del Governo Monti, sostenuto anche dall’intervento di Napolitano, e i successivi passi compiuti dal Governo che hanno imposto ai cittadini pesanti sacrifici.
Nuovo Governo, ma il trend non si inverte. Il passaggio dal Governo politico di Berlusconi al Governo tecnico di Monti non sembra aver contribuito ad aumentare la fiducia in questa Istituzione. Nonostante un certo favore dell’opinione pubblica nei confronti del Governo tecnico, i primi provvedimenti in materia economica, come la riforma delle pensioni e l’aumento delle tasse, hanno di certo avuto ripercussioni forti sul senso di sfiducia dei cittadini. Solo il 21,1% si dichiara fiducioso, il 76,4% mostra di avere poca o nessuna fiducia e il 2,5% non sa esprimere un giudizio o non risponde. Il 21,1% che si esprime positivamente supera di 6 punti percentuali il dato al 14,6% segnato nel 2011 dal precedente governo. In estrema sintesi, l’“effetto Monti” vale al momento solo il 6% in più nella fiducia degli italiani, mentre si riduce dall’84,2% del 2011 al 76,4% del 2012 la percentuale di quanti assumono un atteggiamento pessimista.
Il Parlamento occupa il gradino più basso nella classifica di considerazione degli italiani. Solo il 9,5% vi ripone molta o abbastanza fiducia. Confrontando i dati con quelli relativi agli anni precedenti, si passa dal 26,9% del 2010 al 15% del 2011, sino all’attuale 9,5%, che rappresenta in assoluto il punto più basso dal 2004 (36,5%) ad oggi.
Magistratura: tra problemi strutturali del sistema-giustizia e tensioni interne. Il livello di fiducia nella Magistratura tocca quest’anno il 36,8%, ben 17 punti percentuali in meno rispetto alla precedente rilevazione (53,9%). Si tratta del dato più basso registrato dopo il 38,6% del 2006. Considerando la serie storica, il 2012 segna una rottura rispetto al trend nel complesso positivo, anche se altalenante, dal 2004 (52,4%) al 2011 (53,9%). I fattori che hanno influito su questo orientamento possono essere molteplici: il mal funzionamento della giustizia italiana, i processi infiniti, l’inadeguatezza delle leggi, l’imparzialità dei magistrati, sono problemi ampiamente dibattuti e oggetto di numerose e sempre più accese critiche. Accanto ai nodi storici e mai risolti, nel corso del 2011 se ne sono sviluppati, poi, di nuovi e, per certi versi, più complessi. La tensione tra politica e Magistratura ha toccato lo scorso anno picchi rilevabili soltanto nel biennio 1992-1994. Le indagini che hanno visto il coinvolgimento di alcuni magistrati hanno avuto un’eco importante nell’opinione pubblica. Gli scontri aperti tra alcune procure in ordine ad importanti inchieste giudiziarie e, non ultimo, alcuni eclatanti casi di cronaca giudiziaria hanno alimentato il senso di sfiducia nei confronti della Magistratura.
Forze dell’ordine: le più amate. Tra le Istituzioni, quelle più apprezzate e sulle quali si ripone un’ampia fiducia vi sono le Forze dell’ordine. Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza che raggiungono sempre, in tutte le rilevazioni annuali, quote di consenso molto ampie. Al primo posto – si potrebbe dire come tradizione – figura l’Arma dei Carabinieri con un livello di consenso pari al 75,8%, seguito dalla Polizia di Stato con il 71,7% e dalla Guardia di Finanza con il 63,3%. Un trend di crescita costante negli anni, che è passato per i Carabinieri dal 57,4% del 2008 al 75,8% di quest’anno. Lo stesso vale per la fiducia nella Polizia di Stato, passata dal 50,7% del 2008 al 71,7% del 2012. Un lieve calo accusa la Guardia di Finanza che passa dal 64,1% del 2011 all’attuale 63,3%, ma che comunque rispetto al 2008 (46,3%) mantiene un trend decisamente positivo.
