Se vuoi essere perfetto, vai, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo

di ANDREA FILLORAMO

La corruzione con tutti i fenomeni a essa connessi che Papa Francesco descrive in termini di disgusto, quando nel suo colorito linguaggio ibridato dallo spagnolo, dice che “spuzza”, è un processo di degenerazione, dal quale in forza del denaro si traggono vantaggi, agendo contro i propri doveri e obblighi.

Essa è un male endemico di tutte le società, non esclusa la Chiesa, che, però, per lo stesso fatto che si ispiri alla parola di Cristo che dice: “non si può servire Dio e il denaro”, non dovrebbe continuare a essere, com’è sempre è stata, stando a qualche giornale: “uno straordinario punto di osservazione per comprendere le diverse modalità con cui da sempre gli uomini corrompono o si lasciano corrompere”.

A partire, infatti, dal secolo primo, fino al XXI secolo, i cristiani hanno avuto un rapporto molto complesso e a tratti contraddittorio, ma che hanno sempre rivelato i modi diversi di giustificare anche, attraverso deduzioni non ispirate al Vangelo, l’uso e l’accaparramento del denaro, anche quando la troppa ricchezza era platealmente offensiva nei confronti di quanti non sono stati avvantaggiati dalla sorte o sono stati danneggiati da traffici illeciti e immorali, che ledono la giustizia distributiva e quella perequativa.

A partire, infatti, dai trenta denari di Giuda e dall’episodio di Anania e Saffira  narrato negli Atti degli Apostoli 5,1-1, cioè di due anziani, marito e moglie, che, per mettersi in mostra davanti alla primitiva comunità cristiana, decisero di vendere un campo che possedevano e di offrire una parte del ricavato agli Apostoli, dicendo però che si trattava dell’intera somma, il fenomeno ha accompagnato sempre  lo sviluppo del cristianesimo e della Chiesa e ha assunto il valore di un confine immaginario che ha sempre separato l’essere cristiano dal suo opposto, un confine mobile, che continuamente si è rimodellato ed evoluto con il trasformarsi della società e dei costumi.

Il potere del denaro risiede soprattutto nella sua potenzialità: il denaro si genera materialmente nell’accumulo e possiede virtualità di accrescimento giacché può ottenere e dare in cambio più del suo valore effettivo. Ambiguità e poliedricità si direbbero quindi connaturate e sostitutive della sua essenza. Tale potenzialità racchiude la ricchezza stessa e il potere spendibile di denaro nelle sue plurime metamorfosi.

La Chiesa, al di là di quanto da essa stessa predicato, non sempre si è distanziata anzi ha, forse, sempre riaffermato il principio, non tanto teorico ma pratico, e per tal motivo da essa stessa applicato, che il denaro ha un ruolo fondamentale nel pensiero delle persone, che il condizionamento del denaro è il bene primario, da cui ogni cosa, inclusi il tempo e l’esistenza, dipendono e, inoltre, che il denaro è un mezzo per esercitare il potere, comandare sul prossimo, obbligarlo all’ubbidienza, imposta anche con il “perinde ac cadaver” (nello stesso modo di un cadavere), che è una formula adottata dai gesuiti per esprimere, iperbolicamente, la sottomissione assoluta alla regola e alla volontà dei superiori, con rinuncia alla propria personalità.

“Se vuoi essere perfetto, vai, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!” (Mt 19, 21): queste parole sono risuonate nella mente di Francesco, il poverello d’Assisi, che è stato colui che ha rotto dell’’incantesimo dato dal “pecunia non olet” di Vespasiana memoria, che si era ripetuto nei secoli precedenti, che ha rinunciato a tutti i beni per vivere in totale povertà. Tale episodio è magnificamente raffigurato da Giotto, tra gli affreschi della Basilica Superiore di Assisi.

Come riferiscono le fonti, Francesco ha deposto “anche le mutande”. Da quel momento il suo unico Padre è stato quello che è nei cieli: “perché in Lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza” (Fonti Francescane, 1043).

