Firenze. Costo della vita. Il vuoto che lascia chi va via

Se oggi si dovesse ideare una campagna pubblicitaria per promuovere la residenza a Firenze il messaggio dovrebbe puntare sulla bellezza di una vita vissuta nelle case in condivisione, «così socializzanti», su quella eterna giovinezza assicurata dal sentirsi anche a 40 anni suonati uno studente fuori sede e ad alzarsi ogni mattina con addosso il senso della sfida: quella di farcela ad arrivare alla fine del mese. Per il jingle c’è già il ritornello di Forever young di Alphaville.

Si può provare a sorridere, come i negozianti che dopo l’alluvione del 1966 davanti alle loro botteghe invase dal fango esponevano cartelli con scritto «Oggi tutto in umido». Ma stavolta è terribilmente più difficile.
Perché un conto è una catastrofe improvvisa, altro è qualcosa che ha eroso per decenni le fondamenta del nostro modo di immaginare una vita dignitosa. La vicenda di Alberto Mezzotero, l’insegnante che ha consegnato la sua storia ai social e che ieri l’ha dettagliatamente spiegata a Ivana Zuliani sul Corriere Fiorentino , può — anzi deve — far sobbalzare. Ma è troppo simile a quella di poliziotti, autisti, bancari, tutte persone venute a Firenze per lavorare e che se ne sono dovute andare perché viverci costa troppo, a cominciare da un alloggio decoroso. Per Mezzotero è ancora peggio, perché lui qui non ci è capitato per caso, ma aveva scelto Firenze fin dai tempi dell’Università, arrivandoci dalla Calabria dove sarà costretto a tornare. Quando aveva molti meno anni tanti studenti vivevano in una casa in condivisione. Ma per lui, oggi con un lavoro importante come quello di insegnare e di educare e uno stipendio che per tanti può essere invidiabile, non è cambiato niente: vive in una casa condivisa, in una stanza in cui non si può neanche sognare oltre il soffitto viola cantato da Gino Paoli.

Difficile provarci se l’affitto di un appartamento si mangia da solo quasi la metà dello stipendio e trascina verso l’alto tutti gli altri costi. Un orrendo cinismo, unito alla miopia sul nostro futuro prossimo, ci potrebbe far alzare le spalle: meno siamo e meglio stiamo. Ma non è così. Perché una città senza il confronto con varie culture muore. Il decennio in cui Firenze ha avuto il maggior numero di abitanti, ben 450 mila — cioè centomila più di adesso — è stato tra il 1970 ed il 1980. Un periodo non casuale, in cui migliaia di giovani che avevano beneficiato degli effetti della scolarizzazione di massa degli anni precedenti scelsero Firenze per la propria formazione universitaria.

Molti di loro sono poi rimasti, come ha cercato di fare Alberto, e hanno potuto costruire qui una vita per loro e per noi: in tanti hanno dato un contributo decisivo alla cultura, alla scuola, all’università, alle professioni e al mondo delle imprese.

Non hanno rubato il lavoro a nessuno. Anzi, lo hanno creato. Oggi, come già da diversi anni, senza un’inversione di marcia è un processo irripetibile a causa del modello che la città si è data scegliendone come fulcro la rendita di posizione, di cui la questione degli affitti brevi per turisti è solo uno degli aspetti.

Importante ma non il solo, poiché è una intera concezione della città che determina le scelte obbligate di Alberto che se ne va, o di Sara, Lucrezia, Paola e le altre che hanno raccontato sempre ieri su queste pagine a Jacopo Storni che la «spesa» la fanno ai centri della Misericordia.

Qualcuno inseguiva una città di ricchi. Ma quelli veri a Firenze fanno solo shopping immobiliare attraverso i fondi internazionali. Invece rischiamo di essere una città più piccola e povera di come la descrisse Sergio Marchionne. E pensare che si scusò pure per quella che sembrava una gaffe.

 

(articolo pubblicato su Corriere fiorentino – Corriere della Sera del 03/06/2026)