Forze armate, Servizi segreti e Corpo forestale dello Stato. Il livello di fiducia nelle Forze Armate si attesta al 67,8% (non ha fiducia invece 31,1%); i consensi sono soprattutto espressi tra i 18-24enni (33% molta fiducia e 42% abbastanza fiducia) questo posiziona le Forze Armate come la prima Istituzione quanto a fiducia riscossa tra i giovani. Ottimi risultati ottiene il Corpo Forestale dello Stato che con il 68,1% dei consensi cresce rispetto allo scorso anno (64,6%) e si inserisce allo stesso livello delle altre Forze di polizia. I Servizi segreti compiono quest’anno un balzo in avanti, raccogliendo la fiducia del 40,6% dei cittadini e segnando un aumento di ben 10 punti percentuali rispetto al 30,5% del 2011.
La Chiesa torna a crescere, insieme alla scuola. Sempre peggio per associazioni degli imprenditori, la PA, sindacati e partiti. La Chiesa cattolica torna ai livelli del 2010 dopo il calo dello scorso anno (40,2%), attestandosi al 47,3%. Parallelamente, le altre confessioni religiose segnalano una lieve crescita rispetto al dato 2011 (22%) passando al 22,7% nel 2012. Lieve flessione anche per le associazioni di volontariato, che godono, comunque, di un consenso altissimo: 71,3% nel 2009, balzato all’82,1% nel 2010, diminuito nel 2011 al 79,9% e attestatosi oggi al 77,4%. Le associazioni dei consumatori conquistano un buon risultato raccogliendo il 52,1%, ma con un calo rispetto al 55% dello scorso anno. In calo le associazioni degli imprenditori, che erano passate dal 21% del 2009 al 35,7% del 2010, scendendo ancora al 28,6% nel 2011 e arrivando quest’anno al 20,9%. Soffre anche la Pubblica amministrazione, che passa dal 19,5% al 17%. I sindacati, calano ancora arrivando al 17,2% dei consensi (21,3% nella scorsa rilevazione). I partiti politici declinano progressivamente e inesorabilmente nella fiducia degli italiani: si passa dal 12,8% del 2009 al 12,1% del 2010 e si assiste infine al crollo, segnalato nel 2011 al 7,1% e quest’anno al 6,8%; un dato questo che si lega al numero di quanti hanno dichiarato di non sentirsi rappresentati da nessuno degli schieramenti politici (40%). Cresce infine la fiducia nella scuola che nel 2011 raccoglieva il 43,7% e quest’anno arriva al picco (nelle rilevazioni dal 2009 ad oggi) del 48,9%.
Governo Monti: scetticismo sul versante economico, maggiore fiducia nell’aumento di credibilità nel contesto internazionale. Lo scetticismo sembra prevalere, rispetto alla fiducia nella capacità dell’attuale Governo di rilanciare la nostra economia, mentre un cauto ottimismo si manifesta nella capacità di tenere alta l’immagine dell’Italia nel contesto internazionale (48,2%). Il 40,6% ha fiducia (molta 8,6%, abbastanza 32%) nella possibilità di risanare i conti; il 30,8% punta sulla capacità del Governo di garantire unità e coesione al Paese e il 29,5% è fiducioso in un nuovo impulso all’economia. Solamente il 17% crede che il Governo riuscirà a far crescere l’occupazione. Emblematico è il 67,2% delle risposte che indica mancanza o poca fiducia nel Governo nel dare nuovo impulso all’economia.
L’opinione più diffusa tra i cittadini è che il Governo tecnico termini alla fine della legislatura (35,9%), segue il 26,6% di quanti pensano che l’esecutivo dovrebbe durare sino a quando non avrà raggiunto gli obiettivi per cui è stato formato; il 5,4% auspica la durata più lunga possibile, mentre il 21,2% vuole lo scioglimento quanto prima per consentire le elezioni e il 10,9% non sa o preferisce non fornire alcuna risposta.
