La cartina della felicità: i giovani, la fede e il discernimento vocazionale

E’ tempo di ripartenza, tempo contrassegnato dal coinvolgimento di tutte le comunità ecclesiali nella fase diocesana del Sinodo “Per una Chiesa sinodale – Comunione Partecipazione Missione”, processo voluto da papa Francesco e accolto dalla Chiesa universale. Nello specifico, le singole comunità parrocchiali sono state e saranno stimolate a prendervi parte attiva attraverso le iniziative proposte dalle varie commissioni.

In questo contesto intriso di preghiera, meditazione e azione fattiva, non posso non proporre una prima riflessione, provocatoria sì ma necessaria, a mio avviso, di fronte al vuoto creato dall’assenza dei giovani nella/e nostra/e comunità.

Molti di loro, purtroppo, finito il ciclo di studi della Scuola Media Superiore sono “obbligati” a trasferirsi altrove per motivi di studio o di lavoro, costretti dalla cronica mancanza di offerte serie sia a livello universitario che sul piano professionale: fuga dal territorio di appartenenza per opportunità future!

Mi pare che davanti a questa realtà discriminante, al di là dei buoni propositi, non vi siano adeguate iniziative socio-politiche.

Di contro, si registra una vistosa latitanza dei giovani nella vita delle comunità, sia durante i momenti celebrativi che durante quelli formativi. Ogni singola parrocchia si vede privata di una presenza significativa e preziosa, una sorta di buco generazionale per usare un’immagine simbolica. È dato concreto che le nostre realtà parrocchiali siano massicciamente frequentate da bambini, adulti e anziani… Ciò non può rimanere semplice riflessione o sterile conversazione dentro le riunioni delle assemblee parrocchiali/pastorali; occorre farsi carico di suddetto vuoto/assenza, nelle sedi competenti, al fine di interrogarsi sulle motivazioni che allontanano i nostri giovani dagli ambienti ecclesiali.

Perché accade tutto questo?

Il mio intento è quello di tratteggiare alcune proposte e cercare di fornire delle risposte, non di certo esaustive, perché la comunità ne prenda coscienza e si possa insieme trovare almeno una base comune di dialogo.

L’incipit è, a mio avviso, l’esortazione post-sinodale “Christus vivit”, sollecitazione fissata a conclusione proprio del Sinodo “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” del 2017. Papa Francesco, al n. 40 della suddetta esortazione, nella primavera del 2019 così scriveva:

Al Sinodo si è riconosciuto che un «numero consistente di giovani, per le ragioni più diverse, non chiede nulla alla Chiesa perché non la ritiene significativa per la propria esistenza. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, poiché sentono la sua presenza fastidiosa e perfino irritante. Tale richiesta spesso non nasce da un disprezzo acritico e impulsivo, ma affonda le radici in ragioni serie e rispettabili».

Alquanto ruvide, ma reali, le parole del papa, parole che fotografano con estrema obiettività una situazione pervasiva e trasversale: da Nord a Sud, e viceversa, tranne qualche isola felice, i giovani sono andati via dalla Chiesa italiana.

Tornano alla mente le parole di Paolo VI che, rivolgendosi con forza ed energia agli adulti di allora, profetizzava dicendo che i giovani hanno bisogno di testimoni e non di meri trasmettitori di dottrina. Il giovane cerca autenticità! La nostra esperienza di Dio è pane da condividere per essere segni viventi della tenerezza del Padre, per risvegliare nei giovani una coscienza critica ed aiutarli a fare scelte basate sui valori evangelici.

Se volessimo concentrare il focus della situazione, dovremmo chiederci con sincerità e, poi, rispondere noi per primi con schiettezza: i giovani della nostra diocesi in che rapporto vivono con la chiesa che li ha generati alla vita cristiana?

Per rispondere a tale provocazione dobbiamo solo riprendere in mano, osando, il testo “RESTART – Giovani e futuro. La Chiesa locale in ascolto”, meglio conosciuto come “REPORT dell’indagine sui giovani – 2018-2020” curato dall’Istituto IARD e accettare con pazienza e libertà intellettuale il confronto non solo con i numeri e le percentuali, ma il nesso di causa ed effetto che scatena l’allontanamento di questa fascia generazionale dalle realtà ecclesiali.

Per chi avesse difficoltà a rintracciare il REPORT, il suggerimento è quello di chiederlo in prestito al proprio parroco, con l’impegno a leggerlo e restituirlo. Chi dovesse affacciarsi per la prima volta su questo documento sappia che il testo in questione è una sorta di “chiave di lettura” della nostra chiesa locale, con nucleo fondante e attenzione primaria alla fascia giovanile della società moderna. Mi permetto di dare un secondo suggerimento a chi magari non ha il tempo di leggerlo per intero: la lettura delle pagine 9-17, nelle quali si trova un’articolata presentazione dell’arcivescovo relativa ai soggetti e alla tematica in oggetto.

