La storia di Feliciana Zuccaro insegna che nei disastri di chi ama scrivere c’è (anche) rigenerazione

La protagonista della storia è una scrittrice – lettrice il che ci suggerisce che nei disastri di chi ama scrivere c’è (anche) rigenerazione. Così potremmo definire Feliciana Zuccaro una romantica sognatrice perché il suo nome è un marchio che l’accompagna lungo il tragitto:  “qualcuno ha voluto per me un nome che mi rendesse felice sempre”.

Di lei sappiamo che è  nata il nono giorno di novembre, anno domini 1981, e nevicava tanto. Pochi anni dopo, nel giorno del suo ottavo compleanno cadevano muri sotto la forza dei martelli e di lì a poco si sarebbe accorta che certi muri li avrebbe fatti cadere pure lei con la forza di una penna.   

“All’età delle scelte ho preferito gli studi tecnici, infatti mi sono diplomata e laureata come agronoma, ma all’età delle consapevolezze ho scoperto che il sogno della scrittura era la strada per vivere le vite di chi mi sfiora.

La mia vita è dominata dalla magia della penna che scorre sul foglio bianco. Motivo per cui ho coltivato il sacro seme delle parole, e finalmente nel 2022 sono stata finalista al concorso internazionale di poesie “Esordi” di PordenoneLegge con la silloge All’ombra del gelso bianco e nel 2023 ho vinto con la raccolta di poesie Tutti i miei innamoramenti il Premio Miglior Silloge per il concorso internazionale Le mille e una donna. Nel 2024, poi, ho vinto il terzo premio del concorso Murgia Demos con la poesia Ubriaca di  nulla”.

Nel settembre del 2021 è stato pubblicato il primo romanzo Non ho mai danzato sotto la pioggia da Fides Edizioni e nell’anno successivo la prima raccolta di poesie Per ogni volta che sei morta da ItalicPequod. A maggio del 2023, invece, ha pubblicato il secondo romanzo Senza far rumore di nuovo con Fides Edizioni.

“Ho scritto diversi articoli per il magazine Les Flaneurs, per il blog Api Furibonde e attualmente scrivo per la rivista Filotabù. Ho pubblicato diversi racconti in riviste letterarie come Topsy Kretts, Micorrize, Metamorphosis e Gorilla Sapiens. Insomma, il mio nome mi ha portato la felicità che qualcuno per me desiderava. Ma io non mi fermo… Ho da raggiungere vette di felicità ancora più alte!”.

P.S. Noi ci ritroveremo ancora insiemeDavanti a una finestraMa molte, molte lune in làE poche stelle in menoE forse sarai stanco per la corsa del topoProbabilmente vecchio per inventare un nuovo giocoDimmi come t’inganniE quando avrò i tuoi anni?

E i nostri figli se ne andranno per il mondoCome fogli di cartaSopra lunghi stivali silenziosiE li avremo già persiE una incontrerà tutti quelli che io sono già statoE ci farà l’amore come in un sogno disperatoScriverà sui ceriniParole da bambiniE le parole invece tu me mischieraiTutte dentro a un cappelloAlla tua età scrivere una canzoneNon sarà più che quello

Roberto Vecchioni

Feliciana: lettori si nasce o si diventa?

Una mia visione, personalissima, ma lettori si nasce. Sicuramente ci si può impegnare a diventarlo, anche a diventare un “buon lettore”, costante e attento, ma se non c’è la genetica della visuale da lettore, non c’è possibilità alcuna. Sto parlando di quella cosa che è l’occhio allenato a vedere nella propria casa libri sparsi ovunque, o un genitore che normalmente legge, il dibattito che nasce dall’ultima lettura appena fatta, quella normale condizione che porta a leggere di conseguenza perché l’esempio è proprio quello.

Scrivere un libro è ormai diventata una moda ma il problema di fondo è capire a chi è destinato ciò che uno racconta. Come cambia il rapporto con la parola?

Non so se scrivere un libro è diventata una moda, ma so di sicuro che scrivere per me è diventata un’urgenza, che nasce dentro in un determinato momento e poi si sviluppa tutt’attorno fino a sconfinare nelle vite degli altri. Ed è lì che è destinato tutto quello che scrivo, l lettore che ho difronte a me. E il rapporto con la parola, appunto, cambia proprio in base a chi mi sta leggendo. Probabilmente assume un valore differente per una persona rispetto a un’altra. Mi è capitato diverse volte, infatti, di avere come risposta, a un racconto o a una poesia che ho scritto, un valore differente in base a chi stava leggendo proprio quel racconto o quella poesia. Per questo è bello scrivere, perché comprendi che le parole nel loro insieme formano mondi diversi in ogni circostanza.

Quando e come hai cominciato a esprimerti attraverso la scrittura?