Il giudizio sulla manovra “Salva Italia”. Soltanto per il 7,2% dei cittadini la manovra è stata equa. Il 45,9% crede che la manovra sia stata dura solo con i ceti più deboli e il 38,6% afferma che la manovra ha penalizzato i ceti medi, privilegiando le classi abbienti. In molti affermano che il Governo Monti sia espressione delle banche, l’opinione degli italiani è che questo corrisponda al vero nel 58,3% dei casi (30,8% abbastanza; 27,5% molto), non la pensa così il 26,6% (18,9% poco; 7,7 per niente) e una buona parte non ha saputo esprimere un giudizio (14,5). Da alcuni settori della politica, dei media e dell’opinione pubblica è stato sottolineato come l’attuale governo rappresenti una sospensione della democrazia: per la maggior parte dei cittadini italiani (46,5%) questa affermazione non è condivisibile, il 29,8% invece condivide questa opinione, mentre sono in molti (23,7%) a non saper dare un’indicazione precisa o a non voler fornire una risposta in proposito. La tesi della sospensione della democrazia è condivisa soprattutto da coloro che si dichiarano di centro-destra (40,9%) e di destra (42,9%). Per i cittadini, due sono le cause maggiori che hanno portato alle attuali difficoltà del Paese: l’incapacità della classe politica (52,9%) e della classe dirigente in generale (30,8%), segue a distanza l’impossibilità di governare una crisi di dimensioni internazionali (8%) e l’inadeguatezza e la forte burocratizzazione della Pubblica amministrazione (2,3%). Il fallimento del modello capitalistico, le previsioni errate degli economisti e l’inadeguatezza dei sindacanti vengono indicati in percentuali minime (1,5%, 0,5% e 0,3%).
La partecipazione e la questione irrisolta della legge elettorale. Nell’indagine annuale, l’Eurispes ha cercato di riflettere sulla partecipazione elettorale della popolazione. Se, infatti, nel 2003, l’82,7% dei cittadini dichiarava di recarsi ai seggi sempre, nel 2008 solo il 77,1% dichiara di fare altrettanto, una percentuale lievemente aumentata nel 2011 (79,1%) e ancora di più quest’anno, tornato ai livelli del 2004 (84,1%). Rispetto al passato, inoltre, diminuisce la percentuale degli astensionisti convinti, di chi ammette cioè di non votare mai (2,5% nel 2004, l’1,2% nel 2012), diminuisce inoltre rispetto all’anno scorso la quota di chi sostiene di farlo solo qualche volta (dal 15% all’11,7%). Il 9,4% dichiara già con certezza che non andrà a votare alle prossime elezioni e il 18,3% si dichiara indeciso a riguardo. Il 72,1% afferma di avere intenzione di farlo. Per quanto riguarda il sistema delle preferenze, l’orientamento generale dell’opinione pubblica è quello della reintroduzione dell’espressione diretta di voto al proprio candidato. Nel 2010, infatti, l’83,1% del campione si dichiara favorevole a questa possibilità, e nel 2011, pur calando lievemente, la percentuale delle risposte affermative si assesta sull’80%. Nel 2012 la percentuale scende ancora al, pur sempre alto, 78,2%. A calare, rispetto all’anno scorso, sono coloro che si sono dichiarati contrari a questa eventualità, passati dal al 7,3% al 5,6%, mentre aumenta la quota di persone che non ha una posizione chiara in merito (dal 12,7% al 16,2%) e che, forse, sfiduciata dal clima politico attuale, non crede possa bastare introdurre le preferenze per risanare la situazione.

LA CONDIZIONE ECONOMICA DELLE FAMIGLIE

Economia: un anno da dimenticare per l’Italia. La situazione economica del Paese secondo il 67% degli italiani è nettamente peggiorata negli ultimi dodici mesi; si tratta del dato più “nero” registrato dalle rilevazioni dell’Eurispes dal 2004, e in forte aumento (+15,2%) rispetto a quanto emerso lo scorso anno. La constatazione di un netto peggioramento della situazione economica dopo aver subito un drastico calo nel 2007, quando si registravano solo il 27,8% di giudizi negativi rispetto ad un andamento medio di oltre il 45% tra il 2004 e il 2005, ha seguito un trend crescente (37,6% nel 2008; 47,1% nel 2010; 51,8% nel 2011; 67% nel 2012). Allo stesso tempo, la quota di quanti ritengono la situazione peggiorata, ma di poco, diminuisce passando dal 29,8% del 2011 al 26,6% di quest’anno. In drastico ribasso anche il numero di quanti indicano che negli ultimi dodici mesi l’economia del Paese si sia mantenuta sostanzialmente stabile (12,4% nel 2011 contro il 3,9% nel 2012). Coloro che pensano che il Paese abbia migliorato (poco o tanto) la propria economia, nel corso degli ultimi dodici mesi, sono solamente l’1,4%, un dato mai riscontrato con tale pochezza: erano il 3,7% dodici mesi fa, quasi il 6% nel 2010, il 7,4% nel 2004, per non parlare del 14,2% del 2007.
