Donald Trump non è un’anomalia improvvisa, ma il risultato di una profonda stratificazione di fattori storici e culturali americani

di Andrea Filloramo 

Donald Trump è pazzo, va rimosso prima che sia troppo tardi”. Le voci sulla presunta instabilità mentale del presidente degli Stati Uniti e sulla necessità di allontanarlo dalla Casa Bianca negli ultimi giorni si sono fatte più insistenti.  

È sotto gli occhi di tutti: Trump, dopo aver scatenato una guerra con l’Iran che non sa come e quando concluderla, ha stabilito uno standard piuttosto alto per le idee e per le decisioni, di politica estera, che mutano continuamente a distanza di poco tempo.  

Dire, tuttavia, che “è pazzo” è una semplificazione che non aiuta a capire il fenomeno. Si, perché di fenomeno si tratta.  

Donald Trump è sicuramente una persona abile nel concludere affari lucrosi, caratterizzata da spregiudicatezza, astuzia, un attore politico e mediatico, che va analizzato con categorie politiche, comunicative e istituzionali, non cliniche.  

  Ha, inoltre, un approccio diretto e poco vincolato alla coerenza tradizionale, privilegiando l’impatto immediato rispetto alla continuità nel tempo.  

Questo fa diventare le sue posizioni sempre di più contraddittorie. 

 È anche una figura polarizzante, un leader diretto, anti-establishment e pragmatico. 

 I suoi critici lo considerano,  – e così è – provocatorio, divisivo, demolitore delle istituzioni e delle convenzioni istituzionali. 

Attribuirgli, quindi, una diagnosi psichiatrica (“pazzo” o “malato”) non è appropriato per almeno due ragioni.  

La prima ragione è quella metodologica: senza valutazioni cliniche dirette non si possono usare categorie mediche.  

La seconda è politica: ridurre un leader a una condizione mentale rischia di oscurare le dinamiche reali del consenso che ancora ha negli Stati Uniti, del linguaggio politico e delle strategie comunicative. 

Molti studiosi di comunicazione politica sottolineano che Trump utilizza spesso uno stile deliberatamente semplice, emotivo e volutamente provocatorio.  

Questo non è necessariamente “irrazionalità”, ma una forma di comunicazione efficace in certi contesti mediatici, soprattutto sui social e nei cicli di notizie rapidi. 

Inoltre, la sua figura si inserisce in una tendenza più ampia delle democrazie contemporanee: la personalizzazione della politica, dove il leader diventa il centro del discorso pubblico più dei programmi o delle istituzioni.  

Così, del resto, avviene anche dei leaders di casa nostra. 

In sintesi, è più utile discutere di Trump in termini di strategie politiche, impatto istituzionale e linguaggio pubblico, piuttosto che ricorrere a etichette psicologiche che semplificano eccessivamente un fenomeno complesso e sfaccettato, che va oltre la semplice politica tradizionale, toccando aspetti sociologici, psicologici e mediatici.  

Trump non è un’anomalia improvvisa, ma il risultato di una profonda stratificazione di fattori storici e culturali americani. 

Pensatori come Hannah Arendt hanno messo in luce un aspetto veramente inquietante della modernità politica: la possibilità che il pensiero si irrigidisca fino a diventare automatico, incapace cioè di interrogarsi criticamente su ciò che fa.  

  Questo fenomeno emerge con particolare evidenza nei regimi totalitari, ma non è esclusivo di essi ed è rintracciabile anche nei sistemi che si dicono democratici.  

Arendt, riflettendo su eventi come il processo a Adolf Eichmann, criminale di guerratedesco, considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista, coniò l’espressione “banalità del male”.  

Non intendeva dire che il male fosse superficiale, bensì che potesse essere compiuto da individui ordinari che rinunciano a pensare in modo autonomo 

Eichmann, nella sua analisi, infatti, non appariva come un mostro ideologico, ma come un funzionario che eseguiva ordini all’interno di un sistema, quello nazista, che trasformava il pensiero in routine amministrativa.  

Questo automatismo mentale nasce quando il linguaggio e le categorie politiche diventano autoreferenziali, quando il pensiero non è più un’attività viva e critica, ma una ripetizione di formule. In questo senso, l’ideologia funziona come una “logica chiusa”: tutto ciò che accade viene interpretato secondo schemi già stabiliti, senza possibilità di revisione.  

Secondo il sociologo e antropologo indiano Arjun Appadurai, l’errore di base è confondere la democrazia con il momento in cui si vota o si decide.  

La democrazia, nella sua analisi, si costruisce molto prima, nell’insieme dei legami sociali, fiducia, partecipazione e nella capacità condivisa di immaginare un futuro comune.   

È questo il cuore dell’idea di  democrazia profonda , che non si esaurisce nelle procedure, ma vive nella densità delle relazioni e nella possibilità concreta per una comunità di attivarsi e trasformare la propria realtà.