Save the Children, una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo essere diventata madre

Per il 9° anno consecutivo, l’Organizzazione diffonde il rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2024”. Le ripercussioni sul lavoro a causa dello sbilanciamento tra carichi di cura e vita professionale, i sistemi di sostegno alla genitorialità nel nostro e in altri Paesi europei, le difficoltà di accesso al mondo del lavoro solo perché “mamme” e il divario tra le regioni più o meno “mother friendly” nella classifica elaborata in esclusiva dall’ISTAT, tra i contenuti principali del rapporto 2024. Ai primi posti la Provincia Autonoma di Bolzano, l’Emilia-Romagna e la Toscana mentre la Basilicata è fanalino di coda.

Il video con le voci delle madri “equilibriste”:  https://drive.google.com/file/d/1RSZ1fYmnQjJRJ5JHvkAvaCsevp9wBbVy/view?usp=sharing

 

Il 2023 ha registrato un nuovo minimo storico delle nascite in Italia, ormai stabilmente ferme sotto le 400mila unità, con un calo del 3,6% rispetto all’anno precedente. Le donne scelgono di non avere figli o ne hanno meno di quanti ne vorrebbero: nella popolazione femminile in età fertile, convenzionalmente definita tra i 15 ei 49 anni, il numero medio di figli per donna, infatti, è di 1,20, mostrando una flessione rispetto al 2022 (1,24). Molto lontano dal dato del 2010, quando il numero medio di figli per donna aveva raggiunto il massimo relativo registrato nell’ultimo ventennio, pari a 1,44[2]. La contrazione della natalità che accompagna l’Italia da decenni, ormai coinvolge anche la componente straniera della popolazione (nel 2023 meno 3mila nati rispetto all’anno precedente)[3].

L’Italia è anche il Paese europeo con la più alta età media delle donne al momento della nascita del primo figlio (31,6 anni), con una percentuale rilevante di primi nati da mamme over 40 (8,9%, tasso inferiore solo a quello della Spagna). L’età media delle madri al parto rimane quasi invariata rispetto all’anno precedente (32,5 anni nel 2023 e 32,4 nel 2022).

Sono questi alcuni tra i principali dati contenuti nella 9° edizione del rapporto “Le Equilibriste, la maternità in Italia” di Save the Children – l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro –, diffuso oggi a pochi giorni dalla Festa della Mamma, che traccia un bilancio delle infinite sfide che le donne in Italia devono affrontare quando scelgono di diventare mamme.  Come ogni anno, lo studio include anche l’Indice delle Madri, elaborato dall’ISTAT per Save the Children, una classifica delle Regioni italiane dove per le mamme è più facile vivere. Anche quest’anno, l’Indice indica la Provincia Autonoma di Bolzano a guidare i territori amici delle madri, seguita da Emilia-Romagna e Toscana, mentre fanalino di coda risulta la Basilicata, preceduta in fondo alla classifica, da Campania e Sicilia.

Se il rinvio della maternità e la bassa fecondità sono frutto di numerose concause, i dati rivelano che più aumenta la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, più aumenta il tasso di fecondità. Un elemento da tenere in debita considerazione, in un mercato del lavoro che sconta ancora un gap di genere fortissimo. Dai dati del Rapporto di Save the Children, emerge che in Italia il tasso di occupazione femminile (età 15-64 anni) è stato del 52,5% nel 2023, un valore più basso della media dell’Unione Europea (65,8%) di ben 13 punti percentuali[4]. La differenza tra il tasso di occupazione degli uomini e delle donne nel nostro Paese, nello stesso anno, era di 17,9 punti percentuali[5], ben più marcata rispetto alle differenze osservate a livello EU27 (9,4 punti percentuali) e seconda, di pochissimo, solo alla Grecia, dove la differenza è di 18 punti percentuali. Per le donne, il tema del bilanciamento tra lavoro e famiglia rimane critico per chi nella propria famiglia svolge un lavoro di cura non retribuito.