La speranza non è nel miglioramento, ma almeno nella stabilità. I cittadini italiani non nascondono le preoccupazioni per il prossimo anno: solo il 6,1% pensa che la situazione economica migliorerà, a fronte di un 56,6% che pronostica un peggioramento, mentre il 26,9% si attende una condizione di stabilità. Desta impressione il ricordare che solo cinque anni fa oltre un terzo del campione prevedeva un miglioramento nella condizione economica per l’anno successivo.
La condizione economica delle famiglie. Dalla situazione economica del Paese alla propria condizione materiale il passo è breve: inevitabilmente la condizione economica del Paese viene considerata una premessa logica della salubrità o insalubrità delle proprie finanze. I tre quarti del campione (74,8%) hanno infatti testimoniato un peggioramento della propria situazione economica durante gli ultimi dodici mesi, in un’equa ripartizione tra “forte” e “lieve” peggioramento. Rispetto alle classi d’età sono i più anziani ad indicare un deterioramento della propria condizione economica oltre la media, nel corso dell’ultimo anno: 81,5% rispetto al 74,8%.
Italiani alle prese con la contrazione del reddito. Oltre un quarto del campione (26,2%) ha chiesto negli ultimi tre anni un prestito bancario che è stato attivato per soddisfare esigenze di base: ai primi posti si collocano il mutuo per l’acquisto della casa (41,9%) e il pagamento di debiti accumulati (33,1%). Quest’ultima indicazione, unita alla quella relativa del debito contratto per saldare prestiti con altre banche o finanziarie (20,9%), testimonia il rischio della moltiplicazione del debito familiare secondo modalità usurarie: si apre un mutuo per pagare un debito pregresso, entrando in un circolo mefitico potenzialmente letale. Inoltre, nel 13,6% dei casi il prestito è stato chiesto per sostenere i costi di matrimoni, cresime o battesimi, mentre nell’9,8% è servito a coprire le spese mediche e solo nel 2,8% è stato utilizzato per poter andare in vacanza. Quando si parla di prestiti bancari è bene precisare che spesso non si tratta di cifre astronomiche: oltre il 35% di chi ha ammesso di aver chiesto un prestito negli ultimi tre anni non ha superato l’importo di 10mila euro, mentre solo il 18% ha sforato i 100mila euro.
Quasi la metà delle famiglie italiane (48,5%) è costretta a usare i risparmi per arrivare a fine mese, e comunque incontra qualche difficoltà a superare la fatidica “quarta settimana” (45,7%), mentre il 27,3% dichiara di non arrivare a fine mese. Oltre il 70% riferisce di non riuscire a risparmiare, contro il 15,7% di quanti riescono a mettere da parte del denaro; un quarto (24,9%), inoltre, ha difficoltà a pagare la rata del mutuo e quasi un quinto (18,6%) ha lo stesso problema con il canone di affitto.
Risparmio, addio. La quota di quanti ritengono di poter “certamente” risparmiare, nei prossimi dodici mesi, è inferiore al 5%, mentre quelli che pensano “probabilmente” di riuscire a mettere da parte una porzione di reddito arrivano al 13,1%. Per il 38,2% è probabile che non ci sarà possibilità di risparmio e le indicazioni di assoluta certezza dell’impossibilità di non poter risparmiare nei prossimi mesi raggiungono il 34,8%.
I consumi delle famiglie. Oltre i tre quarti degli italiani (73,6%) hanno avvertito (“molto” 28% e “abbastanza” 45,6%) una perdita del proprio potere di acquisto, nel corso del 2011. In una fase di contrazione dei consumi, in seguito alla crisi economica, gli italiani tendono a tagliare le spese superflue e i piccoli/grandi lussi della quotidianità: rispetto alla rilevazione dello scorso anno aumenta il numero di quanti tagliano le spese per i regali (dal 77,8% del 2011 all’82,7% del 2012, +4,9%) e per viaggi o vacanze (dal 70% al 72,2%). L’acquisto dei prodotti in saldo (75,4%; nel 2011 74,5%) e di abbigliamento in punti vendita più economici (73,4; nel 2011 71,3%) sono altre strategie anti-crisi largamente diffuse. Una tendenza al risparmio sembra coinvolgere anche i prodotti alimentari, anche se, rispetto allo scorso anno, si registra una lieve inversione di rotta per gli acquisti nei discount (da 55,6% al 52,1% di quest’anno) e per il cambio di marca di un prodotto alimentare se più conveniente (dal 67,8% al 65,9%). Infine, le spese per il tempo libero hanno subìto una riduzione nel 67,2% dei casi e quelle per i pasti fuori casa nel 68% dei casi. Non manca chi ha preferito rivolgersi al mercato dell’usato per i propri acquisti (21,5%) e sono in molti (32,9%) a cercare sconti e promozioni online.
