Giustizia minorile, rieducazione o repressione?

Avv. Michele Andreano

L’universo della giustizia minorile in Italia sta attraversando una fase di profonda mutazione strutturale. Se per anni il modello italiano è stato celebrato a livello internazionale come un’eccellenza basata sulla “de-carcerizzazione” e sulla prevalenza delle misure alternative, i dati statistici più recenti del Ministero della Giustizia (Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità – DGMC) e i report Istat del 2024 e 2025 delineano un’inversione di tendenza che merita un’analisi rigorosa.

Nel 2024/2025 si registra un aumento significativo della popolazione detenuta negli Istituti penali per i minorenni

Secondo i dati convalidati dal Ministero della Giustizia al 31 dicembre 2024 e le proiezioni provvisorie del 2025, si registra un aumento significativo della popolazione detenuta negli Istituti Penali per i Minorenni (IPM). Alla fine del 2024, i giovani presenti negli IPM erano circa 530, con un incremento superiore al 30% rispetto ai 392 registrati alla fine del 2022. Questo trend è proseguito nel corso del 2025: le rilevazioni di metà anno (giugno 2025) indicano una stabilizzazione verso l’alto, con picchi che hanno sfiorato le 580 unità. I numeri crescenti rendono sempre più critica la gestione del sistema della giustizia minorile, investito da una pressione senza precedenti dopo l’approvazione del D.l. 123/2023, cosiddetto decreto Caivano, convertito in Legge 159/2023. L’incidenza del decreto Caivano sulla detenzione minorile rappresenta il principale fattore di mutamento dei flussi statistici osservati tra il 2024 e l’inizio del 2025. I dati del Ministero della Giustizia e le analisi Istat evidenziano un impatto diretto e quantificabile su tre fronti: l’accesso alla custodia cautelare, la gestione dei reati di lieve entità e l’affollamento degli IPM.

Oggi il sovraffollamento riguarda 9 Istituti penali per minorenni su 17

A differenza delle carceri per adulti, dove l’indice di affollamento medio nazionale ha superato il 120% nel 2024 (dati Istat), gli IPM hanno storicamente goduto di una gestione più calibrata. Tuttavia, la recente impennata degli ingressi ha creato situazioni critiche e ad oggi il sovraffollamento riguarda ben 9 IPM su 17. A Treviso si sfiora il doppio delle presenze rispetto ai posti disponibili, l’Istituto Beccaria di Milano e l’IPM di Quartucciu a Cagliari hanno un tasso di affollamento del 150%, Firenze supera il 147%, secondo i dati dell’associazione Antigone.

Misure cautelari: la stragrande maggioranza dei ragazzi reclusi è in attesa di giudizio o di una sentenza definitiva

Uno dei dati più rigidi e preoccupanti riguarda la natura della detenzione. Le statistiche del Ministero evidenziano che circa l’80% degli ingressi negli IPM avviene per misura cautelare. Questo significa che la stragrande maggioranza dei ragazzi reclusi è in attesa di giudizio o di una sentenza definitiva. Il D.P.R. 448/1988 prevede quattro tipi di misure cautelari, ordinate per gravità crescente:

  1. Prescrizioni: Obblighi relativi ad attività di studio o lavoro.
  2. Permanenza in casa: Equiparabile agli arresti domiciliari.
  3. Collocamento in comunità: Misura intermedia molto utilizzata (circa 1.000-1.100 collocamenti annui).
  4. Custodia cautelare in carcere: L’extrema ratio, che però dal 2024 ha visto una crescita dei numeri a causa dell’abbassamento delle soglie edittali per l’applicazione della misura.

I “nuovi ingressi” per custodia cautelare sono aumentati del 13-15% su base annua

I dati del 2024 mostrano che i “nuovi ingressi” per custodia cautelare sono aumentati del 13-15% su base annua. Questo dato riflette una politica più severa verso i reati predatori e quelli legati alle sostanze stupefacenti. In tal senso, il decreto Caivano di cui si è accennato sopra, ha modificato l’art.23 del D.P.R. 448/1988, abbassando la soglia della pena edittale che consente l’applicazione della custodia cautelare in carcere: da una pena massima non inferiore a 9 anni, alla attuale previsione di una pena massima non inferiore a 6 anni. Tale modifica ha reso preventivamente “carcerabili” in fase di indagine una serie di reati, come il furto aggravato e lo spaccio di media entità, che prima portavano a misure meno afflittive (prescrizioni o permanenza in casa). I dati del Ministero mostrano che gli ingressi in IPM per custodia cautelare sono aumentati di circa il 20% nei primi 12 mesi dall’applicazione della legge.

Le misure alternative e la Messa alla Prova

Nonostante l’aumento dei detenuti, la giustizia minorile continua a fondarsi sull’Area Penale Esterna. Al 31 dicembre 2024, i minorenni e giovani adulti in carico ai Servizi Sociali Minorili (USSM) erano oltre 14.000. La Messa alla Prova rappresenta il fiore all’occhiello del sistema: il processo viene sospeso e il minore segue un percorso rieducativo. Se l’esito è positivo, il reato si estingue. Nel 2024 sono stati attivati circa 4.500 nuovi provvedimenti di messa alla prova. Le statistiche indicano un tasso di successo (estinzione del reato) superiore all’80%. Per quanto riguarda l’esecuzione della pena definitiva, la legge privilegia misure che evitino l’IPM, ovvero l’affidamento in prova ai servizi sociali – la misura più diffusa per chi ha una condanna definitiva – o il collocamento in comunità, utilizzato sia come misura cautelare che come modalità di esecuzione della pena. Al 2024, si contano circa 900 ragazzi stabilmente inseriti in comunità ministeriali o del privato sociale.