Una spia delle difficoltà che le madri affrontano nel conciliare impegni familiari e lavorativi è rappresentata dal numero di donne occupate di età compresa tra i 25 e i 54 anni: a fronte di un tasso di occupazione femminile del 63,8%, le donne senza figli che lavorano raggiungono il 68,7%, mentre solo poco più della metà di quelle con due o più figli minori ha un impiego (57,8%). Al contrario, per gli uomini della stessa età, il tasso di occupazione totale è dell’83,7%, con una variazione che va dal 77,3% per coloro senza figli, fino al 91,3% per chi ha un figlio minore e al 91,6% per chi ne ha due o più.

Si registrano marcate disparità territoriali, a danno delle regioni del Sud d’Italia dove per le donne, l’occupazione si ferma al 48,9% per coloro senza figli (sono il 79,8% al nord e 74,4% al centro) e scende al 42% in presenza di figli minori arrivando al 40% per le donne con due o più figli minori (al nord sono il 73,2% e al centro 68,3%). Medesime disparità si notano anche per gli uomini, anche se con valori diversi: nel meridione gli uomini senza figli occupati arrivano al 61,5%, (sono 86,7% al Nord e 81,3%, al Centro), mentre quelli con figli minori raggiungono l’82,8% (96,7% al Nord e 94,5% al Centro).

Anche guardando ai dati delle dimissioni volontarie post genitorialità è evidente come la nascita di un figlio influisca sulla disparità di genere nel mondo del lavoro. A dimettersi sono principalmente le madri, al primo figlio ed entro il suo primo anno di vita. Nel corso del 2022[6], infatti, sono state effettuate complessivamente 61.391 convalide di dimissioni volontarie per genitori di figli in età 0-3 in tutto il territorio nazionale, in crescita del 17,1% rispetto all’anno precedente. Il 72,8% del totale (pari a 44.699) riguarda donne, mentre il 27,2% riguarda uomini (pari a16.692), con una crescita maggiore di quelle femminili rispetto all’anno precedente. Anche quest’anno nelle motivazioni tra uomini e donne per le convalide, emerge una differenza significativa. Per le donne, infatti, quella principale è la difficoltà nel conciliare lavoro e cura del bambino/a: il 41,7% ha attribuito questa difficoltà alla mancanza di servizi di assistenza, mentre il 21,9% ha indicato problematiche legate all’organizzazione del lavoro. Complessivamente, le sfide legate alla cura rappresentano il 63,6% di tutte le motivazioni di convalida fornite dalle lavoratrici madri. Per gli uomini, invece, la motivazione predominante è di natura professionale: il 78,9% ha dichiarato che la fine del rapporto di lavoro è stata dovuta a un cambio di azienda e solo il 7,1% ha riportato esigenze di cura dei figli.

Dai dati emerge inoltre che in Italia, mentre il lavoro a tempo pieno è più comune tra gli uomini rispetto alle donne, accade l’opposto per il lavoro part-time. In generale nel nostro Paese solo il 6,6% degli uomini che lavora, lo fa a tempo parziale, rispetto al 31,3% delle lavoratrici, che per la metà dei casi (15,4%) subisce un part-time involontario. Tra coloro che hanno figli, aumenta notevolmente la percentuale di donne impiegate a tempo parziale (36,7%) rispetto a quelle senza figli (23,5%). Tra gli uomini, invece, si passa dall’8,7% per chi non ha figli al 4,6% per i padri.

“In Italia si parla molto della crisi delle nascite, ma non si dedica sufficiente attenzione alle condizioni concrete di vita delle mamme, “equilibriste” di oggi, sulle quali grava la quasi totalità del lavoro di cura. Un Paese nel quale le madri sono ancora troppo in affanno, ancora diviso tra Nord e Sud, con regioni più o meno accoglienti per le donne con figli. Occorre intervenire in modo integrato su più livelli. Oggi la nascita di un bambino rappresenta nel nostro Paese uno dei principali fattori di impoverimento. Bisogna sanzionare ogni forma di discriminazione legata alla maternità, rendere obbligatorio il family audit e promuovere l’applicazione piena della legge sulla parità di retribuzione. Occorre, inoltre, assicurare ai nuovi nati l’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia così come alle cure pediatriche. Gli esempi europei ci sottolineano come, affinché le riforme abbiano un effetto positivo sul benessere delle famiglie, e quindi indirettamente anche sulla fecondità esse debbano essere stabili. Le frequenti riforme e inversioni delle politiche familiari le rendono imprevedibili, poco affidabili e confuse, con un impatto potenzialmente negativo sulle famiglie e sulle donne in particolare.” ha affermato Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children Italia.

