di Andrea Filloramo
Guardando il mondo di oggi, la domanda forse quasi ingenua che ci sorge spontanea è la seguente: la pace, tanto e insistentemente invocata da Papa Leone XIV, è veramente possibile o è un’utopia irrealizzabile?
L’Ucraina, infatti, continua a essere devastata dalla guerra, il Medio Oriente vive una tensione permanente tra Iran, Israele, Siria e Libano; nuove crisi internazionali si accendono continuamente. In questo scenario – così tragico – ogni appello alla pace può apparire distante dalla realtà.
E, però, nei momenti storici più drammatici che la parola — pace — torna ad assumere un significato decisivo.
Da quando Papa Leone XIV è stato eletto al soglio pontificio invoca la pace e ribadisce che “la pace non è un’utopia spirituale ma è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione”; che essa “non si costruisce con le minacce reciproche né con le armi”.
Il Pontefice, quindi, richiama le parti in conflitto al dialogo e alla tutela dei civili innocenti, dei vecchi e dei bambini, invocando il cessate il fuoco, il rispetto del diritto internazionale e un sincero sforzo diplomatico volto alla pace.
Ma la vera domanda è: le parole del Papa hanno ancora un senso in un mondo dominato dagli interessi geopolitici, dalle armi e dalla forza?
Non è difficile comprendere che le grandi potenze agiscono secondo una logica di equilibrio del potere. Ciò che conta, per loro, non è tanto ciò che è giusto, ma ciò che garantisce sicurezza, influenza economica e supremazia militare.
In questo scenario, la diplomazia rischia di diventare uno strumento subordinato alla deterrenza armata, mentre i conflitti — anche quando non esplodono apertamente — si manifestano attraverso pressioni economiche, guerre ibride, controllo delle risorse energetiche e competizione tecnologica.
Le armi assumono, così, un valore che va oltre la difesa. Diventano strumenti di potere politico e simboli di prestigio internazionale. Gli Stati più forti militarmente riescono spesso a imporre la propria volontà o a condizionare le decisioni globali, mentre le nazioni più deboli si trovano costrette ad alleanze strategiche o a forme di dipendenza economica e militare.
In questo contesto, il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali mostrano tutti i loro limiti, perché la loro efficacia dipende dalla volontà delle potenze di rispettarne le regole.
La storia recente sembra dimostrare che la pace non nasce, quindi, spontaneamente dalla buona volontà, in quanto gli Stati si muovono seguendo interessi economici, strategici ed energetici.
La guerra in Ucraina, ad esempio, non riguarda soltanto il territorio o la sicurezza, ma anche equilibri internazionali, influenza politica e controllo delle risorse.
Lo stesso vale per il Medio Oriente, dove la questione della Striscia di Gaza e quella iraniana si intrecciano con rivalità territoriali religiose, potenze regionali e interessi globali.
In questo contesto, la pace appare fragile perché manca la fiducia reciproca. Ogni parte teme che un compromesso venga interpretato come una debolezza. Ed è proprio qui che nasce il paradosso: tutti parlano di pace, nessuno, però, sembra disposto a pagarne il prezzo politico.
Eppure, se si osserva la storia più attentamente, si scopre che le guerre non finiscono quasi mai con una vittoria assoluta. Finiscono perché, a un certo punto, il costo umano, economico e morale diventa insostenibile.
Anche i conflitti più feroci del Novecento si sono conclusi con trattative, compromessi e diplomazia. La pace non è mai stata il risultato dell’ingenuità, ma della consapevolezza che la guerra infinita distrugge tutti.
Per questo il messaggio del Papa conserva una sua forza. Non perché sia facile realizzarlo, ma perché rappresenta una direzione morale.
Il Pontefice non ignora la complessità del mondo; piuttosto ricorda che senza un principio etico superiore — il rispetto della vita umana — la politica rischia di trasformarsi soltanto in gestione della violenza.
Naturalmente esiste anche una critica concreta a questa visione. C’è chi sostiene che predicare la pace senza considerare la necessità della difesa sia irrealistico. In Ucraina, ad esempio, molti ritengono che senza resistenza armata il Paese sarebbe stato cancellato. Altri temono che invocare negoziati troppo presto significhi legittimare aggressioni e soprusi. È una posizione comprensibile e che mostra quanto il tema sia complesso.
La verità probabilmente sta nel mezzo: la pace non può essere semplice resa, ma nemmeno la guerra permanente è una soluzione.
Serve una diplomazia credibile, sostenuta dalla politica internazionale e dalla volontà concreta delle nazioni di rinunciare almeno in parte ai propri interessi immediati.
Il problema più grande, oggi, è forse culturale. Viviamo in un’epoca in cui il conflitto sembra essere tornato normale. Le immagini della guerra scorrono ogni giorno sugli schermi e diventano abitudine. La sofferenza rischia di trasformarsi in rumore di fondo.
In questo senso, la voce del Papa ha ancora un ruolo importante: ricordare che ogni guerra, prima di essere strategia o geopolitica, è morte di persone reali,
Dunque, la pace è davvero possibile. Sì, ma non come illusione romantica. È possibile solo se viene considerata una costruzione difficile e imperfetta. Non nasce dagli slogan, ma dalla capacità di dialogare persino con il nemico. E soprattutto richiede qualcosa che oggi sembra rarissimo: il coraggio politico di fermarsi prima dell’annientamento reciproco.
Forse il Papa continua a predicare la pace proprio per questo motivo: perché sa che, anche quando appare impossibile, è l’unica alternativa alla distruzione continua del mondo.
