I due Papi: papa Francesco e papa Benedetto XVI

Nessuno può mettere in dubbio la validità della rinuncia al papato di Benedetto XVI, ai sensi dell’art. 2 del Canone 332 del Codice di Diritto Canonico, ma per molti è incomprensibile – e non è un fatto solo nominalistico – che Ratzinger abbia “rinunciato” e insieme abbia deciso di farsi chiamare ancora “papa”, anche se “emerito”.

di ANDREA FILLORAMO

Nessuno può mettere in dubbio la validità della rinuncia al papato di Benedetto XVI, ai sensi dell’art. 2 del Canone 332 del Codice di Diritto Canonico, ma per molti è incomprensibile – e non è un fatto solo nominalistico – che Ratzinger abbia “rinunciato” e insieme abbia deciso di farsi chiamare ancora “papa”, anche se “emerito”.

Papa di diritto, in virtù di quella rinuncia e su designazione di un regolare conclave, è Papa Bergoglio. Sono tanti ancora, però, quelli che si meravigliano che a Roma, in Vaticano, talvolta nella Basilica di San Pietro o nelle cerimonie ufficiali, ci siano due papi: papa Francesco e papa Benedetto XVI.
Ratzinger, pertanto, riconoscendosi e volendo farsi riconoscere come papa emerito, non ha smesso di indossare la veste bianca, non ha abbandonato il Vaticano, non è andato lontano da Roma, non ha messo in atto la sua promessa che sembrava quella di ritirarsi in una vita di preghiera in un convento.
Che non fosse proprio questa la sua intenzione doveva essere chiara quando nel suo ultimo discorso da “papa effettivo”, il 27 febbraio 2013, egli disse: “Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze, eccetera.

Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio”.
Per Ratzinger, quindi, rimanere all’interno delle mura leonine, convivere spalla a spalla col papa effettivo, incontrarsi continuamente con lui, privatamente e pubblicamente, partecipare con lui alle cerimonie ufficiali: sono fatti da lui voluti e programmati.
Benedetto XVI, papa emerito – occorre rammentarlo – ha voluto ed ottenuto, inoltre, di rimanere legato umanamente al Vaticano, condividendo col nuovo papa il suo più fedele collaboratore, Mons. Gänswein.
Per molti la presenza di un papa emerito all’interno del Vaticano è incomprensibile e rende non più molto credibili i motivi ufficiali delle dimissioni del papa tedesco e apre la stura a ipotesi che aggravano la crisi della Chiesa. C’è chi malignamente, inoltre, pensa che Ratzinger ha voluto rinunciare al Papato, ma non avrebbe rinunciato ad apparire come papa; ha voluto, cioè, rinunciare al compito che gli era stato assegnato da e per la Chiesa e si sarebbe defilato per non sottostare alle angustie della responsabilità legata alla sua funzione.

In parole povere, avrebbe preferito il suo benessere personale al sacrificio che comportava l’incarico e ha, quindi, preferito la più comoda posizione di vice-papa o “papa emerito”, come ha deciso di farsi chiamare, e insieme gli piace conservare la figura morale e l’immagine del papa, delle quali non voleva e non vuole privarsi, dimenticandosi di aver giurato, davanti a Dio e fin da quando è diventato cardinale, di fare il proprio dovere fino all’effusione del sangue.

Ancora molto viva nella memoria di tutti è l’immagine di Giovanni Paolo II, che moribondo si affaccia alla finestra de palazzo pontificio, mantenendo l’impegno preso nell’accettazione del pontificato “usque ad mortem”. A tal proposito, riferendosi alle dimissioni di papa Benedetto, c’è chi scrive: “Subdola mancanza di sincerità”.
Eppure in quel discorso, Benedetto XVI disse anche: “In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.”
È indubbio che la scelta di Raztinger di dimettersi e di continuare a operare rimanendo all’interno del Vaticano ha aperto un varco nella concezione storica del Papato, introducendo una latente diarchia che sostituisce in modo surrettizio la visione monistica del potere papale. A questo punto restano valide alcune teorie sul «papato condiviso» e sul «ministero petrino» in co-gestione. Teorie che negli ultimi anni hanno annoverato alcuni sostenitori, mettendo in discussione, questa volta per davvero, la tradizione della Chiesa e la sua divina costituzione.

Come pure resta aperta la domanda su quei visitatori che recandosi di frequente a trovare Benedetto fanno poi uso di queste entrature per affermare l’esatto opposto di quel che lo stesso Ratzinger ha detto e dice pubblicamente.