Il basket alla deriva: quando ti abitui alla violenza, lo sport diventa malcostume

Quand’ero ragazzo, la violenza consisteva nell’odiare le bande dell’altro rione, ci si prendeva a colpi di uova o di pomodori. Non è un comportamento di cui essere fieri, lo ammetto, ma eravamo ragazzini ed era un altro mondo. Vedo che certa gente, anche nei palazzetti, continua a seguire questa filosofia del rione nonostante la caduta di tante barriere, nonostante l’integrazione di cui auspica Papa Francesco. Allora mi dico, possibile che lo sport, il basket siciliano sia rimasto così indietro?

 

No che non è possibile, perciò dobbiamo inviare segnali precisi. Basta con pugni e calci nel campo e negli spogliatoi: i giovani che educhiamo e alleniamo tendono a uniformarsi ai nostri comportamenti. Cerchiamo quindi di proporre esempi positivi di tolleranza e di educazione mettendo alla porta chi è violento. Scrivo ovvietà e mi scuso con chi ne ha ormai a noia, ma ho qualche giustificazione nel farlo: il timore cioè che ci si avvii verso una fase di accettazione d’ogni cosa come inevitabile, se non lecita.

Corre voce che neppure qualche alto dirigente del Comitato regionale sia immune da battute fuori luogo: forse mi aspetto segnali importanti da chi è abituato a vivere nell’inganno, nel compromesso tra bene e male a secondo i casi, e mi rendo pure conto che il basket, le società e gli stessi dirigenti e tesserati non possono sovrapporsi alle istituzioni, ma neppure il movimento siciliano della pallacanestro deve restare lo zoo di vetro che è.

Eh sì, Presidente Petrucci tutto è concesso parlando di sport, di etica e violenza. Poi frequenti certe stanze, giri per i corridoi dei palazzetti e assisti alle riunioni formative per gli allenatori “PAO” (Programma di Aggiornamento Obbligatorio) e scopri che è tutta una menzogna: ipocrisia sui valori, sul merito, sull’educazione bella e buona. E così non resta che inviare una cartolina d’altri tempi al massimo presidente: “Tanti saluti Petrucci, qui in Sicilia stiamo tutti bene”.