La prima sorpresa che affiora, stando alla ricerca, è una nuova “categoria” di giovani, definiti “cristiani di bandiera”: persone con un atteggiamento “segnatamente ritualista, con un’elevata attenzione ai precetti, ma con una scarsa partecipazione ad altri tipi di attività”. Sono i giovani che vivono la propria fede come un fatto privato, hanno una certa relazione con Dio tramite la preghiera, ma sconoscono la mediazione della comunità.

Davanti ad un simile quadro dovremmo chiederci: perché avviene questo?

Cosa fare per accogliere e ascoltare queste persone che si sentono “vicine” a Dio e latitanti nella comunità?

Non è certo un optional tentare di comprendere le ragioni di questo progressivo e inarrestabile allontanamento!

Partiamo dal contesto in cui questi giovani sono cresciuti. Quasi tutti hanno svolto il percorso di catechesi dell’iniziazione cristiana, che ha ritmato il periodo della scuola elementare e della scuola media. Nelle visite alle famiglie ho quasi sempre notato in bella mostra le foto della Prima Comunione e della Cresima, esposte in cornici di argento, e non vi nascondo che sistematicamente mi viene da piangere al pensiero che quei volti non sono più familiari nella parrocchia. Mi chiedo sempre: perché la comunità non trasmette la gioia che vi è una forma adulta di vivere ciò che si è imparato e sperimentato negli anni lieti e belli della catechesi? O meglio: la forma di vita, che la comunità cristiana presenta oggi, è interessante, desiderabile, credibile per i giovani?

Ritorno a guardare dentro il Report e mi accorgo dell’emergere di un dato significativo: se la dimensione partecipativa alla vita comunitaria è molto debole, è pur vero che “almeno una volta all’anno” il 59% dei giovani partecipa a progetti di ampio spettro: iniziative culturali, sportive, di solidarietà, di aggregazione, di preghiera e di riflessione… Poi, scorgo che il restante 41% non partecipa ad alcuna attività di tipo religioso nel corso dell’anno.

Spontanea sorge la domanda: questa parte considerevole di giovani rientra nelle occupazioni e preoccupazioni della comunità cristiana?

Non bisogna aspettare che sia sempre il parroco a dire: sarebbe bello se ci facesse questo o quest’altro…

Mi sembra più religiosamente corretto dire: sarei disposta/o a fare questo o quest’altro…

Questo passaggio riguarda tutti. Giovani compresi.

È finito il tempo in cui, con un pizzico di vittimismo, ci si chiedeva: cosa fa la comunità per me?

È necessario un cambio di prospettiva. Ognuno cominci a chiedersi: cosa faccio io – genitore, nonno, parente prossimo, amico, membro fattivo della Chiesa, …- per gli altri e, principalmente, per i giovani? Dovrei ricordare a me stesso che quei ragazzi possono essere i miei figli, i miei nipoti, i miei vicini di casa, persone con cui interagisco quotidianamente, con cui dialogo costantemente di tutto, tranne, forse, di Cristo o se lo faccio, impongo e non ascolto l’anelito di questa generazione.

È semplicistico dire: i giovani sono senza Dio. NO!  I giovani sono alla ricerca di Dio, ma difficilmente vedono in noi adulti, che frequentiamo quotidianamente la parrocchia e che quotidianamente sperimentiamo la bellezza del dono eucaristico, testimoni autentici dell’Amore.  Forse, vedono in noi solo praticanti, ma non testimoni credibili del messaggio evangelico, non persone capaci di dare risposte concrete alla loro realtà di dolore o di crisi esistenziale.

Siamo chiamati ad essere educatori efficaci della fede: apriamo nuovi spazi e creiamo nuove modalità d’approccio che permettano ai giovani di venire trasformati dall’esperienza della conoscenza di Gesù. Voler essere con i giovani nelle loro situazioni concrete ci obbliga a inventare nuove pratiche educative e di evangelizzazione, a dare un volto alla compassione, offrendo mani e voce per favorire la giustizia. Occorre entrare nel loro mondo e camminare con loro, proporre nuove sfide per la loro vita, aiutandoli ad avere una maggiore comprensione di se stessi, degli altri, del mondo, di Dio.

Azione e contemplazione sono due elementi indispensabili della spiritualità carmelitana, che nutre la nostra esistenza e il nostro essere comunità orante.

Lo stile di Maria sia il fondamento di ogni azione apostolica: ascolto attento e paziente, vita interiore e disponibilità alla volontà di Dio, incontrando gli altri – i giovani- là dove sono.

Auguro a tutti di poter camminare insieme nelle vie della gioia e della pace,

Ettore Sentimentale

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