Quasi tre quarti degli intervistati (73,1%) limita le uscite fuori casa; il 56,7% sostituisce la pizzeria con le cene casalinghe in compagnia degli amici e una percentuale pressoché identica rimpiazza il biglietto del cinema con il dvd (oppure guarda il film in streaming su Internet). La crisi economica fa guadagnare tempo allo stare in famiglia, come ha dichiarato il 67,9% degli intervistati (che diventano il 75,6% nelle Isole e il 76,2% nel Centro Italia). Quando si rivolgono alle bancarelle, i consumatori prediligono l’acquisto di prodotti per la casa, di abbigliamento e – in misura minore – di calzature e di prodotti alimentari, tralasciando completamente i cosmetici, considerati forse a rischio di contraffazione. Il canale di vendita privilegiato dai consumatori è la grande distribuzione organizzata (56,1%), seguita a distanza da discount (16,6%), negozi di vicinato (15,3%) e dai mercati diretti di vendita degli agricoltori (10,7%).
Il valore del made in Italy. Acquistando prodotti alimentari oltre due terzi dei consumatori (77,6%) privilegiano il made in Italy. Sono due terzi del totale (76,8%) quanti affermano di controllare l’etichettatura e la provenienza degli alimenti che acquistano. Quasi la metà (46,4%) compra spesso prodotti Dop, Igp, Doc. Meno di un terzo (30,7%) sceglie invece, al momento dell’acquisto, i prodotti alimentari più economici, indipendentemente dalla loro provenienza.
La nettissima maggioranza degli italiani (79,4%), quando si parla di made in Italy, intende prodotti con materie prime, lavorazione e confezionamento italiani. Il 10,7% è convinto invece che le materie prime possano anche non essere italiane, purché lo sia la lavorazione, mentre per il 7,9% le materie prime devono essere italiane, ma lavorazione e confezionamento possono essere anche stranieri.
Si ricorre alle rate soprattutto per l’acquisto dei beni durevoli. L’acquisto tramite rateizzazione, che ha interessato nell’ultimo anno oltre un quarto degli intervistati (25,8%), viene effettuato soprattutto per beni considerati “durevoli”: elettrodomestici (49,2%), automobile (46,4%), pc e telefonini (25,6%), arredamento per la casa (28,9%), moto e scooter (14,4%); la necessità di accedere alla rateizzazione anche per far fronte a cure mediche costituisce, di contro, un aspetto inquietante e da tenere in conto nel momento in cui si procede all’ulteriore alleggerimento della sanità pubblica.
Lo specchio della crisi: i “Compro-Oro”, la vendita di oggetti online e il rischio usura. Il combinato tra la restrizione dell’accesso al prestito bancario e la fiducia ai minimi storici verso gli istituti bancari hanno introdotto forme di prestito “informale” e hanno fatto proliferare nelle nostre città esercizi commerciali come i “Compro-Oro”, ai quali si è rivolto, nell’ultimo anno, l’8,5% degli intervistati (Isole: 9,9%; Sud: 9,8%; Nord-Ovest: 8,5%; Nord-Est: 8,2% e Centro: 7,1%). In parallelo, la vendita di oggetti/beni attraverso canali di compravendita on line come eBay è stata utilizzata dal 12,4% degli intervistati.
Molto preoccupante il dato relativo a quanti, non potendo accedere a prestiti bancari, si sono rivolti a privati (non parenti e né amici) per chiedere soldi in prestito: il 6,3%. Occorre inoltre considerare, che una domanda così diretta su un fenomeno sommerso come l’usura, raccoglie fisiologicamente sempre meno indicazioni di quelle reali.

