Il caso della SLAPP contro Roberto Malini e Lisetta Sperindei, il silenzio della stampa locale e il nuovo PAI che cambia lo scenario del progetto Fox Petroli alla Tombaccia…
Pesaro rischia di diventare un caso nazionale sul tema della libertà di informazione e partecipazione. Una comunità informata e mobilitata contro un progetto fossile ritenuto pericoloso; due difensori dei diritti umani e dell’ambiente colpiti da una richiesta risarcitoria milionaria; una stampa locale progressivamente silenziata o assente; un nuovo Piano di Assetto Idrogeologico che muta radicalmente il quadro tecnico e normativo; istituzioni chiamate a decidere, mentre la cittadinanza fatica persino a conoscere ciò che sta accadendo.
È questa la situazione che riguarda il progetto di impianto GNL nell’area della Tombaccia, a Pesaro, promosso da Fox Petroli. Roberto Malini e Lisetta Sperindei, fondatori e animatori del Comitato “Pesaro: No GNL”, sono stati insigniti del Premio Goffredo Parise – Ossigeno per l’Informazione 2026 per il loro coraggio nel proseguire azioni civiche e attività informativa su una vicenda che riguarda ambiente, salute pubblica, sicurezza industriale e diritto dei cittadini a essere informati.
Eppure proprio per questo impegno i due difensori dei diritti umani stanno affrontando una causa civile intentata da Fox Petroli, con una richiesta di risarcimento per danni d’immagine non inferiore a due milioni di euro. Una richiesta che, per entità economica e contesto, appare idonea a produrre un effetto intimidatorio non solo sui destinatari diretti, ma sull’intero tessuto civico locale.
La vicenda nasce anche da espressioni critiche rivolte allo stato dell’area industriale e del deposito esistente, risalente a decenni fa, indicato dagli attivisti come “degradato”. “Una parola di critica civile,” spiegano Malini e Sperindei, “inserita in un’azione pubblica su un progetto energetico e industriale pericoloso e inquinante, che nei piani dell’azienda dovrebbe sorgere in un quartiere popoloso, accanto a case e attività. Per averlo detto e scritto, l’industria petrolifera ha intentato contro di noi una causa milionaria. E nonostante le raccomandazioni delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, temiamo che la vertenza andrà per le lunghe, mantenendoci sotto una forte pressione”. È questo il cuore del problema: quando una controversia ambientale viene spostata dal terreno del confronto pubblico a quello della pressione giudiziaria, il rischio non riguarda più soltanto due attivisti, ma la libertà di partecipazione democratica.
Il paradosso è ancora più grave perché, mentre procede la pressione giudiziaria, la stampa locale ha progressivamente smesso di dare spazio alla vicenda. I comunicati del Comitato “Pesaro: No GNL”, di Legambiente, di AVS e di altre realtà locali non ricevono adeguata attenzione da quotidiani e televisioni del territorio, proprio nel momento in cui emergono elementi tecnici nuovi e decisivi.
Il nuovo PAI, Piano di Assetto Idrogeologico dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale, adottato nel giugno 2026, ha infatti cambiato lo scenario. Le sue cartografie e le sue norme individuano fasce di pericolosità idraulica e stabiliscono prescrizioni immediatamente vincolanti. Per le aree ricadenti nelle fasce di pericolosità, il PAI pone limiti stringenti alla trasformazione del territorio, vietando in particolare nuove costruzioni o ampliamenti di impianti a rischio di incidente rilevante, impianti di stoccaggio di combustibili fuori terra e interventi che aumentino la capacità di stoccaggio o aggravino il rischio idraulico.
Se l’area della Tombaccia interessata dal progetto GNL interferisce con le fasce di pericolosità idraulica individuate dal nuovo PAI, gli enti competenti hanno il dovere di prenderne atto, acquisire formalmente la sovrapposizione cartografica agli atti e rivalutare l’intero iter autorizzativo. Non si tratta di un dettaglio tecnico. Si tratta di pubblica incolumità.
E allora, ci si chiede, come può proseguire l’iter autorizzativo di un impianto GNL, con depositi e infrastrutture connesse, in un’area che il nuovo quadro di pianificazione idraulica considera problematica, incompatibile con interventi di quel tipo?
Questa domanda dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico cittadino e nazionale. Invece accade il contrario, perché l’informazione locale tace o riduce lo spazio della notizia; gli attivisti vengono lasciati soli; la partecipazione pubblica si assottiglia.
Prima della causa milionaria, una manifestazione con gazebo promossa dal Comitato “Pesaro: No GNL” aveva coinvolto oltre mille cittadini. Oggi, dopo il clima prodotto dalla SLAPP e dal silenzio mediatico, agli eventi contro il progetto partecipano poche decine di persone. Non perché il rischio sia diminuito. Non perché il progetto sia diventato innocuo. Ma perché la paura, l’isolamento e la mancanza di copertura informativa producono un effetto sociale concreto e scoraggiano la partecipazione.
