Agcom: gli algoritmi minacciano il pluralismo dell’informazione

Non basta che le notizie esistano online: occorre chiedersi se e come riescano davvero a raggiungere i cittadini. È questa, in sintesi, la questione centrale sollevata dalla Relazione annuale 2026 di AGCOM, come analizza Agenda Digitale.

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni individua nell’intelligenza artificiale una trasformazione strutturale dell’ecosistema informativo. Il problema non riguarda solo la produzione dei contenuti, ma anche la loro selezione, visibilità e distribuzione. I sistemi di raccomandazione decidono quali notizie proporre, i motori di ricerca determinano l’ordine in cui le fonti vengono incontrate dagli utenti, e i modelli generativi restituiscono risposte sintetiche che rischiano di rendere meno percepibile la varietà delle fonti originarie, attenuandone contrasti e sfumature.

Il punto cruciale, secondo AGCOM, è che il pluralismo non può più essere valutato soltanto contando le testate disponibili. Occorre considerare le condizioni tecnologiche della loro reperibilità: chi filtra, chi seleziona, e con quali criteri. Una sintesi generata dall’intelligenza artificiale può scegliere quali aspetti mettere in evidenza e quali omettere, senza che l’utente sia in grado di capire perché certe fonti siano state incluse e altre escluse. In assenza di trasparenza, l’organizzazione tecnologica dell’informazione rischia di trasformare una pluralità reale in una rappresentazione solo apparentemente neutrale.

Sul versante operativo, AGCOM ha già agito. A seguito di una segnalazione della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ricevuta nell’ottobre 2025, l’Autorità — che in Italia svolge anche il ruolo di Coordinatore per i servizi digitali ai sensi del Digital Services Act — ha trasmesso alla Commissione europea, con la delibera n. 104/26/CONS, la richiesta di valutare se le funzionalità AI Overviews e AI Mode di Google violino gli obblighi di mitigazione dei rischi sistemici e di trasparenza degli algoritmi di raccomandazione previsti per le piattaforme di grandi dimensioni. Con una seconda delibera (n. 127/26/CONS), ha istituito un tavolo permanente tra Google, le altre piattaforme aderenti e gli editori italiani, per affrontare in modo strutturato i nodi di copyright, intelligenza artificiale e tutela del pluralismo.

Al centro della preoccupazione degli editori c’è il fenomeno delle cosiddette “zero-click search”: quando l’intelligenza artificiale fornisce direttamente una risposta ritenuta sufficiente nella pagina di ricerca, l’utente non ha più bisogno di aprire il sito della testata originale. Secondo le stime degli editori, questo meccanismo potrebbe causare un calo del traffico verso i siti di informazione fino al 40%, con pesanti ricadute sui ricavi pubblicitari, in particolare per le realtà più piccole.

Il quadro economico descritto dalla Relazione rende ancora più urgente il problema. Le piattaforme online intercettano oggi il 58% dei ricavi pubblicitari italiani, contro il 45% del 2021: tredici punti in più in soli cinque anni. Alphabet/Google, Meta e Amazon da soli coprono il 72% del valore complessivo del comparto pubblicitario nel nostro Paese. L’editoria quotidiana, nel frattempo, continua la propria crisi strutturale: le copie cartacee sono scese a 1,2 milioni al giorno, e la quota dei ricavi del settore è ormai sotto il 21% del totale dei media.

La sfida futura, secondo l’analisi di Agenda Digitale, sarà rendere misurabile il concetto di pluralismo algoritmico: valutare la diversità delle fonti effettivamente selezionate dai sistemi automatici, la loro riconoscibilità, la possibilità per l’utente di risalire al contenuto originario e la trasparenza dei criteri che ne determinano la visibilità. Non per imporre un pluralismo artificiale, ma per evitare che l’opacità della mediazione tecnologica renda invisibile la concentrazione del potere informativo.

 

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