IL POSSESSO DEI BENI MATERIALI, IL CONSUMISMO

Solo il 3,1% non ha una Tv. La maggior parte ne possiede due (43,9%) o tre (22,8%). Stando ai risultati emersi dall’indagine dell’Eurispes di quest’anno, quasi la metà del campione (43,9%) possiede due televisori, seguito dal 22,8% di coloro che ne hanno tre e dal 21% che dichiara di averne uno soltanto, mentre l’8,6% ne possiede addirittura quattro o più, contro il 3,1% di coloro che ne fanno a meno. Per quanto riguarda i computer è invece il 47,2% ad averne uno in casa, seguito dal 27,2% di chi ne possiede due, dal 12,8% di coloro che dichiara di non averne, dal 7,3% di chi ne possiede tre e dal 4,2% che ne ha quattro o più.
Hi-Fi e Dvd in oltre la metà delle case. Ad essere dotato di un impianto Hi-Fi è il 54,9% degli intervistati, contro il 33,4% di chi non lo possiede, mentre è in possesso di un lettore Dvd il 58,8%, contro il 17,9% e il 17,2% di coloro che dichiarano di averne rispettivamente nessuno e due. La consolle per videogiochi (Playstation, PSP, XBox e /o Wii) resta ancora fuori da più di metà (57,8%) delle nostre case, essendo posseduta da un terzo del campione (30,2%) e dal 6,6% di coloro che dichiarano di averne due. A possedere uno o più Tablet è invece il 16,9%, contro il 78,7% di chi non lo possiede. Il lettore Mp3 vede una suddivisione abbastanza equa tra chi non lo possiede (39,7%) e chi ne ha uno (36%), facendo registrare un possesso multiplo nel 20,1% dei casi (il 15,1% ne possiede due, il 3,3% tre e l’1,7% 4 o più).
Tutti con il cellulare: l’81,4% ne ha almeno uno di base. Uno su due ha in tasca o in borsa uno smart-phone. Parlando di cellulari con funzioni base, il 35,4% ne ha uno, il 25,7% ne ha due, l’11,5% tre e l’8,8% quattro o più, di contro il 15,5% dichiara di non possederne. Possiede uno smart-phone quasi la metà del campione (47%): il 25,4% ne uno, il 14,5% ne ha due, il 5% arriva a quota tre e il 2,1% a quattro; l’altra metà (48,2%) non possiede uno smat-phone.
La propensione agli abbonamenti: Internet, satellitari e digitali. La disponibilità del collegamento ad Internet per mezzo di un abbonamento è ormai largamente diffusa (75%). Per quanto Internet sia di uso comune, lo stesso non si può dire dei canali satellitari e digitali a pagamento: tra questi esiste comunque un distacco, che vede il 27,8% degli intervistati pagare un canone di abbonamento per usufruire dei canali messi a disposizione dalla Tv satellitare e il 17,7% preferire (o avere in aggiunta) i canali digitali a pagamento.
Le abitudini allo svago tra rinuncia e fruizione. La crisi ha pesato parecchio sulle tasche e ha inevitabilmente inciso sulle abitudini di consumo. Il “lusso” a cui gli italiani non rinunciano volentieri è la frequentazione di locali e ristoranti: ad indicare di avere pranzato o cenato fuori qualche volta e spesso nel corso 2011 è rispettivamente il 41,7% e il 9,4% del campione. Tutte le altre risposte fanno invece registrare un comportamento contrario: che si tratti di acquistare oggetti di antiquariato, di frequentare centri benessere, di fare acquisti in gioielleria o di comprare biglietti per concerti e rappresentazioni teatrali, nell’anno appena trascorso sono almeno i tre quinti del campione a dichiarare di non avere destinato mai, o di averlo fatto raramente, parte della propria spesa per seguire le abitudini sopra citate. Nello specifico l’87,7% non ha mai acquistato beni antiquari, il 77% non ha mai frequentato un centro benessere e il 13,3% lo ha fatto solo qualche volta; il 66,5% non ha mai fatto acquisti in gioielleria (e lo ha fatto raramente nella misura del 24,3%, contro il 7,5% che dichiara di averlo fatto qualche volta), mentre a non avere mai speso soldi per l’acquisto di biglietti per concerti o teatro è il 59%, seguito dal 25,3% di coloro che lo hanno fatto raramente e dall’11,8% di quanti invece qualche volta non vi ha rinunciato. Ancora, tra chi non ha fatto alcun viaggio al di là delle vacanze estive, chi ha rinunciato all’acquisto di capi di marca e ai trattamenti estetici troviamo il 49,2%, il 40,4% e il 40,3% degli intervistati, cui si aggiunge più di un quarto del campione che dichiara di averlo fatto soltanto qualche volta nel corso dell’ultimo (20,9%, 20,7% e 21,8%).