Profilo della popolazione detenuta: stranieri, giovani adulti e aumento dei reati commessi da ragazze

L’analisi dei dati ufficiali mette in luce una forte disparità demografica. Per lo più provenienti dal Nord Africa, gli stranieri rappresentano quasi il 50% dei presenti negli IPM, a fronte di una percentuale molto più bassa nella popolazione generale. Spesso la detenzione per i minori stranieri non accompagnati è dovuta alla mancanza di una rete familiare che permetta misure come la permanenza in casa. I minorenni rappresentano circa il 30-40% dei presenti negli IPM. La maggioranza (circa il 60-70% dei detenuti) è invece costituita dai cosiddetti “giovani adulti”, ragazzi tra i 18 ed i 24 anni, che stanno scontando pene per reati commessi da minorenni. Negli ultimi due anni si è registrato un lieve aumento della quota di giovanissimi (14-15 anni) che entrano nel circuito penale, spesso per reati di gruppo o legati al contesto del degrado urbano (fenomeno attenzionato dopo il Decreto Caivano). Per tipologia di reato, prevalgono i reati contro il patrimonio (furti e rapine), seguiti dai reati contro la persona (lesioni) e violazioni della legge sugli stupefacenti. Nel 2024 si è osservato un lieve incremento dei reati commessi da ragazze, sebbene la popolazione femminile negli IPM rimanga una frazione minoritaria (circa il 3-4% del totale).

Giustizia minorile, l’aumento degli ingressi negli IPM segnala una risposta più repressiva ai fenomeni di devianza giovanile urbana

I dati statistici 2024-2025 indicano chiaramente che il dogma della “carcerazione come ultima spiaggia” sta subendo una tensione senza precedenti. Se da un lato le misure alternative (MAP, USSM) tengono numeri altissimi, dall’altro l’aumento degli ingressi negli IPM segnala una risposta più repressiva ai fenomeni di devianza giovanile urbana. Il rischio evidenziato dai flussi è che l’aumento della popolazione carceraria possa erodere le risorse destinate ai percorsi trattamentali, trasformando gli IPM in luoghi di mera custodia piuttosto che di rieducazione. L’analisi dei dati statistici non è un semplice esercizio contabile, ma la fotografia di una tensione profonda tra due visioni della giustiziaquella paternalistico-rieducativacardine del sistema italiano dal 1988, e quella securitario-repressiva, riemersa con forza nell’ultimo biennio. Il dato più allarmante che emerge dalle statistiche 2024-2025 non è solo l’aumento numerico, ma la natura della popolazione detenuta. L’IPM sta smettendo di essere l’extrema ratio per diventare un ammortizzatore sociale di fallimenti esterni.

L’IPM sta smettendo di essere l’extrema ratio per diventare un ammortizzatore sociale di fallimenti esterni

La massiccia presenza di minori stranieri non accompagnati (oltre il 50%) rivela che il carcere viene utilizzato laddove il welfare fallisce. Senza una rete familiare o una casa, la misura cautelare non può che essere il carcere, trasformando una condizione sociale (la povertà/solitudine) in un aggravante della sanzione. Possiamo dunque parlare della tendenza ad una istituzionalizzazione della marginalità.
Inoltre, con la maggioranza dei detenuti composta da giovani adulti (18-25 anni), l’IPM vive una crisi d’identità. Si cerca infatti di applicare modelli pedagogici pensati per adolescenti a uomini giovani, spesso già inseriti in dinamiche criminali consolidate, creando un corto circuito educativo che genera tensioni e rivolte.
A ciò si aggiunga che la risposta normativa ai fenomeni di devianza minorile attraverso il decreto Caivano risponde a una domanda di sicurezza pubblica immediata, ma trascura il fatto che la detenzione precoce è il principale predittore di recidiva futura. Sociologicamente, stiamo assistendo a una “criminalizzazione del percorso di crescita”.

Soluzioni al sovraffollamento: la giustizia minorile oltre l’emergenza

Per riportare il sistema verso l’efficienza statistica e pedagogica, le soluzioni devono muoversi su tre binari complementari:

  1. Rafforzamento dei Servizi Sociali (USSM). Il sovraffollamento si combatte fuori dall’IPM. È necessario un potenziamento strutturale degli organici degli assistenti sociali minorili. Se l’USSM è sovraccarico, la magistratura non riceve le garanzie necessarie per disporre misure alternative, rifugiandosi nella custodia cautelare in carcere.
  2. Comunità ponte e residenzialità diffusa. La carenza di posti in comunità per minori con problemi psichiatrici o di dipendenza è una delle cause del travaso in IPM. Occorre investire in Comunità terapeutiche specializzate per il doppio binario (reato + dipendenza).
  3. Investimento sulla formazione professionale reale. Il sovraffollamento si riduce abbattendo la recidiva. Le statistiche dimostrano che chi accede a percorsi di formazione esterna durante la detenzione riduce drasticamente il rischio di rientro. Le soluzioni devono prevedere “patti territoriali” con le imprese per garantire un impiego immediato post-rilascio.