L’immigrazione è linfa per l’Italia che invecchia. Mentre i nati italiani crollano al 6,1‰, i 5,3 milioni di residenti stranieri (8,9% della popolazione) generano 177 miliardi di valore aggiunto – il 9% del PIL 2024. In agricoltura coprono il 16,4% dell’occupazione, raccogliendo pomodori e altri prodotti che finiscono sulle nostre tavole; in edilizia contribuiscono per il 15,1%, ricostruendo case e infrastrutture. Più o meno anche oggi è così. Sono 2,5 milioni di occupati (10,5% del totale), 787.000 imprenditori (+24% in 10 anni), colmano vuoti fatali.
Sono stranieri i badanti dei nostri anziani (3 milioni), gli operai in molte fabbriche deserte di italiani. Remunerano pensioni con saldo fiscale positivo +1,2 miliardi di euro, inviano 8,3 miliardi di euro alle famiglie d’origine stimolando commerci globali. Demograficamente, sono salvezza. La natalità straniera è del 9,9‰ contro il nostro inverno. Senza di loro, il 21% del fabbisogno occupazionale 2024-28 (640.000 ingressi su 3 milioni) resterebbe vuoto. L’Italia è sempre stata culla di popoli che arrivavano da fuori.
I Greci dall’VIII secolo a.C. hanno portato la vite e la filosofia, gli Etruschi una fusione culturale con l’Oriente, il Rinascimento un forte sincretismo migratorio. Oggi, couscous, sushi, kebab sono nuovi capitoli di questa epopea meticcia che si celebra a tavola. Non rubano lavoro. Lo creano, spingendo il PIL del +0,5% annuo. Non sono minaccia, ma necessità etica e pragmatica.
Con flussi ordinati e formazione, l’immigrazione non è problema da gestire, ma futuro da abbracciare. Serve un elogio dell’immigrazione non il buio della ragione che pretende la remigrazione. Quelle degli immigrati sono mani che raccolgono, spalle che reggono, cuori che rinnovano la nostra Penisola. Nel loro sudore germoglia l’Italia che verrà, quella del futuro, né nazionale né internazionale, ma piuttosto ibrida e transnazionale.
Gian Luigi Corinto, docente di Geografia e Marketing agroalimentare nell’Università di Macerata, collaboratore Aduc