“Italie” a confronto. Aggregando le risposte “qualche volta” e “spesso” è possibile tracciare un ideal-tipo di comportamento che distingue il meridionale dal settentrionale dall’italiano del Centro. A considerare più degli altri le attività e le abitudini proposte come “irrinunciabili” sono gli abitanti del Nord-Ovest e quelli delle Isole. I primi infatti hanno dichiarato di aver mangiato “qualche volta” e “spesso” al ristorante nel 67,5% dei casi, contro una media tra le altre regioni del 47,7% e di aver viaggiato per svago, oltre alle vacanze estive, nel 32% dei casi contro una media del 20,8%. Gli isolani primeggiano per l’acquisto di scarpe, calzature e borse firmate (38,7% contro 21,4% di media delle altre regioni), l’attenzione ai trattamenti estetici (40,1% contro 29,5%, tenendo presente che il Nord-Ovest si attesta a quota 36,5%), l’acquisto di biglietti per concerti o spettacoli teatrali (21,8% contro 12,3% di media, su cui incide il 18% del Nord-Ovest) e l’acquisto di gioielli (ben 20,4% contro 6,4%). In fondo alla classifica, tra le attività meno praticate, troviamo il 13% di quanti nel Nord-Ovest dichiarano di aver frequentato centri benessere contro una media del 7,5% e il 4,9% di isolani che hanno reso noto di aver effettuato spese per l’acquisto di oggetti di antiquariato contro una restante media del 2%. La relazione diretta esistente tra il conseguimento di un titolo di studio e l’occupazione lavorativa indica che coloro che hanno conseguito un livello di istruzione inferiore hanno una minore propensione ad usufruire di passatempo e destinare le proprie risorse economiche (presumibilmente inferiori rispetto a coloro che hanno un titolo di studio superiore) ad attività accessorie, non necessarie. Nella lista dei “mai”, confrontando questi con chi possiede invece una laurea o un master, troviamo infatti il 96,4% e l’82,5% di quanti non hanno fatto acquisti da un antiquario, il 94,5% contro il 41,3% di coloro che non hanno assistito a pagamento a concerti o rappresentazioni, il 92,7% contro il 32% di coloro che non sono stati in vacanza se non durante il periodo estivo, il 90,9% conto il 67% di quanti non hanno usufruito dei servizi offerti all’interno dei centri benessere, l’89,1% contro il 58,1% di coloro che hanno risparmiato sulla spesa in gioielleria, il 67,3% contro il 26,7% di chi ha acquistato capi d’abbigliamento non griffati, il 56,4% contro il 32,7% di coloro che hanno preferito non usufruire di trattamenti estetici e il 45,5% contro solamente il 3,3% di quanti, infine, non sono mai stati al ristorante nel corso del 2011.

ITALIA, UN AMORE DIFFICILE

Un Paese a corto di speranza. Quando si chiede agli italiani di guardare all’odierna situazione del Paese, e di esprimere in merito un sentimento prevalente, ben il 63,2% si dice “spesso” (45,5%) o “sempre” (17,7%) sfiduciato. Altrettanto diffusa è poi una sensazione di impotenza, da intendersi anche come incapacità o impossibilità di incidere attivamente per migliorare l’attuale condizione, condivisa (spesso 33,8% e sempre 23,9%) dal 57,7%. Circa un terzo dichiara, inoltre, di non sentirsi “mai” né ottimista (35,1%) né sereno (32,8%) guardando al presente dell’Italia. L’immagine di un Paese a corto di speranza e di ottimismo appare rafforzata, guardando soprattutto alle fasce di età in cui tali sentimenti risultano prevalenti: sono infatti i giovani tra i 25 e i 34 anni, ovvero le classi “biologicamente” più proiettate verso il futuro, a dichiararsi, in oltre il 75% dei casi, “spesso” o addirittura “sempre” sfiduciate.