 

Le mamme in Europa e le mamme in Italia

Le sfide della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione hanno visto diversi Paesi attuare riforme significative nelle loro politiche a sostegno delle famiglie. Dal 2019, infatti, più del 60% dei governi a livello globale (124 su 197 Paesi o aree) ha adottato politiche volte a influenzare il livello della fecondità, mentre altri 19 governi hanno mirato a mantenere il livello della fecondità. Un numero crescente di Paesi (55) sta adottando misure pro-nataliste[7].  Nel rapporto di Save the Children, si analizzano in particolare 4 Paesi: Francia, Finlandia, Germania e Repubblica Ceca.

Dal 2000 ad oggi, la Francia è l’unico Paese europeo rimasto stabilmente vicino alla soglia di due figli per donna, benché dal 2015 il Paese abbia visto gradualmente scendere il suo tasso di fecondità, con un’eccezione tra il 2020 e il 2021 quando il numero medio di figli per donna è tornato a crescere, e nel 2022 si attesta su 1,79 figli per donna. Il suo approccio è incentrato su un articolato sistema di sostegno finanziario alle famiglie e sulla garanzia di accesso a servizi per l’infanzia di qualità e tarati su diverse esigenze familiari. La Finlandia, pur avendo registrato una flessione nell’andamento demografico nel corso del 2022, ha sperimentato tra il 2019 e il 2021 una netta ripresa del tasso di natalità. Il Paese ha adottato nel 2022 una delle riforme sul congedo più innovative d’Europa, che prevede l’allocazione simmetrica delle quote di congedo per ciascun genitore, con la possibilità di trasferire parte della quota all’altro genitore, un congedo parentale complessivamente più lungo e una maggiore flessibilità nell’utilizzo. L’accesso ai servizi per la prima infanzia è inoltre garantito ad una percentuale di bambini molto elevata, soprattutto nella fascia tra i 2 e i 3 anni (69,6%). In Germania il tasso di fecondità è aumentato tra il 2020 e il 2021, ma ha avuto un drastico calo di nuovo nel 2022, passando da 1,58 a 1,46 figli per donna. Qui, oltre al supporto economico per i figli e la possibilità di usufruire di un congedo parentale part-time mentre si lavora per il resto del tempo compensando così la perdita di reddito al 67%, i bambini a partire da 1° anno di età hanno diritto a un posto in un asilo nido o in un servizio simile. Infine, la Repubblica Ceca dal 2011 ha progressivamente aumentato il tasso di fecondità, fino ad arrivare a 1,83 figli per donna nel 2021; nel 2022 come e più che negli altri Paesi europei, anche qui il tasso è tornato a scendere. Il Paese, con un tasso di partecipazione ai servizi per l’infanzia 0-2 anni del 6% nel 2020, ha privilegiato un modello di cura tradizionale, favorendo lunghi periodi di astensione dal lavoro delle madri.

Nel frattempo, l’Italia registrava tassi di fecondità costantemente sotto 1.5 con una flessione iniziata nel 2007 e mai interrottasi (se non per 1 punto decimale tra il 2020 e il 2021).

“In Italia, nonostante negli ultimi anni si sia passati da strumenti estemporanei a politiche strutturali come ad esempio con l’Assegno Unico, il rischio di misure una tantum pensate ad hoc per specifici target, come le famiglie numerose o le lavoratrici dipendenti, rimane alto. La buona notizia è che rispetto al 2022 i divari territoriali sono diminuiti e nella speciale classifica stilata dall’Istat per il nostro Indice delle Madri la distanza tra la Basilicata, l’ultima della lista, e la Provincia autonoma di Bolzano, la regione con le migliori performance, è diminuita di 7 punti. Anche il valore complessivo dell’Italia come sistema Paese è aumentato, segno di una maggiore consapevolezza sul tema del supporto alla genitorialità dopo anni di dibattito pubblico. In questa direzione va anche il recente provvedimento che finanzia circa 25mila posti[8] nella rete dei servizi educativi all’infanzia, anche se non siamo ancora agli obiettivi fissati inizialmente dal PNRR. Non bisogna abbassare il livello dell’attenzione, anche perché rispetto alla condizione delle mamme permangono forti disparità soprattutto tra il Sud e il Nord del Paese” ha dichiarato Antonella Inverno, Responsabile Ricerca e Analisi Dati di Save the Children Italia.     

