di Roberto Malini
La vicenda della metaniera russa Arctic Metagaz, alla deriva nel Mediterraneo con un carico di GNL, gas naturale liquefatto, gasolio e olio combustibile pesante, mostra in modo drammatico ciò che spesso viene rimosso dal linguaggio ordinario delle autorizzazioni, delle conferenze dei servizi, delle valutazioni tecniche e dei progetti industriali. Il GNL non è una sigla neutra. Non è una parola da inserire in una tabella, come se riguardasse soltanto volumi, portate, serbatoi, distanze, linee di trasporto e procedure di sicurezza. È una sostanza energetica che richiede condizioni estreme, apparati complessi, manutenzione continua, controllo rigoroso e, soprattutto, un contesto adeguato.
Quando qualcosa va storto, come nel caso della nave alla deriva al largo della Libia, il GNL smette immediatamente di appartenere alla rassicurante lingua della tecnica e ritorna alla sua natura più concreta. Diventa un carico enorme, fragile, pericoloso, difficile da governare. Diventa un problema ambientale, marittimo, politico, diplomatico, militare, sanitario. Diventa paura per le coste, per il mare, per le comunità che potrebbero essere investite dalle conseguenze di un incidente. Secondo quanto riportato dai media internazionali, la Arctic Metagaz, lunga 277 metri, sarebbe rimasta alla deriva dopo un’esplosione e un incendio a bordo. Trasporterebbe 62.000 tonnellate di GNL, oltre a centinaia di tonnellate di gasolio e olio combustibile. I tentativi di traino sarebbero falliti più volte, anche a causa del maltempo, fino alla dichiarazione della nave come “completamente fuori controllo”.
È un’immagine potente e inquietante: una struttura concepita per contenere e trasportare energia diventa essa stessa un oggetto minaccioso, un corpo fuori controllo nel Mediterraneo. Naturalmente un impianto terrestre va considerato attentamente proprio per la sua enorme pericolosità, immediatamente vicina a una città popolosa e vulnerabile, mentre un’autocisterna non è una nave da 277 metri. Sarebbe scorretto confondere scenari tecnici diversi. Ma sarebbe altrettanto scorretto rifiutare la lezione generale che da quella vicenda emerge con evidenza. Ogni infrastruttura legata al GNL vive dentro una catena di rischio. Più quella catena si avvicina alle case, alle scuole, alle strade urbane, ai quartieri abitati, ai fiumi, alle falde, agli spazi in cui si svolge la vita quotidiana delle persone, più la domanda non può essere solo se l’impianto “funzioni” in condizioni ordinarie. La domanda vera è che cosa accade quando qualcosa non funziona. È qui che la questione di Pesaro, dell’area Fox Petroli e della Tombaccia assume un valore che va oltre il singolo procedimento amministrativo. Un impianto GNL collocato in prossimità dell’abitato non è soltanto un’opera produttiva. È una trasformazione radicale del rapporto fra industria e città.
Significa introdurre vicino alle famiglie, ai bambini, agli anziani, ai lavoratori, ai passanti, alle abitazioni, una tecnologia che richiede temperature criogeniche estreme, circa meno 162 gradi centigradi, sistemi di stoccaggio altamente specializzati, dispositivi di sicurezza permanenti e movimentazione di autocisterne. La domanda è semplice, ma decisiva. È accettabile che una simile filiera attraversi o lambisca luoghi dove vivono persone innocenti, famiglie con bambini, cittadini che non hanno scelto di abitare accanto a un rischio industriale rilevante? Il GNL viene spesso presentato come una soluzione più pulita rispetto ad altri combustibili fossili. Ma questa narrazione è parziale. “Più pulito” non significa innocuo. “Energetico” non significa compatibile con qualunque contesto. “Autorizzabile” non significa opportuno. E soprattutto una valutazione tecnica non dovrebbe mai separare l’impianto dal luogo in cui viene inserito. Un deposito o un sistema di movimentazione GNL in un’area remota, industrialmente attrezzata e lontana dall’abitato pone un tipo di questione.
Un impianto in prossimità delle case, lungo percorsi urbani, accanto a un quartiere, vicino a un fiume e in un sito con una storia industriale delicata, ne pone un’altra, radicalmente diversa. La vicenda della metaniera alla deriva insegna anche un’altra cosa: l’emergenza non rispetta i confini delle competenze. Quando si verifica un incidente, non basta più dire che un ente aveva dato un parere, che un altro aveva posto prescrizioni, che una procedura era formalmente conclusa. Intervengono la navigazione, l’ambiente, la sicurezza, la sanità pubblica, la protezione civile, la politica internazionale, la capacità di risposta operativa. Tutto diventa improvvisamente interdipendente.