Con le mani legate? Le ragioni che sono alla base di uno stato d’animo collettivo così marcatamente segnato da sentimenti di sfiducia e di impotenza, sono ovviamente molteplici e di non facile individuazione. Il peggioramento del quadro economico ed occupazionale, una congiuntura internazionale decisamente poco favorevole e i rischi emersi negli ultimi mesi relativi proprio al “caso italiano” in Europa, sono tutti elementi che possono aver contribuito a diffondere una sensazione di insicurezza e di debolezza nell’opinione pubblica, anche a prescindere dalla condizione personale. La domanda “Come cittadino italiano oggi sente limitata la sua libertà di iniziativa?” è stata utile per comprendere almeno una delle ragioni che possono essere ritenute alla base del clima attuale. Ben il 40,6% dei cittadini ha affermato di sentirsi “abbastanza” limitato e il 18,9% addirittura “molto”: quasi due italiani su tre (59,5%) sperimenterebbero dunque questa spiacevole sensazione di impedimento. Di contro, solo il 13,1% non ha assolutamente questa sensazione e il 25,4% la sperimenta in misura decisamente lieve. Non stupisce che siano ancora una volta i giovani, e in particolare i giovanissimi (18-24 anni), a sentirsi limitati nella libertà di iniziativa, complessivamente nel 69,6% dei casi (molto 20,5% e abbastanza 49,2%), cui va a sommarsi il 64,4% dei 25-34enni (molto 22% e abbastanza 49,1%).
Impegno e sacrifici. Vale la pena? Pronti a definirsi ristretti nei confini di un Paese che li lascia insoddisfatti rispetto alla possibilità di esprimere la loro libera iniziativa, gli italiani non sembrano tuttavia molto propensi a spendersi in prima persona per la sorti collettive: la maggioranza del campione (59,6%) si è infatti detto “poco” (42,9%) o “per niente” (16,7%) stimolata ad impegnarsi per la ripresa del Paese; a fronte di un 38,3% che si è invece definito “abbastanza” (30%) o “molto” (8,3%) spronato in tal senso. Il quadro cambia, almeno parzialmente, quando si chiede se valga la pena fare sacrifici per superare l’attuale momento di difficoltà dell’Italia: oltre la metà (53,1%) si esprime in questo caso in senso positivo, giudicando “abbastanza” (41,3%) o “molto” (11,8%) utili i sacrifici richiesti per far fronte allo scenario di crisi attraversato dal Paese. Occorre comunque segnalare che gli scettici arrivano a circa il 45% (il 32% è poco d’accordo con l’idea che sia utile fare sacrifici e il 13,1% non lo è per niente).
Eppure vivere in Italia è ancora considerata una fortuna. A mutare radicalmente il quadro sin qui tracciato sono soprattutto le risposte fornite alla domanda: “Per lei vivere in Italia è una fortuna o una sfortuna?”: nel bilancio degli aspetti positivi e negativi, evidentemente ritenuti importanti per la propria vita, il 72,4% non ha dubbi: vivere in Italia è una fortuna. Non la pensa invece così il 26% di quanti indicano il vivere in Italia come una sfortuna.
Cara mia, non so se ti lascio. Se nell’anno che precede l’avvio della “grande crisi”, il 2006, solo il 37,8% si dichiarava disponibile a lasciare il proprio Paese, cinque anni più tardi (2011) la percentuale era aumentata di quasi tre punti (40,6%). Parallelamente, calava però di oltre 10 punti percentuali la quota di coloro che non si sarebbero trasferiti (dal 58% al 47,7%), a vantaggio di quanti non sapevano rispondere o non rispondevano affatto al quesito. Un anno dopo, nel 2012, la situazione si presenta sorprendentemente identica, per quanto concerne la platea delle persone disponibili al trasferimento, ferme a quota 40,6%; nello stesso periodo è, però, diminuita la percentuale di coloro che non contemplano la possibilità di trasferirsi in un altro paese (dal 47,7% al 45,2%), e contemporaneamente è cresciuto di ben 2,5 punti il numero di incerti. Nel complesso, negli ultimi 12 mesi si registra dunque, se non proprio una maggiore disponibilità ad emigrare, certamente una diminuzione di contrari e un deciso avanzamento dell’area di incertezza.
Ancora cervelli in fuga? All&