 

L’Indice delle Madri, regione per regione

Quest’anno l’Indice delle madri per regione è il risultato di una analisi basata su 7 dimensioni: Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza, per un totale di 14 indicatori da diverse fonti del sistema statistico nazionale. L’indice è il frutto di una lunga e proficua collaborazione scientifica con l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat).[9]

Il valore di riferimento dell’Indice delle Madri è pari a 100. Rispetto ad esso, i valori superiori rappresentano un territorio più favorevole per le mamme; al contrario, i valori inferiori mostrano un territorio meno “friendly” nei loro confronti.

Come nella scorsa edizione, anche quest’anno tra le regioni più “amiche delle mamme”, spiccano ai primi posti dell’Indice generale la Provincia Autonoma di Bolzano (115,255), l’Emilia-Romagna (110,530), rispettivamente nella prima e nella seconda posizione dell’elenco. Subito dietro la Toscana, che rispetto alla scorsa edizione guadagna una posizione (109,239) e si attesta al terzo posto.

Sebbene rispetto all’anno precedente, la situazione italiana sia migliorata sia da un punto di vista assoluto, che da un punto di vista di gap  territoriale, le regioni del Mezzogiorno, continuano a posizionarsi tutte al di sotto del valore di riferimento italiano, con alcune particolarmente lontane dalla quota 100. Calabria (92,671), Puglia (92,085), Sicilia (91,050), Campania (89,474) e Basilicata (87,441), fanalino di coda, occupano gli ultimi posti dell’Indice generale senza quasi stravolgimenti rispetto alla scorsa edizione, con uno scambio di posizioni tra la Puglia (18°) che perde una posizione e la Calabria (17°) che la guadagna. Relegate in fondo all’Indice, queste regioni più di altre, scontano i mancati investimenti sul territorio che si traducono in una carenza strutturale di servizi e lavoro.

Tra le Regioni che più sono migliorate rispetto all’anno precedente, il Lazio che passa dal 13° all’8° posto guadagnando 5 posizioni e la Lombardia che dall’8° si attesta al 4°.

La dimensione della Demografia [10]

Per quanto riguarda l’area della Demografia, la capofila delle regioni più virtuose è la Provincia Autonoma di Bolzano (130,857), che supera nettamente il valore di riferimento (100) seguita dalle regioni Sicilia (110,286) e Campania (107,714).  Nella parte bassa dell’Indice nell’area Demografia troviamo al 17° posto il Lazio (92,286), seguito da Molise e Umbria (91,429 per entrambe), Basilicata (89,714) e Sardegna (75,143) che si posiziona come ultima[11], tutte regioni che registrano tassi molto al di sotto del valore nazionale (100). In questa area specifica, è la regione Marche quella che ha modificato più di altre la sua posizione rispetto all’anno precedente, guadagnando 4 posizioni ed attestandosi al 12° posto, mentre tutte le regioni del Centro sono al di sotto del valore di riferimento. Nel Nord-Ovest solo la Lombardia ha valori migliori della media Italia, mentre le Regioni del Nord-Est sono tutte al di sopra di tale soglia.

La dimensione del Lavoro[12]

