TRE AVVENIMENTI IN UNA SOLA DATA: 21 GENNAIO

Il 21 gennaio non si ricorda solo il martirio di Sant’Agnese, ma per la Storia si ricordano tre avvenimenti abbastanza significativi: il 21 gennaio 1921 a Livorno viene fondato il Pcd’I; il 21 gennaio 1924, la morte di Vladimir Il’lc Ulianov, conosciuto con il suo pseudonimo Lenin; infine sempre il 21 gennaio 1793, la morte per ghigliottina di Luigi XVI, re di Francia.

I tre avvenimenti collegati tra loro, a partire dall’assassinio del re Luigi XVI durante la Rivoluzione Francese, che è la madre di tutte le rivoluzioni e ideologie del Novecento.
Cominciamo con la nascita del partito comunista, il 21 gennaio del 1921, nato sull’onda, non solo emotiva, del grande successo sovietico, si scontra subito con la reazione delle altre forze politiche, a cominciare dal Partito socialista (PSI). L’ingresso dei primi deputati comunisti in Parlamento, scelgono l’arroccamento, favorendo la soluzione autoritaria di cui sarà protagonista il fascismo mussoliniano. Quando nel 1926 il fascismo diventa regime, il Partito comunista viene messo al bando, i suoi deputati e dirigenti arrestati, incarcerati e confinati, i quadri e la struttura organizzativa dispersa: il partito deve così passare alla clandestinità. “Ma sarà una clandestinità operosa: la “rete” tessuta dai “rivoluzionari di professione” resiste e “lavora”, anche grazie alla poco oculata repressione — si pensi alla colonia penale di Ventotene trasformata, come altre, in “università per quadri”, e alle libertà non solo intellettuali concesse ad Antonio Gramsci (1891-1937) — attuata dal regime”.(Oscar Sanguinetti, Cento anni di anti-comunismo, 24.1.2021, alleanzacattolica.org)
Il ruolo del Partito comunista nell’Italia post-bellica sarà da protagonista, sia nella “liquidazione” dei residui del fascismo, sia nel referendum sulla monarchia e nella Costituente repubblicana. Dopo la “svolta di Salerno” del 1944 il partito dismette i panni del sovversivismo, manda in soffitta la tattica della conquista violenta del potere e indossa il “doppiopetto” togliattiano. Mettendo in ombra il suo legame strutturale con il partito dell’Unione Sovietica e millantando un ruolo primaziale nella lotta di liberazione, si accrediterà— con successo — come forza “nazionale”, come grande partito democratico e sociale, come erede della tradizione risorgimentale. Il PCI parteciperà a tutte le elezioni italiane, a cominciare da quelle del 18 aprile 1948,
alleato con le sinistre, contro ogni pronostico, grazie alla grandiosa mobilitazione del mondo cattolico, patisce una sconfitta epocale, che si tradurrà in una decisa impasse nell’ascesa del partito. Ma i vincitori, i democristiani, invece di approfittare dell’inatteso plebiscito anti-comunista, di cui sono i beneficiari unici, continueranno nella loro collaborazione con le forze “laiche”, in attesa del momento propizio per reinserire i comunisti — magari meno ideologizzati — nell’area del governo. “L’opposizione “forte” al comunismo italiano sarà svolta quindi non dal partito di maggioranza, bensì dagli ambienti liberali “benpensanti”, dai superstiti monarchici, dai cattolici obbedienti al Magistero […]Il fulcro di tale opposizione sarà la galassia di gruppi di svariato orientamento che ruota intorno al Movimento Sociale Italiano, all’erede, cioè, di quella “sinistra nazionale” sconfitta nella guerra civile del 1943-1945”. Ma questa opposizione scalfisce appena la “potente “macchina da guerra” allestita da Palmiro Togliatti (1893-1964) e finanziata da Mosca. Dopo il 1960 l’egemonia — cioè il potere di condizionamento — del PCI dilagherà, così, in ambito sindacale, nelle piazze, nella cultura nazionale, nella scuola, nell’editoria, nei giornali, nel cinema. Coniugandosi con il dirigismo statalista di forti correnti democristiane, la Repubblica assumerà di conseguenza una configurazione sempre più vicina a quella di una repubblica socialista — quindi, marcata da sprechi, corruzione, inefficienze —: un abito che dopo il 1989 sarà assai difficile dismettere, nonostante le conclamate “privatizzazioni”.
Sanguinetti insiste ancora sull’anticomunismo che non riesce smascherare adeguatamente dove vuole arrivare la rivoluzione comunista. “Sarà, in altri termini, un anti-comunismo “democratico”, privo di adeguati agganci dottrinali, che, a misura dell’imporsi dei paradigmi della modernità e del progressismo, sarà afflitto da una lunga serie di “complessi” che ne paralizzeranno o neutralizzeranno l’azione. Solo da ambienti intellettuali cattolici attenti alle numerose indicazioni del Magistero pontificio verranno analisi in grado di svelare il vero volto del comunismo e la malizia ìnsita nella sua politica, specialmente quella “della mano tesa” e del “dialogo” verso i cattolici”.
