Il Vangelo secondo Andrea Filloramo: perché si continuino a esporre e venerare ossa, teschi, sangue, organi, capelli, braccia e piedi?

di ANDREA FILLORAMO

Chi ha visitato le Catacombe dei cappuccini di Palermo, dove Risi girò alcune scene di “I Cadaveri eccellenti”, è stato sicuramente colpito dallo stato di conservazione di moltissimi cadaveri esposti, che rendono quel cimitero del Convento dei Frati Cappuccini, uno dei luoghi più impressionanti da visitare al mondo.

E’ questo sicuramente uno spettacolo macabro che mette in evidenza gli usi, i costumi e le tradizioni della società palermitana che visse dal XVII al XIX secolo. A un tempo, esso, però costituisce un patrimonio culturale unico nel suo genere che in tanti secoli di storia ha attirato e affascinato curiosi da tutto il mondo, tra cui moltissimi intellettuali, poeti e scrittori come Alexandre Dumas, Mario Praz, Guy de Maupassant, Fanny Lewald e Carlo Levi.

A questo luogo talmente suggestivo non rimase insensibile neppure Ippolito Pindemonte che visitò le Catacombe il 2 novembre 1777 e le decantò nei versi dei suoi “Sepolcri“, quando scrisse: “Morte li guarda e in tema par d’aver fallito i colpi.” Thomas Mann, inoltre, nella “Montagna incantata” di quei cadaveri scrisse: “Stanno là allineati rinsecchiti e godono della stima di tutti”.

Diciamo la verità: oggi i cadaveri “allineati e rinsecchiti” non godono assolutamente, come per Thomas Mann, la stima da parte di ciascuno di noi. L’esposizione di cadaveri, a noi, che abbiamo estromesso dal pensiero sull’avvenire la morte, quel ricordare come saremo da morti, prima di essere morti, quindi, non ci interroga più, non ci dice proprio nulla, ci infastidisce soltanto. È la morte ordinaria, che sappiamo attenderci per certo, a non trovarci più disponibili. Non sappiamo nemmeno dirla senza ricorrere a una discutibile sinonimica: venire meno, scomparire, mancare, sono tutti verbi che al morire hanno tolto l’ineluttabilità.

Ci infastidisce, quindi, che nella Chiesa, si continuino a  esporre e venerare, spesso in teche preziose, portare in processione:  ossa, teschi, sangue, organi, capelli, braccia e piedi  che, talvolta non si sa neppure a chi siano appartenuti, o addirittura persino il cosiddetto Santo prepuzio, una reliquia costituita dai presunti resti del prepuzio di Gesù, recisogli durante il rito della circoncisione, di cui varie città in Europa hanno dichiarato il possesso.

Si aggiungano anche le riesumazioni di corpi, orrendo rito che dovrebbe precedere la canonizzazione di un Santo, che spesso o sempre deludono quanti si attendono di verificare, l’incorruttibilità, cioè il presunto fenomeno che dovrebbe essere di  origine divina che impedisce ad alcune salme (specialmente di santi) di andare incontro ai naturali processi di decomposizione.

Ciò, per esempio, è avvenuto con Padre Pio, nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2008 quando è stata riaperta la bara che conteneva il cadavere. Secondo le dichiarazioni del locale arcivescovo le unghie e il mento erano ben conservati pur essendo trascorsi quarant’anni dalla sua morte, mentre altre parti del corpo erano visibilmente decomposte. Non sono però state rese pubbliche fotografie. Dal 24 aprile 2008 al 23 settembre 2009 a San Giovanni Rotondo è stata esposta la salma all’interno di una teca di cristallo costruita appositamente. Essa in realtà è stata poco visibile: il volto è stato ricoperto da una maschera di silicone che ne riproduceva le sembianze. La salma poggiava su un piano di plexiglas forato e rivestito di tessuto. Al di sotto c’erano due contenitori in pvc pieni di gel di silice per la regolazione dell’umidità. Nella teca è stato immesso azoto per evitare ulteriori decomposizioni. Il 23 settembre 2009, nell’anniversario della morte, si è conclusa l’esposizione della salma con una solenne cerimonia.

Non intendiamo, mettere in dubbio la santità di Padre Pio, per il fatto che è un santo ultrapopolare, ma soltanto mettere in discussione il rito delle reliquie sacre, siano esse schegge di osso, ampolle di sangue o corpi mummificati, che, a mio parere arricchiscono soltanto il vasto e variegato mondo di quella “religiosità” che attinge all’ancestrale mondo del “feticismo” che possiamo rintracciare nel profondo di ciascuno di noi.

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