Il rischio industriale, quando si manifesta, non resta dentro il perimetro dell’impianto. A maggior ragione, in una città, il principio di precauzione non è un lusso ideologico, ma una forma elementare di intelligenza pubblica. Non significa bloccare ogni attività per paura. Significa riconoscere che alcune attività, in alcuni luoghi, con alcune condizioni ambientali e urbanistiche, non dovrebbero essere autorizzate se esistono incertezze significative sulla sicurezza, sulla salute, sulla vulnerabilità del territorio e sulla capacità di gestire scenari incidentali. Nel caso dell’area Fox Petroli, le preoccupazioni non riguardano soltanto il futuro impianto GNL. Riguardano anche il passato e il presente del sito. La presenza di serbatoi interrati obsoleti, fermi da oltre vent’anni e qualificati come rifiuti da rimuovere secondo le indicazioni richiamate da ARPAM e Comune, pone un tema ambientale preliminare. Prima ancora di discutere nuove infrastrutture energetiche, bisognerebbe conoscere fino in fondo lo stato del suolo, del sottosuolo e delle acque sotterranee. Non basta dire che alcune analisi superficiali non hanno rilevato superamenti. Occorre sapere se sono state indagate anche le profondità rilevanti, le falde più profonde, le possibili contaminazioni storiche, le interazioni con il fiume Foglia. In altre parole, non si può costruire il futuro sopra un’incertezza rimossa. La città ha diritto a una risposta chiara. Ha diritto di sapere se il sito è davvero compatibile con un impianto GNL.
Ha diritto di sapere se il traffico delle autocisterne attraverserebbe aree urbane o prossime alle abitazioni. Ha diritto di sapere quali sarebbero gli scenari di incidente, quali distanze di sicurezza sarebbero previste, quali piani di emergenza coinvolgerebbero i residenti, quali conseguenze potrebbero esserci in caso di perdita, incendio, esplosione, guasto, errore umano o evento esterno. Perché il punto non è soltanto l’impianto in sé. Sono anche le autocisterne. Una filiera GNL non vive ferma nel disegno progettuale. Si muove. Entra ed esce. Circola. Attraversa strade. Si avvicina a rotonde, incroci, abitazioni, luoghi di lavoro. Ogni viaggio aggiunge un frammento di rischio. Ogni manovra, ogni sosta, ogni passaggio vicino alla vita quotidiana dei cittadini diventa parte del problema. E quando un rischio industriale esce dal recinto e comincia a percorrere la città su gomma, la sua natura cambia. Non è più solo rischio d’impianto. È rischio territoriale.
La tragedia potenziale della nave alla deriva nel Mediterraneo ci ricorda che le infrastrutture energetiche non sono mai isolate dal mondo. Dipendono dal clima, dalla manutenzione, dalla geopolitica, dalla qualità dei controlli, dalla capacità di soccorso, dalle condizioni del mare o delle strade, dagli errori, dagli imprevisti, perfino dai conflitti. Il linguaggio tecnico tende a immaginare sistemi ordinati, scenari previsti, catene di controllo. Ma la realtà introduce sempre una quota di disordine. Il principio di precauzione nasce proprio per questo: perché non tutto ciò che è improbabile è impossibile e non tutto ciò che è autorizzabile è giusto. Pesaro, la domanda allora non dovrebbe essere soltanto se il progetto GNL possa essere adattato per superare un parere negativo o per ottenere un nuovo via libera.
La domanda dovrebbe essere più alta e più civile. Che idea di città vogliamo costruire? Una città che avvicina il rischio industriale alle case, oppure una città che trasforma le aree critiche in spazi di rigenerazione, verde, bonifica, sicurezza, parco fluviale, servizi e qualità urbana? La Tombaccia non è un vuoto sulla mappa. È un quartiere abitato. È un luogo in cui vivono persone, famiglie, bambini. Non può essere trattato come una zona tecnica disponibile a ogni compromesso. La presenza di cittadini a poco più di cento metri da un sito industriale potenzialmente interessato da GNL non è un dettaglio da allegare a una planimetria. È il cuore del problema. La sicurezza non si misura soltanto nei documenti. Si misura nella possibilità di dormire tranquilli. Nella libertà di aprire una finestra senza pensare a un impianto pericoloso. Nel diritto di un bambino a crescere in un quartiere non esposto a un rischio evitabile. Nel dovere delle istituzioni di scegliere, quando esiste un dubbio serio, dalla parte della vita e non dalla parte dell’azzardo.
La vicenda della Arctic Metagaz, se confermata nei termini descritti, appartiene al mare aperto e a uno scenario geopolitico complesso. Ma il suo monito arriva fino alle città. Ci dice che il GNL non deve essere banalizzato. Che le emergenze energetiche possono trasformarsi in emergenze ambientali. Che la tecnologia non elimina il rischio, lo governa finché tutto funziona. E che quando qualcosa non funziona, la vicinanza alle persone diventa la prima domanda morale e politica. Per questo il dibattito sull’area Fox e sulla Tombaccia non è una battaglia locale contro il progresso. È una battaglia per un progresso diverso, più intelligente, più prudente, più umano. Un progresso che non chieda alle comunità di convivere con impianti rischiosi accanto alle case. Un progresso che non consideri sacrificabili i quartieri popolari, le periferie, le aree fluviali, i cittadini senza potere contrattuale. Un progresso che capisca che la vera modernità non consiste nel moltiplicare infrastrutture pericolose, ma nel ridurre i rischi, bonificare le ferite industriali, restituire territorio alla vita. Se un carico di GNL alla deriva nel Mediterraneo può mettere in allerta intere autorità marittime e ambientali, allora un progetto GNL vicino a un abitato deve mettere in allerta una città intera. Non per paura irrazionale, ma per responsabilità. Non per ideologia, ma per buon senso. Non per ostilità verso la tecnica, ma per rispetto verso ciò che la tecnica, da sola, non può decidere: il valore delle persone che vivono accanto al rischio.
Nelle foto, la metaniera Arctic Metagaz e tre depositi della Fox Petroli
