UNA IDENTITA’ ITALIANA LIBERATA DA TUTTE LE IDEOLOGIE

Da tempo dovevo leggere il testo “1861-2011. A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia. Quale identità?”, curato da Francesco Pappalardo e Oscar Sanguinetti, due storici studiosi cresciuti alla scuola di Alleanza Cattolica. Il testo uscito nell’anno di celebrazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, pubblicato da Cantagalli (2011) si compone di ben otto contributi a partire dalla corposa introduzione di Massimo Introvigne. Sono presenti saggi di Sandro Petrucci, Renato Cirelli, Oscar Sanguinetti, Francesco Pappalardo, Marco Invernizzi e Giovanni Cantoni.

Prima di passare ai vari contributi, mi preme sottolineare che questo testo, peraltro neanche corposo (appena 203 pagine), serve come studio per non alimentare luoghi comuni, pregiudizi sulla nostra storia degli ultimi duecento anni. Un libro che dovrebbe essere letto da tutti, ma soprattutto da chi vuole guidare il Paese, quindi i politici, gli insegnanti, i giornalisti, i religiosi.

Introvigne parte dagli Atti del 1999 di  un convegno parigino su Piero Gobetti dove emerge la tesi secondo cui l’arretratezza dell’Italia deriva dal fatto che nel nostro Paese è mancata una Riforma protestante, la quale avrebbe invece garantito prosperità e sviluppo economico e politico alle nazioni più avanzate dell’Europa Settentrionale. A questa drammatica mancanza avrebbero poi cercato di ovviare, scrive Introvigne, il Risorgimento prima e l’opposizione al fascismo poi.

La tesi di Gobetti, ma anche di tanti altri, a cominciare dall’economista Simonde de Sismondi, hanno scarso supporto scientifico e documentario. Tuttavia questa tesi si rafforza quando viene pubblicata in Italia l’opera sociologica di Max Weber, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. Il male dell’Italia si ripete ancora una volta consiste nel fatto che il nostro popolo ha rifiutato la Riforma protestante. Pertanto, l’ethos specifico dell’Italia, radicato nella tradizione cattolica e nello spirito della Controriforma, diventa un’eredità negativa, di cui bisogna liberarsi “per avviare anche nel nostro Paese un processo di modernizzazione e di progresso, avviato dal Risorgimento proprio in quanto laico e anticlericale”.

Dal dibattito su Weber per Introvigne si consolida quello che si può chiamare il partito anti-italiano, che chiede all’Italia di rinunciare al suo ethos tradizionale per non perseverare in una presunta condizione di arretratezza, d’inferiorità e di subordinazione rispetto alle nazioni protestanti, che sono proposte come modello”. Queste idee (vulgate) poi vengono ripetute in continuazione nei libri di testo delle scuole. Tuttavia su Weber occorre precisare che l’economista non sostiene affatto che lo spirito capitalista proviene dalla Riforma, anche perché basta dare un’occhiata alla storia, per cui certe imprese commerciali capitalistiche sono nate ben prima della Riforma, a cominciare dal Medioevo fiorentino.

Pertanto per il sociologo torinese la pessima lettura di Weber ha impedito a tanti una seria riflessione sui rapporti tra l’ethos nazionale italiano, religione, unità d’Italia e modernità. Il partito anti-italiano con la sua denigrazione sistematica del Paese, ha abbracciato l’utopismo della modernità, ritenendo che sia possibile instaurare sulla terra un’età dell’oro, grazie agli sforzi degli uomini. Questa è l’ideologia che il filosofo cattolico Augusto Del Noce chiamava “perfettismo”. In pratica questa ideologia non intende prendere in considerazione le conseguenze sociali del peccato originale. Naturalmente Introvigne sottolinea proprio che l’ethos nazionale italiano, rifiuta questo perfettismo, dello Stato etico, della società perfetta. E su questo rifiuto basta leggere Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa, una massima autorità riconosciuta nel mondo cattolico. Sant’Alfonso è l’autore più letto, il suo sano realismo contro tutte le utopie e le ubriacature ideologiche, ci ha salvati e preservati per molti anni. “Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa”, ricorda nella Spe salvi, Benedetto XVI.

Ma ci sono altre sane figure impregnate di forte realismo che Introvigne cita in questa sua introduzione come San Francesco di Sales e san Giovanni Bosco.

Introvigne mette in guardia da una esaltazione tout court dell’ethos nazionale contrapposto ai processi della modernità, “come se questo ethos comportasse soltanto aspetti positivi e dovesse garantire automaticamente lo sviluppo di un Paese pacifico e felice”. Tuttavia, per Introvigne, “ogni ethos nazionale ha i suoi pregi e i suoi difetti”. E anche se l’universalismo cattolico si oppone sia al nazionalismo e al cosmopolitismo illuminista che all’internazionalismo marxista, certamente “un ordinato sviluppo della nazione può soltanto avvenire nella fedeltà al suo ethos.

L’intervento del sociologo si conclude con una articolata riflessione sull’ethos cattolico, con le sue luci ed ombre, che ha governato il nostro Paese, sull’unità e sull’egemonia di una certa cultura ufficiale che ci incatena alle utopie ideologiche. Introvigne individua la distinzione tra le élite con i poteri forti e il popolo che nonostante tutto rimane ancora ancorato ai principi tradizionali. Intanto viene posto un punto fermo: l’Italia era già unita ben prima del 1861. Non è stato il partito anti-italiano ad inventare l’idea di un’unità politica dell’Italia. E qui si apre il dibattito sui vari regni preunitari, in particolare il Regno delle Due Sicilie, che ha patito una clamorosa opera di diffamazione e di mistificazione. Questi regni preunitari non erano affatto in rovina come hanno sostenuto certi storici. L’intervento di Introvigne intende criticare la forma che l’unità prese con il Risorgimento, l’imporre un abito unico e centralista, invece di pensare a un sano federalismo, rispettoso delle ricchezze dell’Italia preunitaria.

L’élite risorgimentale cercò sempre di sostituire l’ethos nazionale con altre forme che avrebbero dovuto unire gli italiani, anche se risultavano di scarsa presa popolare. Elite costantemente centraliste, a cui il movimento cattolico non ha saputo imporre un discorso federalista. Comunque sia gli sforzi dei risorgimentisti, ma anche una certa parte del fascismo, di imporre un ethos alternativo, una religione laica, a quello tradizionale italiano e cattolico, è sempre fallito. Piuttosto per Introvigne si può rilevare più tardi un consenso popolare su figure come il tenente di polizia di New York, “Joe” Petrosino, il pugile Primo Carnera, la nazionale di calcio vincitrice dei mondiali del 1934 e del ‘38, il “Grande Torino”, la squadra di calcio, i cui componenti persero la vita in un incidente aereo a Superga nel 1949. Oppure il pilota automobilistico Tazio Nuvolari, i ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali.

L’intervento di Introvigne termina con alcuni riferimenti alla vita politica degli ultimi decenni, in particolare alla domanda di federalismo nata con la nascita della Lega Nord, viene sottolineato l’importanza di questo messaggio politico contro un regionalismo cieco che moltiplica i tentacoli del governo centrale, invece di farlo arretrare. E qui c’è un richiamo importante alla Dottrina Sociale della Chiesa, ai sempre affidabili principi, veri baluardi: la sussidiarietà e la solidarietà: “tanta libertà quanto è possibile, tanto Stato quanto è necessario”.

Per ora mi fermo ma è necessario proporre anche gli altri interventi presenti nel testo.

DOMENICO BONVEGNA

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