Le Marche (102,488), il Piemonte (100,979), l’Abruzzo (100,504) e la Liguria (100,321), occupano i primi posti nell’area Lavoro[13]. Regioni dove, per le madri il mondo del lavoro, appunto, è più accessibile e dove il numero di dimissioni o quello delle riduzioni di orario di lavoro non volontarie dopo la nascita di uno o più figli sono più bassi. Di contro, la Puglia (84,667), la Provincia Autonoma di Trento (84,356), la Sicilia (81,567) e la Campania (81,535) sono quelle meno virtuose, occupando rispettivamente dalla diciottesima all’ultima posizione. Quest’anno, l’Indice di questa area risulta quello con i cambiamenti più significativi rispetto alla scorsa edizione. A cominciare dall’Emilia-Romagna (97,276) che rispetto all’anno passato perde ben 9 posizioni passando dal 1° al 10° posto, Un calo che sembra essere dovuto prevalentemente all’aumento nella quota di donne impiegate in lavori a termine da almeno 5 anni (aumentata dal 13,7% del 2022 al 18,6% del 2023) e alla crescita nel tasso di dimissioni per le madri con figli nella fascia 0-3 anni (da 3,93 ogni 1.000 donne occupate nel 2021 a 5,86 nel 2022). L’Abruzzo (100,504), invece guadagna undici posizioni, grazie ad una crescita di ben 5 punti percentuali nel tasso di occupazione delle donne con figli minori (dal 55,9% del 2022 al 61% del 2023) e una parallela riduzione nel tasso di part-time involontario (dal 20,1% del 2022 al 18,4% nel 2023) e nella quota di donne occupate in lavori a termine da più di 5 anni (dal 17,2% del 2022 al 13,9% del 2023). Anche il Friuli-Venezia Giulia (91,800) scende di sei posizioni e la Valle d’Aosta (98,441) di cinque, mentre Basilicata (87,351), Marche (102,488), Molise (97,608) e Lazio (99,437) salgono di 4 posti. La Lombardia (99,144) perde tre posizioni, passando dalla quarta alla settima. Si evidenzia che solo questo dominio ha un valore Italia 2023 (96,956) inferiore a quello del 2022 (100,000).

La dimensione della Rappresentanza[14]

Nell’area della Rappresentanza, relativa alla percentuale di donne in organi politici a livello locale per regione, il Lazio è primo (134,054), avanzando di 4 posizioni risetto alla scorsa edizione. Seconda l’Umbria (128,468) che scende di una posizione rispetto all’anno precedente, seguita dal Veneto (123,423) e dalla Toscana (122,883) che dalla scorsa edizione perde una posizione. Fanalino di coda la Basilicata (68,468) con ben oltre 30 punti di differenza dal valore di riferimento.

La dimensione della Salute[15]
Anche nell’area Salute, troviamo come più virtuosa una regione del Centro: l’Umbria (118,903), passata dal 16° posto dello scorso anno al 1° grazie a una profonda riduzione nel quoziente di mortalità infantile (da 3,23 nel 2020 a 1,15 nel 2021) e a una crescita delle strutture pubbliche e private accreditata per attività di consultorio (da 4,2 ogni 10.000 abitanti nel 2019 a 5,6 nel 2022).

Nella parte bassa dell’Index nell’area Salute, la Liguria, che perde ben 9 posti (dall’8° alla 17° posizione) e la Basilicata, che perde 6 posti (dalla 5° all’11° posizione). In entrambe le regioni si assiste ad un aumento del quoziente di mortalità infantile (da 2,06 al 3,27 in Liguria e dal 2,27 a 3 in Basilicata tra il 2020 e il 2021) e una riduzione delle strutture accreditate per attività di consultorio (da 3,5 ogni 10.000 abitanti a 2,9 in Liguria e da 5,6 a 5,2 in Basilicata).

La dimensione dei Servizi[16]
La Provincia Autonome di Trento (131,719) e la Valle D’Aosta (125,124) occupano rispettivamente prima e seconda posizione, seguite da Emilia-Romagna (121,068) e Toscana (120,336). Tra le 13 Regioni e Province autonome del Centro Nord solo Marche (98,513) ed Umbria (97,168) hanno valori al di sotto del valore di riferimento. Nel Mezzogiorno, invece, è la Sardegna l’unica regione ad avere un valore superiore alla media nazionale (103,629), mentre la Sicilia (76,675), come nel 2022, è ultima, preceduta da Campania (79,862), Puglia (82,462), Calabria (82,633) e Molise (85,447), regioni dove l’offerta di servizi è più bassa.