 La similitudine con il racconto evangelico del “giovane ricco”, come si può facilmente notare, è molto evidente e l’invito di Cristo a lasciare “case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli, o campi” in suo nome per avere in eredità “la vita eterna” è quello che si è allora concretizzato.

San Francesco ha fatto una scelta radicale, non imitabile neppure dai suoi “fraticelli”, invitati a raccoglierne soltanto il senso che egli ha voluto dare al suo gesto rivoluzionario.

Il suo, oltre a essere una testimonianza, è stato, oltretutto, un ammonimento o un invito alla Chiesa che secondo il sogno del Papa Innocenzo III egli era chiamato a ricostruire, da quando intese la frase “Vai a riparare la mia Chiesa, che va in rovina”.

La Chiesa, però, con i suoi Pontefici che si sono susseguiti nei successivi secoli, ha fatto orecchie da mercante a quell’invito e ha continuato, come sempre, ad accumulare e ad amministrare ricchezze e ciò fino a tempi recenti, fino, cioè, ad arrivare a Papa Bergoglio.  

Le ricchezze della Chiesa Cattolica, oggi – diciamolo con chiarezza- non sono solo, quelle consistenti in opere d’arte che sono inalienabili e appartengono o dovrebbero appartenere a tutta l’umanità, ma sono moltissimi beni sia immobiliari che azionari, incluse valute estere, che assieme hanno un valore incalcolabile. A questi beni è da aggiungere il tesoro in metalli preziosi, stimato dalla pubblicazione “United Nations World Magazine” come ammontante a diversi milioni di dollari. Una gran parte di questo tesoro è immagazzinata in lingotti presso la “U.S. Federal Reserve Bank”, mentre il resto è custodito in banche britanniche ed elvetiche.

Questa, comunque, non è che una piccola quota della ricchezza del Vaticano che, nei soli Stati Uniti, è più consistente di quella delle cinque aziende più floride della nazione.

La fortuna della Chiesa cattolica diventa, perciò, così imponente che risulta impossibile darne una valutazione credibile.

La ragione di questo accumulo sta nei duemila anni di storia e di monopolio religioso e politico che hanno portato la Chiesa ad essere, non tanto una “comunità” in cui tutto è di tutti, ma lo Stato più ricco e potente del mondo, il Vaticano, che si è guardato bene e si guarda tutt’ora bene a non cedere, con coraggio, molto di questa sua ricchezza ai poveri che aumentano sempre di più.

È bene dirlo: oggi in valori assoluti, in condizione di povertà estrema, vivono 902 milioni di persone. Per rendere l’idea, basti dire che si tratta di circa quindici volte la popolazione italiana e ogni anno ce ne sono milioni in più. 

È bene anche sapere che sono 7.000 i bambini sotto i cinque anni che ogni giorno muoiono, nel mondo, per cause legate alla malnutrizione,  quindi, sono cinque bambini ogni minuto che muoiono tutti i giorni e questo succede perché sono nati in uno dei paesi più poveri.

Essi vivono nell’indifferenza generale di chi invece ha avuto la fortuna di nascere in uno dei Paesi più ricchi.

 Lo sappiamo tutti: la ricchezza della Chiesa non utilizzata per affrontare e risolvere la povertà tanto grande nel mondo, costituisce il più grande scandalo e il più grande paradosso della storia delle religioni, di cui la Chiesa, tutt’intera, non può, prima o dopo, non farsi carico.

Forse è arrivato il momento per ascoltare la voce di Nelson Mandela, che non era cattolico e diceva: “Superare la povertà non è un gesto di carità. È un atto di giustizia. Come la schiavitù e l’apartheid, la povertà non è un dato naturale. È creata dall’uomo e può essere superata e sradicata dalle azioni degli esseri umani. A volte spetta ad una generazione essere grande, VOI potete essere quella grande generazione. Lasciate fiorire la vostra grandezza”.