Il PCI dopo il 1989 “implode” grazie alla mutata situazione internazionale e al venir meno del fascino dell’ideologia marxista. Esse cercheranno d’inserirsi nel sistema, facendo dimenticare il loro passato “bolscevico”. Ma il “post-comunismo” italiano subirà una grave sconfitta nelle elezioni del 1994, dal Centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Ma le forze anticomuniste non saranno capaci di sfruttare appieno la ferita inferta all’antico partito bolscevico. Infatti il risultatoche si arriva alla parentesi del governo di Massimo D’Alema,segretario del PDS.
Altra data 21 gennaio 1924, muore, Vladimir Il’ič Ulianov, universalmente conosciuto con il suo pseudonimo rivoluzionario, Lenin, corifeo indiscusso del comunismo mondiale, fondatore del Partito Bolscevico e dell’Unione Sovietica. Lenin non aveva figli. La sua unica creatura fu il partito dell’avanguardia rivoluzionaria, un’innovazione politica fondata su un impegno ideologico fanatico, una intransigente volontà di potere e una disciplina inflessibile. Interessante il racconto sull’ultimo anno della sua vita che fa Davide Cavaliere su atlanticoquotidiano del 21 gennaio scorso. (Cento anni dalla morte di Lenin, ma il leninismo è ancora vivo). Sostanzialmente Lenin divenne prigioniero dei suoi più stretti collaboratori, in pratica di Iosif Vissarionovič Džugašvili, noto come Stalin (“Koba”, per gli amici). Pare che fecero sparire una lettera di Lenin che chiedeva la rimozione di Stalin, compresa una critica al sistema sovietico troppo burocratico.
“Per Vladimir Lenin, la “dittatura del proletariato”, concetto che difendeva con fanatico fervore, rappresentava l’unico mezzo per salvare la rivoluzione e, dunque, l’umanità intera. Ma, in realtà, come avevano previsto i suoi avversari menscevichi e come ha dimostrato, con grande lucidità, Raymond Aron, l’essenza del bolscevismo era il “sostituzionismo”: il partito sostituisce la classe, l’oligarchia “rivoluzionaria” sostituisce il partito, il despota, infine, sostituisce il dominio della casta con quello della propria volontà”.
Il partito diventa tutto, sarà infallibile, unico detentore della verità, utilizzerà la violenza che avrà funzioni redentive, catartiche e miracolose. “Coloro che si rifiutavano di aderire alla “verità della Storia” incarnata dal partito diventavano “nemici del popolo” e, pertanto, meritavano lo sterminio come miserabili “parassiti” o “corpi nocivi”. E’ un linguaggio molto simile a quello di Hitler. Sono tutte direttive trovate negli scritti di Marx.
Si tratta del “terrorismo rivoluzionario”, una infezione, innervata anche nella cultura (arte, filosofia, letteratura), tutto doveva servire la rivoluzione. Lenin, come avrebbe scritto il grande romanziere Vasilij Grossman, “non cercava la verità, cercava la vittoria”. Pertanto, un avvertimento a quanti oggi, “cercano di proporre l’immagine benevola di un “bolscevismo” originario, diverso dal totalitarismo staliniano, ignorano che il leninismo è stato fin dall’inizio un’ideologia criminale, basata sul culto della violenza, sulla mistica del partito e del capo supremo. Lenin è stato il creatore di tutte le istituzioni che hanno permesso gli orrori infernali dello stalinismo: l’ideocrazia, la polizia segreta, la propaganda martellante, i campi di lavoro forzato, il completo annullamento della giustizia e la simulazione di una pseudo-legalità volta a giustificare qualsiasi abuso”.
Ultima data da prendere in considerazione 21 gennaio 1793, i giacobini rivoluzionari ghigliottinano il Re dei francesi Luigi XVI. Per molti è stato un vero e proprio martirio, come per la rivista Cristianità (n. 166 del 1989), che ha pubblicato L’Allocuzione sul martirio di Luigi XVI, re di Francia, sottoscritto da Papa Pio VI. Discorso tenuto in Concistoro del 17-6-1793. E’ un lungo documento che merita essere letto, mi limito a proporre solo una piccola parte.
“Venerabili fratelli, 1. Perché la nostra voce non è in questo momento completamente soffocata dalle nostre lacrime e dai nostri singhiozzi? Con i nostri gemiti piuttosto che con le nostre parole dobbiamo esprimere il dolore senza limiti, al quale siamo costretti a dar sfogo davanti a voi, descrivendovi lo spettacolo di crudeltà e di barbarie che si vide a Parigi il 21 gennaio scorso?
Il re cristianissimo, Luigi XVI, è stato condannato alla pena capitale da un’empia congiura, e questo giudizio è stato eseguito. Vi ricorderemo in poche parole i dispositivi e le motivazioni di questa sentenza. La Convenzione Nazionale non aveva né il diritto né l’autorità di pronunciarla. Infatti, dopo aver abrogato la monarchia, la miglior forma di governo, aveva trasferito tutto il pubblico potere al popolo, che non si comporta né secondo ragione, né dopo aver preso consiglio, e non si forma idee giuste a nessun proposito, giudica poche cose sulla base della verità e ne valuta moltissime secondo l’opinione; ed è sempre incostante, facile da ingannare e da trascinare a tutti gli eccessi, ingrato, arrogante e crudele; gioisce nella carneficina e nello spargimento del sangue umano, e si bea contemplando le angosce che precedono l’ultimo respiro come in altri tempi si andava a veder spirare i gladiatori negli anfiteatri degli antichi”.

DOMENICO BONVEGNA
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