TENDENZE: LE SCELTE SPETTACOLARI DI ALBERTO RAVAGNANI. DALL’ALTARE A BALLANDO SOTTO LE STELLE

di Andrea Filloramo

Prendiamo atto che Alberto Ravagnani, il giovane prete che ha lasciato il ministero, sarà il decimo concorrente di Ballando con le stelle. Dando egli stesso la comunicazione dice enfaticamente: “Ho sempre detto tante parole. Adesso è il momento in cui voglio riappropriarmi del mio corpo e dargli voce”
C’è qualcosa di profondamente paradossale non solo in questa espressione ma in tutta parabola mediatica di Alberto Ravagnani. Per anni è stato il prete dei social, il sacerdote capace di parlare ai giovani con il linguaggio di Instagram e YouTube, il volto di una Chiesa che cercava di uscire dalle sacrestie per entrare negli smartphone. Poi è arrivata la scelta personale, ovviamente da rispettare, ma non forse inattesa, di lasciare il ministero sacerdotale. Adesso, dopo varie e continue apparizioni ed esposizioni nei media, arriva il passo successivo, offertogli dalla RAI: la sua partecipazione a Ballando con le stelle.

Certamente non è una colpa partecipare a un programma televisivo: un uomo, ancora molto giovane che lascia il sacerdozio, è libero di scegliere la propria vita, il proprio lavoro e perfino il proprio palcoscenico. Il problema, semmai, è un altro: che cosa racconta questa vicenda sul rapporto tra fede, notorietà e spettacolo?

Ravagnani ha spiegato pubblicamente le ragioni della sua scelta. Ha raccontato di non riuscire più a vivere serenamente il celibato e di avere maturato nel tempo la convinzione di dover lasciare il ministero. Ma proprio perché la sua vicenda è diventata anzi ha voluto lui stesso che diventasse una vicenda pubblica, è legittimo porre una domanda scomoda: era davvero necessario trasformare l’uscita dal sacerdozio e tutto ciò che ne è seguito, in un capitolo della propria esposizione mediatica?

Prima il sacerdote-influencer, poi l’annuncio dell’abbandono del ministero, interviste, video, libri, programmi televisivi. E ora il grande palcoscenico di Rai 1.

È proprio qui che nasce il disagio. Mentre, infatti, Ravagnani dispone di una platea enorme per raccontare ogni passaggio della propria vita, esiste una moltitudine di sacerdoti (si parla di circa ottanta mila sacerdoti dagli anni 70 ad oggi ) che lasciano il ministero nel silenzio senza voler diventare personaggi televisivi e senza trasformare la propria vicenda in un prodotto mediatico.

Eppure sono uomini che affrontano spesso una scelta dolorosa, ricominciano una vita professionale, affrontano conseguenze familiari ed economiche e, e nessuno si accorge di loro. Forse è proprio a loro che dovremmo dedicare almeno una parte dell’attenzione che oggi riserviamo a questo ex prete diventato personaggio televisivo.

È il paradosso della società dello spettacolo: anche l’addio alla tonaca diventa un format e Ravagnani è il simbolo di qualcosa di più grande di lui: il sacerdote, che voleva portare la Chiesa sui social finisce per portare sé stesso dalla Chiesa alla televisione generalista. Il percorso è legittimo. Ma è anche inevitabilmente discutibile.

Soprattutto perché la sua enorme visibilità rischia di produrre una distorsione: far credere che il problema sia la storia di un singolo sacerdote, quando invece la questione riguarda un’intera realtà ecclesiale.