È esattamente questo il meccanismo delle SLAPP, le azioni giudiziarie strategiche contro la partecipazione pubblica. Non servono necessariamente a vincere nel merito, ma a logorare, spaventare, isolare, rendere costoso il dissenso. Non a caso, spesso si prolungano nel tempo, mantenendo in essere il loro effetto dissuasivo. Se una cittadina o un cittadino vede che chi informa e si espone rischia una richiesta da due milioni di euro, sarà portato a tacere. Se i media locali non raccontano più il caso, il silenzio diventa parte del problema.
La vicenda di Pesaro si inserisce in un quadro nazionale già allarmante. I più recenti monitoraggi europei sul pluralismo dell’informazione segnalano per l’Italia criticità persistenti: concentrazione del mercato, debolezza del pluralismo, precarietà del lavoro giornalistico, influenza politica sul servizio pubblico, ricorso alle querele temerarie, clima intimidatorio e rischio di autocensura*. In questo contesto, il caso di due difensori dell’ambiente colpiti da una richiesta risarcitoria milionaria per aver partecipato a un dibattito di interesse pubblico non può essere liquidato come una vicenda locale.
Pesaro oggi mostra una frattura democratica: da una parte un progetto industriale legato a una filiera fossile, collocato in un’area sensibile sotto il profilo idraulico e vicina a quartieri abitati; dall’altra cittadini, associazioni e comitati che chiedono trasparenza, verifiche indipendenti, applicazione del principio di precauzione e rispetto delle nuove norme del PAI. In mezzo, un sistema informativo locale che non garantisce più un adeguato spazio al contraddittorio civico.
Per questo la società civile locale chiede che la vicenda sia portata all’attenzione nazionale.
Chiede alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, all’Ordine dei Giornalisti, alle associazioni impegnate contro le SLAPP, alle testate nazionali, alle organizzazioni per i diritti umani e ambientali, alle persone delle istituzioni che sono ancora sensibili alla libertà di informazione e alla tutela del territorio, di guardare a Pesaro come a un caso emblematico.
Chiede che venga riconosciuto pubblicamente il diritto dei cittadini a criticare un progetto industriale di rilevante impatto ambientale e di sicurezza senza subire richieste economiche sproporzionate o altre forme di dissuasione.
Chiede che gli enti competenti — MASE, Commissione Tecnica PNRR-PNIEC, Regione Marche, Comune di Pesaro, Genio Civile, ARPAM, Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale e ogni altra amministrazione coinvolta — acquisiscano agli atti il nuovo quadro PAI, verifichino formalmente la compatibilità del progetto con le nuove prescrizioni e rendano pubbliche le proprie valutazioni.
Chiede che l’iter autorizzativo venga sospeso o comunque rivalutato alla luce delle sopravvenute norme di tutela idraulica, applicando il criterio più cautelativo quando sono in gioco rischio industriale, rischio idraulico, sicurezza urbana, falde, viabilità, abitazioni e pubblica incolumità.
Chiede infine ai media locali e nazionali di fare il proprio lavoro: informare. Non prendere posizione per un comitato o contro un’azienda, ma raccontare i fatti, dare spazio alle domande, verificare i documenti, ascoltare le parti, rendere comprensibile ai cittadini ciò che riguarda il loro territorio e la loro sicurezza.
Il caso GNL di Pesaro non è più soltanto una vertenza urbanistica o ambientale. È una questione di democrazia.
Quando una comunità viene privata dell’informazione, quando chi solleva dubbi viene colpito da richieste milionarie, quando un nuovo piano pubblico di tutela del rischio idraulico non viene raccontato, quando la partecipazione si riduce per paura, non siamo più di fronte a una normale dialettica locale. Siamo di fronte a un problema nazionale.
Pesaro non deve essere lasciata sola. Il progetto GNL alla Tombaccia deve essere fermato e rivalutato alla luce del nuovo PAI. Roberto Malini e Lisetta Sperindei devono poter continuare a informare e difendere il territorio senza subire intimidazioni economiche. I cittadini devono conoscere la verità documentale sul rischio idraulico, industriale e ambientale.
La libertà di informazione non si misura quando tutti sono d’accordo. Si misura quando qualcuno osa contestare un progetto insalubre e pericoloso a difesa di un territorio e di una comunità e della stessa sicurezza di una città.
*Il Media Pluralism Monitor è lo strumento del Centre for Media Pluralism and Media Freedom dell’Istituto Universitario Europeo per valutare i rischi al pluralismo dei media. Amnesty Italia ha ricordato che il 7 maggio 2026 scadeva il termine per recepire la Direttiva UE 2024/1069 anti-SLAPP, mentre organizzazioni del Media Freedom Rapid Response hanno denunciato criticità italiane su EMFA e recepimento anti-SLAPP
