Il pianoforte non è solo uno strumento: è un modo per raccontarsi…
La pianista italiana Miriam Damiani sviluppa una ricerca artistica centrata sulla qualità del suono pianistico e sulla relazione profonda tra gesto, corpo e produzione timbrica. Il suo lavoro interpretativo nasce da un’indagine sul tocco e sulla fisiologia del movimento, con l’obiettivo di riscoprire il pianoforte come arte del suono e dell’ascolto consapevole.
Si è formata presso il Conservatorio “O. Respighi” di Latina e il Conservatorio “A. Boito” di Parma, dove ha conseguito il Diploma Accademico di II livello in Pianoforte e in Musica da Camera. Nel corso della sua formazione ha approfondito il repertorio pianistico con importanti musicisti del panorama internazionale, tra cui Andrea Padova, Pietro De Maria, Alberto Miodini, Gianluca Luisi e Bruno Canino.
Vincitrice di numerosi concorsi pianistici nazionali fin dall’età giovanile, si è esibita in diverse istituzioni musicali italiane, tra cui l’Associazione Concertistica Romana, la Certosa di Firenze, l’Auditorium del Carmine di Parma e l’Auditorium Vecchi Tonelli di Modena.
Miriam, che cos’è quell’energia che ti accompagna nella vita?
L’energia che mi accompagna è qualcosa che sento fin da bambina. Ricordo perfettamente il momento in cui, toccando per la prima volta una piccola tastiera Bontempi, percepii una vibrazione molto precisa, come se qualcosa si fosse improvvisamente acceso. Non era solo curiosità o divertimento: era una sensazione profonda, difficile da spiegare, ma chiarissima dentro di me. Con il tempo quell’energia non si è attenuata, anzi: è diventata sempre più forte e sempre più parte della mia identità. Credo che nella vita la cosa più importante sia riuscire a riconoscere la propria vibrazione interiore, ascoltare se stessi e non perdere mai quel senso di autenticità. Perché il vero piacere — quello che dà direzione e significato — nasce quando si ha il coraggio di seguire ciò che si ama davvero.
Perché la musica come compagna d’avventura?
In realtà la musica non è stata una scelta, almeno all’inizio. È stata piuttosto una rivelazione: qualcosa che si è presentato nella mia vita e che ho riconosciuto come inevitabile. Con il tempo, attraverso lo studio, la razionalità, la fatica e il sacrificio, quella presenza si è trasformata in una scelta consapevole — ma una scelta che, in fondo, era l’unica possibile. Per me la musica è come l’aria che si respira. Quando ti innamori davvero di essa, non puoi più farne a meno: diventa il tuo ossigeno, la tua misura del tempo, il tuo modo di stare al mondo. A un certo punto non è neppure più corretto parlare di “compagna”. La musica smette di essere qualcosa accanto a te e diventa parte della tua identità. Tu e lei iniziate a coincidere, e ogni giorno scopri nuove ragioni per amarla ancora di più.
Un brano per spiegare la tua anima?
Da bambina sono cresciuta con Bach e Chopin. Durante l’adolescenza un brano che mi ha accompagnata a lungo è stato l’Impromptu-Fantaisie di Chopin, per la sua intensissima espressività, per quella tensione interiore tipica di un’anima profondamente sensibile come la sua. Credo che la mia natura abbia una componente tardo-romantica, ma allo stesso tempo una forte propensione analitica che mi porta inevitabilmente verso la musica settecentesca e verso Bach. È come se convivessero due dimensioni: da una parte il bisogno di esprimere, dall’altra quello di comprendere e dare forma.
Se devo indicare il brano che più mi rappresenta, però, sceglierei la Variazione n. 14 delle Variazioni Goldberg. In quella pagina c’è una tenerezza particolare, un suono che può essere perlato ma allo stesso tempo intenso e profondamente dolce. È una musica che non ha bisogno di effetti per parlare: rivela immediatamente la sensibilità di chi la suona.
Per me la vera bellezza sta proprio lì, nella capacità di dare significato a pochi suoni, nel colore e nella qualità del timbro, nella profondità con cui si fa vivere una linea musicale. In questa variazione sento qualcosa di estremamente vicino al mio modo di sentire e di comunicare.
C’è anche un altro brano che porto dentro e che prima o poi affronterò, l’Intermezzo op. 118 n. 2 di Brahms, una delle pagine più intime e umane mai scritte. Ma se devo scegliere ciò che oggi rispecchia davvero la mia anima, è quella Variazione n. 14 di Bach.

Era quello che sognavi fin da piccola?
Ricordo perfettamente che già intorno ai sette anni, quando iniziai a studiare pianoforte, avevo le idee sorprendentemente chiare. Sentivo che quella strada mi apparteneva, anche se non avrei saputo ancora spiegarlo. Durante l’adolescenza, come in ogni relazione importante, ci sono stati alti e bassi, momenti di dubbio e di fatica. Ma proprio quei momenti mi hanno fatto capire quanto la musica fosse parte di me: anche quando sembrava impossibile andare avanti, non sono mai riuscita davvero a separarmene. È come se, alla fine, tornasse sempre a chiamarti. E quando ti accorgi che non puoi farne a meno, capisci che non si tratta più di una passione, ma di qualcosa di strutturale nella tua vita, qualcosa che finisce per definire il tuo futuro. Se ripenso alla bambina che ero, ricordo con chiarezza che dicevo di voler suonare, insegnare, diventare una musicista. In fondo, quella direzione non è mai cambiata.
