A me che l’Ordine dei giornalisti debba premiare i cronisti con la “schiena dritta” e punire i “pennivendoli” mi procura grande amarezza. Dovrebbe essere la normalità avere la schiena dritta perché è alla base della professione. Io non intendo esprimere solidarietà ai giornalisti così duramente attaccati dagli arroganti e dai prepotenti. No. L’espressione di solidarietà è diventato un esercizio di stile, come gli ordini del giorno degli amministratori rivolti ai giornalisti che perdono il lavoro per la chiusura della loro azienda, salvo poi che chi ha firmato quegli ordini del giorno vada ad assumere direttori andati in pensione col massimo della pensione e disposti a togliere spazio a disoccupati.
Basta con falsi proclami. Io sogno una risposta, la più impattante, la più ferma, la più forte possibile, da parte di una categoria che si è sfilacciata, disunita, dispersa. C’è – ed è forte – il bisogno di restituire autorevolezza al mestiere di giornalista.
In più punti la Carta dei Doveri pone l’accento su quelli che, al pari del dovere di verità, vanno considerati valori etici assolutamente inderogabili: l’autonomia e la credibilità del giornalista.
L’autonomia del giornalista serve a garantire l’obiettività dell’informazione. L’informazione obiettiva serve unicamente la collettività, ossia persegue un interesse generale. Il dovere di autonomia vuole impedire che la funzione giornalistica venga subordinata ad interessi particolari. E’ evidente, quindi, che particolari rapporti del giornalista con soggetti interessati a una informazione compiacente sono visti come il fumo negli occhi.
La Carta dei Doveri vuole stigmatizzare non tanto il rapporto, quanto quegli elementi presenti in esso che indicano uno stato di sudditanza del giornalista o un interesse in conflitto con il dovere di verità. Insomma, casi il cui verificarsi ingenera quantomeno il dubbio sulla reale capacità o volontà del giornalista di dare vita a un’informazione obiettiva.
Oggi siamo a scandalizzarci per l’arroganza del “SISTEMA” epperò in questi anni l’abbiamo accettato, condiviso, corteggiato. Mi indigna perciò oggi, da una parte, la (finta) sorpresa per diagnosi e terapie che sono già largamente diffuse e condivise nel dibattito; dall’altra parte, lo schizofrenico comportamento che ne segue.
Sintetizzabile con uno slogan: “dalla riverenza all’inadempienza”.