La dimensione della Soddisfazione soggettiva[17]

La regione dove l’area della Soddisfazione Soggettiva delle mamme raggiunge livelli più alti del valore di riferimento nazionale (100) è la Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen (129,849), mentre la Sicilia è fanalino di coda (88,832). Liguria (100,144) ed Emilia-Romagna (103,223) sono le uniche regioni del centro nord che in questa dimensione dell’Indice presentano un valore inferiore alla media nazionale (104,804).  Scendono di diverse posizioni, il Molise (dalla 6° alla 15° posizione), l’Emilia-Romagna (dalla 7° alla 14°) e l’Umbria (dalla 3° alla 10°), mentre guadagnano 6 posizioni in classifica il Friuli-Venezia Giulia (da 12° a 6°), la Toscana (da 11° a 5°) e il Lazio (da 13° a 7°).

La Dimensione della Violenza[18]

Al primo posto nell’area Violenza dell’Indice, si conferma il Friuli-Venezia Giulia (134,761), con il tasso più alto di Centri antiviolenza e case rifugio per 100.000 donne di 14 anni e più. Rispetto all’edizione precedente, Umbria e Molise peggiorano notevolmente le loro posizioni, scendendo rispettivamente, dalla 9° alla 17° posizione e dalla 3° alla 7°. Lombardia (dall’11° alla 5°) e Puglia (da 17° a 11°) salgono di 6 posizioni nell’Index.

 

I progetti di Save the Children a sostegno della genitorialità

Save the Children Italia, attraverso i suoi programmi dedicati all’area della prima infanzia e rivolti ai bambini e alle bambine tra 0 e 6 anni, realizzati in partenariato con organizzazioni territoriali competenti e qualificate, agisce, fin dalla gravidanza, per sostenere le situazioni più critiche e per tutelare i diritti delle bambine e dei bambini e promuovere il loro benessere.

Il programma Fiocchi in Ospedale è un programma che interviene nei cosiddetti primi 1000 giorni di vita. È dedicato quindi ai neonati e alle loro famiglie e prevede l’offerta di un servizio di bassa soglia per l’ascolto, l’orientamento, l’accompagnamento e la presa in carico. Fiocchi in Ospedale, che è oggi presente direttamente in 14 strutture ospedaliere di 9 città[19],  in circa 10 anni di attività e grazie alle sue reti territoriali, ha coinvolto fino ad oggi, circa 40mila minori e più di 45mila adulti.

All’azione di identificazione e supporto precoce, si affianca l’offerta di spazi d’accoglienza, cura, gioco e condivisione, dedicati ai genitori e ai bambini tra 0 e 6 anni. Si tratta del programma Spazio Mamme, per accompagnare gli adulti di riferimento, in particolar modo se si trovano in condizioni di fragilità. Attualmente ci sono 13 Spazi Mamme attivi[20] che hanno accolto più di 2870 bambine e bambini, genitori e adulti di riferimento nel solo 2023.

A Torino è attivo Per Mano in Piazza, uno sportello di bassa soglia nella popolosa zona di Porta Palazzo e realizzato in collaborazione con il Comune di Torino, destinato all’ascolto e all’orientamento di nuclei familiari con bambini sotto i sei anni in condizione di grave vulnerabilità. A Milano, il progetto Per Mano QuBì, in collaborazione con le reti di welfare territoriali definite dal programma di contrasto alla povertà infantile realizzato dalla Fondazione Cariplo e denominato QuBì, assicura il supporto a futuri e neogenitori in condizione di grave vulnerabilità in 23 quartieri della città.

Infine, Save the Children ha sviluppato aree ad alta densità educativa per la prima infanzia, attraverso la creazione di poli educativi integrati territoriali che vedono una stretta collaborazione tra le agenzie educative presenti. I Poli Mille Giorni sono presenti nelle città di Moncalieri (TO) Tivoli (RM), Bari, San Luca (RC), Locri (RC) e Catania, e nel 2023 hanno offerto i loro servizi a più di 1905 bambine e bambini, e a 1528 genitori e adulti di riferimento.

Dal 2022 a Roma, in collaborazione con l’Area di contrasto a tratta e sfruttamento, è attivo il progetto Nuovi Percorsi Roma, che supporta nuclei monoparentali ad alta vulnerabilità, anche provenienti da migrazioni forzate e tratta, con bambini e bambine tra 0 e 6 anni, per contrastare il rischio di ogni forma di sfruttamento sessuale o lavorativo e favorire percorsi di autonomia familiare.