La scrittura mi ha sempre affascinata, probabilmente perché ho letto molto, già da bambina con il primo libro regalatomi da mio zio (La freccia azzurra di Gianni Rodari) e con tutti quelli a venire. A quattordici anni mi rinchiudevo nella mia cameretta e scrivevo poesie su poesie (ho ancora conservate le agende che contengono quei versi così acerbi che oggi rileggendoli mi lasciano un retrogusto agrodolce) e a sedici anni la mia professoressa di letteratura mi chiese di partecipare a un concorso, che non vinsi, ma che ricordo bene perché la sensazione di piacere la sento ancora (mi sentii meno trasparente e più visibile). È stato così che ho iniziato a scrivere oltre alle poesie, anche racconti, articoli per i magazine che accoglievano i miei scritti, fino ad arrivare alla pubblicazione del mio primo romanzo, poi il secondo e poi la silloge di poesie, e tantissimi altri racconti oggi pubblicati su diverse riviste letterarie.

È molto più difficile che si cominci a leggere in una famiglia dove nessuno lo fa, dove un papà o una mamma non abbiano avvolto il sonno di un bambino leggendo una storia?

Come ho già detto nella prima risposta, credo nel fatto che ci sia una sorta di genetica della visuale da lettore e che se l’occhio è allenato a vedere nella propria casa libri, a sentire il genitore che normalmente legge, a capire che le parole si possono distribuire in maniera ordinata trovando un senso logico, va da sé che il risultato finale è quello di avere figli, anzi un’intera famiglia di lettori consapevoli.

IO LEGGO PERCHÉ VIAGGIO DOVE NON AVREI MAI POTUTO ANDARE. ANCHE PER TE?

Io credo di leggere per mille motivi. Per andare dove non posso, ma anche dove sono stata senza conoscerne le motivazioni, per comprendere il senso della vita, delle cose che mi stanno attorno, per conoscere la materia di cui sono fatti gli oggetti, gli animali, le piante, per scoprire il motivo per cui siamo circondati dalla bellezza, ma anche perché non siamo capaci di riconoscerla. Per capire le emozioni che provo, gli stati d’animo che mi investono, per capire di più chi mi sta attorno, e quale è il pensiero che gli altri hanno su determinati argomenti, così da accoglierlo anche quando non lo condivido. Per combattere gli stereotipi di genere, per lottare contro le discriminazioni, qualunque tipo di discriminazione, per sentirmi più libera anche se incatenata in un sistema che mi vuole in un certo modo. Insomma, leggo per mille motivi e se vuoi potrei continuare all’infinito ad elencarli.

 

Anche nell’epoca dello smartphone e della playstation i ragazzi possono appassionarsi alla lettura?

Dobbiamo essere onesti e ammettere che l’avvento di certi strumenti come smartphone e game station stanno allontanando ulteriormente le nuove generazioni dalla lettura. La facilità e la velocità di accesso a certi contenuti, non rende facile far appassionare i ragazzi al mondo lento della lettura, che è vero che apre la via dell’immaginazione, ma con la dovuta lentezza del caso, e ai ragazzini questa lentezza non piace molto. Meglio tutto e subito. E questa cosa peggiora con la presenza dell’AI, che aumenta ulteriormente i ritmi di approvvigionamento dei contenuti. Tutto questo mi spaventa, essendo la mamma di due ragazzini in preadolescenza e devo, mio malgrado, fare i conti con questa realtà. Ma sono fiduciosa. Tutto può stravolgersi da un momento all’altro. Parlano i dati statistici. Il trend di lettori è in leggero aumento (anche se quel che leggono non è di lato livello, ma qui bisognerebbe aprire un capitolo a parte) e maggiormente nelle fasce di età più basse. Quindi, non perdiamo la speranza.

Quale romanzo ha il tratto principale del tuo carattere?

La risposta a questa domanda è difficilissima. È un po’ come chiedermi in quale libro mi sono rivista. E sono tantissimi i libri in cui ho ritrovato parti di me. Quini non riesco a rispondere con facilità. Però posso indicarti il primo libro in cui mi sono persa dentro e che ho letto e riletto tante volte e che avrei voluto scrivere io, ovvero Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, forse perché dopo averlo letto ho scoperto che avevo letto i necrologi degli abitanti di un luogo immaginario che era proprio la collina di Spoon River, e ci ho visto il genio di chi lo aveva scritto. Poi ho scoperto anche il lavoro musicale di Fabrizio De André fatto proprio dopo la lettura dello stesso libro intitolato “Non al denaro non all’amore né al cielo”, e allora ci ho visto un mondo intero in cui perdersi.

I tuoi autori preferiti?

Ecco, questa è una domanda che mi piace molto, perché mi permetta di raccontare qualcosa di me. Dostoevskij è la mia parte malinconica. Murakami e Paul Auster sono entrambi la mia parte riflessiva. Alberto Garlini è la mia parte indagatrice, proprio a livello storico. Georges Perec è la mia parte determinata, ostinata e puntuale. Julio Cortázar è la mia parte folle e sopra i limiti. Margherite Duras e Annie Ernaux sono la mia parte dolce e sentimentale.

I tuoi eroi nella vita?

I miei genitori e la loro ostinazione.

Dopo questa intervista quanto mi detesti?

Tantissimo, perché mi hai fatto condividere parti di me, ma in realtà è stato bellissimo e quindi non ti detesto per niente. Anzi, grazie per tutto questo tratto di strada fatto assieme.