Il vangelo secondo Di Maio

Quando Di Maio, prima delle ultime elezioni politiche, trasmise l’idea della positiva evoluzione di 5 stelle verso una cultura di governo e l’abbandono del percorso protestatario che fino ad allora l’aveva caratterizzato dentro e fuori il Parlamento…

 

di ANDREA FILLORAMO

Quando Di Maio, prima delle ultime elezioni politiche, trasmise l’idea della positiva evoluzione di 5 stelle verso una cultura di governo e l’abbandono del percorso protestatario che fino ad allora l’aveva caratterizzato dentro e fuori il Parlamento, nonché il suo ancoraggio alle nostre storiche alleanze internazionali, anche una certa fetta degli storici elettori del partito democratico, delusa dalle promesse renziane, si aggiunse alla schiera di quanti attratti dal movimento grillino speravano che, votando 5 stelle, potessero garantire all’Italia un futuro, in cui la giustizia, il lavoro per tutti, il superamento della povertà, la lotta alla corruzione diventassero realtà e per questo ha votato.

Oggi, però, sono molti i suoi elettori che ritengono che quella misura di realismo, quel senso di responsabilità, quello scatto di maturità politica, adombrata dal Movimento 5 stelle, sono stati risolti in una deriva che è già presente o è molto prossima che attesta il fallimento di un progetto molto complesso e costoso , che è impossibile realizzarlo, di cui rimane soltanto il reddito di cittadinanza, che in mancanza di risorse non potrà essere se non in piccolissima parte e con molte difficoltà organizzative, realizzato.

Molti, però, ammirano un così giovane politico che si impegni nel suo lavoro, riesca anche se narcisisticamente a presentarsi come un politico navigato; sia onnipresente in tutte le trasmissioni televisive, in cui sciorina idee politiche, economiche, psicologiche. Peccato che nella sua esperienza politica come compagno di cordata abbia Salvini, noto per idee che egli sicuramente e antropologicamente non può condividere.

Certamente Di Maio è il principale responsabile di una manovra del popolo osteggiata da Ue, Bankitalia, Corte dei Conti, Istat, Fondo Monetario, Ufficio di bilancio della Camera, per la quale gli italiani a lungo forse piangeranno. Peccato ancora che egli mostri diffidenza verso le mediazioni sociali, politiche, istituzionali. Pensando a Di Maio non posso non rammentare quanto Thomas More (mi riferisco al politico rinascimentale inglese), scrive sullo Stato che vuole riformare. Sulla scia di quello che già aveva fatto Platone, More immaginò un ideale politico, che pensava si realizzasse in un’isola chiamata Utopia, cioè “un luogo che non è in un altro luogo”.

A Utopia non poteva mai accadere, come invece accadeva nelle altre città, che uomini ricchi, privi di moralità, comandassero su persone virtuose, né che vi si accendessero e si esasperassero le lotte e gli egoismi. Ma in realtà la riforma di More è realizzata nell’ immaginario stato di Utopia, vale a dire fuori dallo spazio, nella pura ragione del pensiero. L’elemento costante dell’utopia è la critica della ricchezza di pochi che crea povertà e miseria per molti; dove, come More osservava amaramente, “i montoni divorano gli uomini”. E’ possibile che lo Stato che sogna Di Maio e gli altri grillini sia come Utopia, un mondo cioè che non è in nessun mondo?