Qual è il tuo primo ricordo di un concerto?
Il mio primo concerto risale a quando avevo circa otto anni, dopo appena otto mesi di studio. Avevo iniziato in autunno e già a giugno ero sul palco con un piccolo programma che comprendeva lo Studio n. 17 op. 176 di Duvernoy, la colonna sonora del Titanic e altri brani. Ricordo con chiarezza quanto fosse emozionante, ma allo stesso tempo sorprendentemente naturale. Non provavo paura del palcoscenico: mi sentivo a casa. Era come se quello spazio mi appartenesse da sempre.
Con il tempo, crescendo e diventando più consapevole, quella spontaneità si è inevitabilmente trasformata. Oggi sto cercando di ritrovare proprio quella libertà originaria, quella sensazione pura di essere semplicemente nel posto giusto, senza filtri e senza difese.
Credo che la maturità artistica consista anche in questo: recuperare, con la consapevolezza dell’adulto, la verità che si possedeva da bambini.
Come si gestisce la complessità di culture e stili di un mondo così ampio?
È una domanda complessa, perché non esiste una scorciatoia. L’unico modo è studiare molto, leggere molto, suonare molto e ascoltare moltissima musica. Sono dimensioni diverse ma complementari: nessuna può sostituire l’altra, e solo mantenendole tutte vive nel tempo si costruisce una vera competenza.
Progressivamente si sviluppa una rete di collegamenti interiori che permette di riconoscere le differenze di linguaggio tra epoche, stili e contesti culturali. Non si tratta solo di informazioni, ma di una sensibilità che si forma lentamente. Alla fine è la conoscenza profonda che genera consapevolezza interpretativa: la capacità di capire cosa appartiene davvero a uno stile, a un secolo, a un’estetica, e cosa invece no.
Sulla tua pagina social scrivi: “Il pianoforte non è solo uno strumento: è un modo per raccontarsi…”. Che storia racconta il tuo strumento?
Quando uso questa espressione intendo che il musicista lavora prima di tutto con le emozioni. Il suo compito non è produrre suoni, ma comunicare una sensazione precisa — che può essere amore, inquietudine, dolore, luce, mistero. Si studia una vita intera per riuscire a trasmettere qualcosa di autentico.
In questo senso il musicista racconta inevitabilmente se stesso, perché ogni interpretazione passa attraverso la propria sensibilità, la propria esperienza e la propria visione del mondo. La grande sfida è mantenere intatta la verità del testo musicale — ciò che il compositore ha scritto — e allo stesso tempo farlo rivivere nel presente attraverso la propria interiorità.
È lì che si inserisce la propria storia: non come sovrapposizione arbitraria, ma come risonanza. Il pianoforte diventa quindi uno spazio in cui la musica del passato e la vita di chi la suona si incontrano e prendono forma.
Cosa c’entra la famiglia nella scelta di intraprendere questa carriera?
Credo che una scelta così profonda non possa dipendere da una spinta esterna: nasce prima di tutto dall’ascolto di sé, da qualcosa che si riconosce come parte della propria natura. In questo senso la vocazione è sempre personale.
Tuttavia la famiglia ha comunque un ruolo importante, anche quando non è direttamente musicale. I miei genitori svolgevano lavori completamente lontani da questo mondo, ma mio padre era un grande appassionato di musica classica e di opera. Ricordo con affetto che da bambina in casa si ascoltava spesso musica, e a volte si rideva e si ballava insieme in salotto.
Sono esperienze semplici, ma profondissime. Le emozioni vissute nell’infanzia rimangono impresse e continuano a lavorare dentro di noi, spesso senza che ce ne accorgiamo. Col tempo possono trasformarsi in una passione, in un orientamento di vita, persino in una professione.
Per questo credo che offrire ai bambini momenti di bellezza e di condivisione sia fondamentale: sono quei ricordi a costruire una sensibilità duratura e un terreno educativo solido su cui tutto il resto potrà crescere.
Scopro tanta determinazione nel tuo percorso artistico: arrivare dove sei arrivata in ogni caso è un bel salto… A conti fatti: ti senti fortunata o in debito con il destino?
Mi sento profondamente grata per ciò che ho ricevuto e per ciò che ho costruito. Nulla è arrivato per caso: ogni passo è stato frutto di lavoro, dedizione e perseveranza. Questo mi rende consapevole del valore di ciò che ho e del percorso fatto finora.
Allo stesso tempo sento di avere ancora molto da realizzare. Non lo vivo come un debito, ma come una spinta vitale, il desiderio di continuare a crescere e a trasformare i sogni in realtà. Credo che non si debba mai smettere di desiderare ciò che si ama davvero. Sono proprio i sogni a generare l’energia necessaria per agire, per resistere alle difficoltà e per dare forma al proprio futuro.
Se oggi sono grata, lo sono anche perché sento che il percorso non è concluso.
