Le analisi e gli approfondimenti sul cosiddetto Golpe americano in Venezuela si sprecano. Continuo a riflettere su quelli che criticano Trump, stiamo assistendo perfino alle manifestazioni pro-Maduro da parte di buona parte della sinistra. Per loro è un attimo passare da Pro Pal a Pro Mad.
L’importante è stare sempre dalla parte sbagliata della storia, passando, nel breve volgere di una notte, dai taglia gole di Hamas al brutale e sanguinario dittatore comunista Maduro. Hai voglia che i venezuelani rifugiati in Italia cercano di convincerli che sono in errore. Sta facendo il giro dei social dell’alterco tra due giovani venezuelani e manifestanti Cgil di Landini a Roma, che insultano i due malcapitati. Tuttavia, il blitz americano a Caracas non è criticato solo da sinistra, ma anche da “destra”, per esempio c’è Riccardo Cascioli su La Nuovabussola, che si domanda se “il fine giustifica i mezzi”. “Ammesso che un fine sia legittimo – come l’abbattimento di un regime criminale che estende i suoi danni anche al di fuori dei confini nazionali – è lecito qualsiasi mezzo per raggiungere l’obiettivo, inclusa la violazione delle più elementari norme di diritto internazionale?
La risposta non può che essere negativa”. (Guerra lampo. Attacco Usa in Venezuela: l’illusione che a risolvere sia la forza, 5.1.26, lanuovabq.it) Qualcosa di simile l’ha scritto anche Marcello Veneziani, su facebook (Sovranità calpestate, 3.1.26), anche se lui dice che lo scrive per amor della verità e non per compiacere alla sinistra. “No, non è accettabile che uno Stato intervenga violando la sovranità territoriale, nazionale, politica di un altro Stato. Indipendentemente dal giudizio che si può avere sul Venezuela di Chavez e di Maduro. Non è accettabile che si possa impunemente violare il diritto internazionale, che uno Stato si arroghi il diritto supremo di giudicare altri stati e altri popoli, di violare i territori e arrestare i capi di un regime”. Naturalmente, dissento sia dalla posizione di Cascioli che di Veneziani. Maduro è stato un inetto, dispotico e ottuso dittatore socialcomunista che ha oppresso e ridotto alla fame tutto il popolo venezuelano.
Un imbroglione che non aveva legittimità governativa. Un cancro che è stato estirpato. Oggi i venezuelani festeggiano! Infatti, in tutto il mondo i venezuelani che sono stati costretti ad abbandonare il Paese stanno festeggiando, solo una sparuta minoranza si sente orfana di Maduro. Sicuramente sarà contenta la Chiesa venezuelana, i vescovi, i sacerdoti che sono stati perseguitati dal regime dittatoriale di Maduro. Ne ha parlato Andrea Morigi, su Libero (La Chiesa venezuelana vittima del regime, invece quella italiana fa finta di nulla, 5.1.26). Maduro, definiva i vescovi di Caracas “insetti” e “diavoli con la tonaca”. Il dittatore si era addirittura appropriato del Natale. A partire dal 2024 lo aveva anticipato al primo ottobre, stabilendo così la data di nascita di Gesù Bambino. Tornando al golpe di Trump, si è espresso abbastanza favorevole il professore Eugenio Capozzi (Strategia di sicurezza nazionale trumpiana, il test del Venezuela, 5.1.26, lanuovabq.it). Il blitz di Trump viene definito, come un’operazione “chirurgica”.
Secondo Capozzi, “Il Venezuela costituisce un tassello essenziale per la sicurezza degli Stati Uniti nell'”emisfero occidentale”, ossia nella nuova “dottrina Monroe” che individua l’intero continente americano come zona in cui non possono essere ammesse intrusioni potenzialmente pericolose per gli Stati Uniti dal punto di vista militare, del controllo delle infrastrutture e di quello delle materie prime strategiche”. Capozzi spiega egregiamente i motivi dell’intervento americano. “Il regime chavista che da un quarto di secolo aveva sequestrato quel paese, precedentemente fiorente economia di mercato, imponendovi un disastroso socialismo populista, costituiva da questo punto di vista uno dei punti più dolenti per Washington”. Esso era diventato nel tempo un avamposto degli interessi di potenza cinesi e russi nel subcontinente latino-americano, nonché un alleato della galassia islamista radicale, ossia dell’Iran e dei suoi sicari. Era naturale che Trump, approfittando della crescente debolezza del regime madurista, decidesse di dare ad esso una spallata decisiva, attrezzandosi per pilotare una transizione verso la restaurazione della democrazia […]”. Evidentemente, per Capozzi,
La caduta di Maduro rappresenta un avvertimento a tutti i governi non filo-statunitensi del continente: dalla Colombia e Cuba, esplicitamente nominati da Trump come i prossimi possibili bersagli, a quelli più forti come il Brasile di Lula e il Messico, con i quali sono in corso trattative gestite in maniera “muscolare” dall’amministrazione. Una pressione politica “muscolare” che potrebbe ulteriormente estendersi all’Iran degli ayatollah.
a cura di Domenico Bonvegna