A gestire il “patrimonio” cattolico ci pensano lo IOR e la CEI. Lo IOR è l’Istituto per le Opere di Religione, Ente della Santa Sede, eretto da Pio XII nel lontano 1942, di cui sono noti gli scandali e gli affari illeciti e a cui si fa riferimento per la morte di Roberto Calvi, la sparizione di Emanuela Orlandi, la morte di David Rossi, presidente dello stesso IOR; la CEI, per quanto riguarda l’Italia  è la Conferenza Episcopale Italiana.

Quest’ultima gestisce l’ “otto per mille”, proveniente dalla fiscalità, consistente in un fiume di soldi che fluisce nelle casse della Cei dalla primavera del 1990 e sfocia ormai in un mare di miliardi di euro all’anno.

A questo punto, la domanda è d’obbligo: dall’anno 2013, sul soglio di Pietro siede un Papa che come obiettivo del suo pontificato si è prefissato di costruire una “Chiesa dei poveri per i poveri”, e di smantellare o almeno ripulire un’istituzione che, a parere di tanti, ha poco di evangelico: riuscirà in quest’opera ardua?”.

 Non lo so. Certamente non basta un pontificato per portare a termine il programma della restaurazione della Chiesa.

Certo che qualcosa, superando i malumori, le incomprensioni e le ostilità di una minoranza conservatrice molto attiva sui social e sui media, il Papa argentino la sta facendo, almeno nelle sue intenzioni in cui, però, c’è tanta concretezza.

Egli è pienamente consapevole che “non si può servire Dio e la ricchezza” e da questo sacrosanto principio, secondo il Papa non si può scappare.  Da ciò: il suo rilancio di un fondo per i poveri “con il denaro impiegato nelle armi e in altre spese militari”, svolto “a tutela di una finanza pulita”, nell’ambito della quale ai “mercanti è impedito di speculare in quel sacro tempio che è l’umanità”.

Ecco ancora il suo “Ordinamento Vaticano” con cui il Papa ha intrapreso “alcune misure sulla trasparenza nella gestione del denaro e per contrastare il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo”.

Il Papa ha promulgato anche un “Motu Proprio” per una più efficace gestione delle risorse e per favorire la trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici. Da rammentare ancora che recentemente, per disposizione di Papa Francesco, le organizzazioni di volontariato e le persone giuridiche dello Stato della Città del Vaticano sono state sottoposte all’obbligo di segnalazione di attività sospette all’Autorità di Informazione Finanziaria.

Molto chiaro appare, quindi, l’obiettivo pastorale di Papa Francesco: sconfiggere, come egli lo chiama: il “feticismo del denaro”, giacchèGesù ha scacciato dal tempio i mercanti e ha insegnato che non si può servire Dio e la ricchezza”.

Egli dice: “Quando l’economia perde il suo volto umano, non ci si serve del denaro, ma si serve il denaro. È questa una forma di idolatria. L’adorazione dell’antico vitello d’oro ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. Così la speculazione finanziaria con il guadagno facile come scopo fondamentale continua a fare strage”.

Il Papa ha auspicato, quindi, che la finanza: “non opprima i più deboli e i bisognosi” e sottolinea la necessità diripensare al nostro rapporto col denaro, perché in certi casi pare che si sia accettato il predominio del denaro sull’uomo. Talvolta, pur di accumulare ricchezza, non si bada alla sua provenienza, alle attività più o meno lecite che l’abbiano originata e alle logiche di sfruttamento che possono soggiacervi. Così, accade che in alcuni ambiti si tocchino soldi e ci si sporchi le mani di sangue, del sangue dei fratelli. O, ancora, può succedere che risorse finanziarie vengano destinate a seminare il terrore, per affermare l’egemonia del più forte, del più prepotente, di chi senza scrupoli sacrifica la vita del fratello per affermare il proprio potere”.