di Roberto Malini – Comitato Pesaro città d’arte e cultura
Le immagini degli scavi nell’area dell’ex Garage Moderno di via Castelfidardo 92 colpiscono perché non mostrano solo un cantiere edilizio, ma un punto in cui la città sembra essere stata aperta in sezione. In quelle trincee, in quei tagli del terreno, nei muri affioranti e nelle strutture interrate, non si legge semplicemente la preparazione di nuove fondazioni. Si intravede piuttosto una stratificazione urbana complessa, fatta di usi successivi, demolizioni, rifacimenti, adattamenti, memorie materiali sovrapposte.
Dalle foto si distinguono chiaramente lacerti murari, allineamenti sepolti, cavità, livelli di terreno differenti e porzioni di costruito che sembrano appartenere a fasi precedenti rispetto all’edificio del primo 1900 demolito. Naturalmente, da immagini di cantiere non è possibile proporre una datazione certa. Parlare di strutture tardo-medievali, rinascimentali o moderne richiede rilievi, analisi stratigrafiche, studio dei materiali, lettura delle murature e confronto con la cartografia storica. Tuttavia l’impressione visiva è quella di un’area tutt’altro che “vuota”, perché Il sottosuolo appare densamente abitato dalla storia.

Il caso è ancora più significativo perché sopra quelle stratificazioni si trovava il Garage Moderno, edificio del 1915 e primo garage di Pesaro. Anche questo è un dato importante. Spesso si tende a considerare “storico” solo ciò che appartiene a epoche remote, dimenticando che il XX secolo ha prodotto architetture, funzioni e luoghi urbani fondamentali per capire la trasformazione della città contemporanea. Un garage dei primi del secolo in una città motoristica come Pesaro non è soltanto un contenitore edilizio, ma racconta l’arrivo di motociclette e automobili, il mutamento della mobilità, l’ingresso della modernità tecnica nella vita quotidiana, il cambiamento dei mestieri e degli spazi urbani. Un simbolo, per la città.
Qui, dunque, il tema non è solo archeologico. È più ampio: riguarda il rapporto tra sviluppo edilizio, memoria urbana e tutela. Se davvero il valore culturale del Garage Moderno non è stato adeguatamente riconosciuto prima della demolizione e se all’interno o al di sotto dell’edificio esistevano strutture stratificate tra XVI e XVIII secolo, come ci mostrano le foto e i materiali demoliti, allora siamo davanti a una perdita che non può essere liquidata come semplice effetto collaterale di un intervento privato. La città non è fatta solo di edifici monumentali già celebrati, ma anche di luoghi minori, produttivi, artigianali, tecnici, spesso fragili proprio perché meno conosciuti.
Nelle fotografie, in particolare, alcune strutture interrate sembrano suggerire ambienti di servizio, fondazioni, possibili vani o spazi funzionali. L’ipotesi di botteghe artigiane è verosimile, anche se da verificare. Sarebbe importante sapere se siano stati individuati pavimenti, battuti, livelli di frequentazione, canalette, focolari, scarichi, tracce di lavorazione o rivestimenti come cocciopesto. Il cocciopesto, se presente, potrebbe indicare pavimentazioni, superfici impermeabili o ambienti con particolari esigenze d’uso; ma senza dati ufficiali sarebbe scorretto trarne conclusioni.
Colpisce anche l’apparente assenza, almeno nelle immagini, di cassette di raccolta, selezione visibile di materiali, frammenti ceramici o reperti esposti. Questo però non significa necessariamente che non vi siano stati recuperi. In uno scavo archeologico i materiali possono essere raccolti, catalogati e rimossi rapidamente, oppure trovarsi in settori non visibili nelle fotografie. Proprio per questo sarebbe auspicabile una comunicazione pubblica, anche minima, da parte degli enti competenti; non per alimentare polemiche, ma per restituire alla comunità il senso di ciò che sta emergendo.
Una città come Pesaro dovrebbe poter conoscere le proprie profondità. Ogni scavo in centro storico è anche un’occasione di studio. Non sempre ciò che emerge può essere conservato in situ, e non ogni muro antico può bloccare un intervento edilizio. Ma ogni traccia dovrebbe almeno essere riconosciuta, documentata, interpretata e, quando possibile, raccontata. La distruzione senza conoscenza è la forma peggiore di perdita; la trasformazione accompagnata da studio, invece, può diventare memoria condivisa.
Il punto delicato è proprio quello di non opporre automaticamente archeologia ed edilizia, tutela e trasformazione, ma pretendere che la trasformazione non avvenga nell’opacità. Quando un luogo conserva insieme un edificio novecentesco significativo e strutture più antiche nel sottosuolo, il cantiere non è più soltanto un affare tecnico. Diventa una questione pubblica, perché riguarda la continuità storica della città.
Le foto di via Castelfidardo 92 sembrano mostrarci una pagina strappata e, allo stesso tempo, una pagina ancora leggibile. Il Garage Moderno non c’è più e questa è già una perdita. Ma ciò che affiora dal terreno potrebbe ancora raccontare qualcosa. Forse ambienti artigianali, forse resti di edifici moderni, forse strutture più antiche inglobate e riutilizzate nel tempo. Sarebbe un peccato se anche questa seconda memoria venisse ridotta a semplice ostacolo di cantiere. Nessuno, se non gli archeologi sul posto, che non comunicano con i cittadini che si fermano a osservare gli scavi, sa cosa sia stato realmente trovato. Ma una città che non sa interrogare i propri scavi rischia di costruire il futuro cancellando, strato dopo strato, le prove materiali della propria identità. Non sarebbe una conquista, dopo tante distruzioni di beni culturali, iniziare un dialogo fra istituzioni e comunità, per ricordare insieme e non essere, invece, divisi de mura edilizie e da mura, ancora meno valicabili, di silenzio?
