La Chiesa parla continuamente di servizio. Ma il vero tema che raramente affronta fino in fondo è il potere. Chi decide? Chi nomina? Chi controlla?

di Andrea Filloramo

Il compito della Chiesa è adattarsi, nei vari momenti della sua storia, alla cultura del tempo, senza però mai rinunciare al messaggio di fede che deve trasmettere. Solo così può diventare ed essere una vera comunità di credenti.

Ciò, però, non sempre avviene. La Chiesa cattolica manifesta un talento straordinario: riesce, cioè, spesso a trasformare l’immobilità in una virtù. Quando, cioè, non cambia, parla di prudenza; quando rimanda, parla di discernimento; quando conserva, parla di tradizione; quando decide di non decidere, parla di sinodalità.

Leone XIV, da quel che possiamo osservare, fino ad oggi, non si è distanziato molto da questa antica prassi ecclesiastica.

La Chiesa di Papa Prevost, infatti, ascolta, convoca, moltiplica le consultazioni, promette di camminare insieme; tuttavia, quando arriva davanti alle questioni capaci di modificare davvero, rallenta, rinvia e torna prudentemente al punto di partenza. Dimostra così di essere una Chiesa apparentemente in movimento ma sostanzialmente ferma.

Con questo non vogliamo dire che Leone XIV sia un Papa conservatore. Assolutamente no! Essere conservatori, oltretutto, non è una colpa. Una religione che pretende di custodire una tradizione millenaria non può essere governata come una start-up. La continuità ha un valore. La prudenza è una virtù. Una Chiesa universale non può cambiare dottrina a ogni cambio di stagione.

Il problema è un altro. Il problema nasce quando la prudenza è interpretabile come un non volere affrontare la realtà e rimandare la soluzione dei problemi. Ed è proprio qui che Leone XIV rischia di trovarsi davanti alla contraddizione fondamentale del suo pontificato.

E’ urgente, quindi, che la Chiesa affronti i problemi, in quanto non aspetta più la società, che diventa sempre più frenetica; non aspettano le donne escluse nelle decisioni; non i giovani che vivono in un mondo veloce e incerto che si allontanano sempre di più dalla Chiesa; non quelli – e sono tanti – che hanno abbandonato la pratica religiosa o i preti che hanno abbandonato il ministero.

Prendiamo atto che il mondo continua a cambiare mentre a Roma si continua a discutere sui tempi necessari per cambiare.

La grande parola è sinodalità che è diventata il grande mantra della Chiesa contemporanea, un termine rassicurante in cui, però, si può nascondere praticamente tutto.

La Chiesa Cattolica,  se vuol essere sinodale, invece, deve essere una Chiesa nella quale i fedeli partecipano, discutono, ascoltano e contribuiscono alle decisioni, accettando anche di essere minoranza, passando cioè da una logica di “cristianità di massa” (in cui la fede è data per scontata dal contesto sociale) a una proposta limpida e libera, affidata alla scelta personale e alla coerenza della vita.

La Chiesa parla continuamente di servizio. Ma il vero tema che raramente affronta fino in fondo è il potere. Chi decide? Chi nomina? Chi controlla? Chi può modificare una regola?

L’ipocrisia più evidente della Chiesa è la questione delle donne. Sono loro che sostengono quotidianamente una parte enorme della vita ecclesiale. Sono nelle parrocchie, nelle scuole, nella catechesi, nella carità, nell’amministrazione, nella cura delle comunità. La Chiesa non può più fare finta che sia una questione marginale.

Le donne sono indispensabili, ma quando si arriva alla questione dell’autorità sacramentale, il discorso cambia. Allora improvvisamente la tradizione diventa insuperabile. La struttura diventa intoccabile. Il limite diventa teologico. Sicuramente la questione dell’ordinazione femminile è complessa e non può essere liquidata con slogan.

Diciamolo chiaramente: la Chiesa è prigioniera della propria paura: paura del futuro; paura che una concessione ne produca un’altra; che una riforma apra una porta impossibile da richiudere; paura che una maggiore autonomia delle Chiese locali indebolisca Roma; paura che un cambiamento dottrinale venga interpretato come una sconfitta; paura, soprattutto, che una Chiesa capace di cambiare debba poi ammettere che alcune cose sono state difese per troppo tempo.

E allora si rimanda, ma il tempo non è neutrale. Significa lasciare che lo status quo venga lentamente eroso dalla realtà.

 Leone XIV ha davanti una possibilità storica. Può diventare il Papa che, dopo la stagione inquieta di Francesco, potrebbe far sì che persone che continuano a pensarla diversamente tornino a considerarsi reciprocamente parte della stessa Chiesa. Ciò significa interrompere una dinamica pericolosa: quella per cui ogni differenza ecclesiale viene trasformata in una contrapposizione identitaria.

 Il problema non è che nella Chiesa esistano conservatori, progressisti, tradizionalisti, riformatori, ritualisti, sensibilità diverse. Bisognerebbe arrivare al punto in cui un cattolico che considera sbagliata una certa posizione dell’altro non metta in discussione la sua appartenenza ecclesiale.