ANCHE A ROZZANO IL REGOLAMENTO PER IL RICONOSCIMENTO DELLE UNIONI CIVILI

Per parlare del “4º punto all’ordine del giorno: regolamento per il riconoscimento delle unioni civili”, io, vecchio insegnante, comincio, come facevo in classe coi miei cari alunni dell’ITC di Rozzano, a “chiedere alle parole” il loro significato: se quello letterale o quello reale o l’apparente o il vero o il nascosto o il camuffato, la loro collocazione nel contesto storico e geografico, l’occasione e le persone che le hanno partorite e via discorrendo…. Trattandosi, poi, di “parole di politici”, questa operazione preliminare allo svolgimento del “tema”, mi sembra indispensabile. Entro, così, in medias res e i vocaboli “unioni civili” mi dicono che i Consiglieri proponenti si riferiscono agli “atti privati” di chi, per sua libera scelta, preferisce stare insieme con un’altra persona, more uxorio (come marito e moglie), non contraendo matrimonio che, invece, sappiamo essere un “atto pubblico” e solenne da cui derivano diritti e doveri di fronte alla società. Le domande di un “quidam de populo” come me sono molte, data la sicura importanza del “punto” in questione. Spontanea la prima: come si fa a “riconoscere” e, soprattutto, a “regolamentare” una materia fluida e sfuggente come quella intorno a fatti privati che, proprio perché tali, possono risultare infiniti e indefinibili? E ancora: perché imbrigliare il “privato” di persone che preferiscono chiamarsi “compagni” invece di “marito” e “moglie” e rifiutano il matrimonio proprio per non riconoscere regole e legami ma scelgono le unioni “a tempo” o “a prova”, come essi stessi affermano, anche per poterle interrompere quando e come meglio loro aggrada? Ma è spontanea e conseguente pure la terza domanda: non sarà, forse, quella dei proponenti, una scelta ideologica? Se così fosse, bene farei a cercare il significato “nascosto” o “camuffato” delle parole “unioni civili”, trasformando il “4º punto” con un titolo più chiaro e onesto: regolamento per il riconoscimento di una “nuova famiglia” contrapposta alla “vecchia”, superata e da abolire. Non è una mia cattiveria nei confronti dei proponenti ma un sospetto che si giustifica con quanto di “nuovo”, esaltato e propagandato (in giornali, tv, film, telenovele, spettacoli; dichiarazioni di “grandi” personaggi: comici, politici, presidenti e segretari di qualcosa, cantanti applauditi…) vediamo oggi intorno a noi: “registri” di coppie di fatto, famiglie allargate, uteri in affitto, “liberismo procreativo”, “gestazioni conto terzi”, paternità sconosciute, bambini contesi, “famiglie” diverse, adozioni di bambini da parte di queste, libri per la “rieducazione” dell’infanzia dal titolo “Ho due papà che si amano” o “Papà porta la gonna”, tentativo di cancellazione perfino dei vocaboli “padre” e “madre” e loro sostituzione con ridicoli “genitore uno” e “genitore due” come è accaduto a Bologna…
Certo, l’avversione alla famiglia vera (padre, madre e figli) data da quando il “disordine” è entrato nel mondo; ma quella dei nostri giorni sembra essere l’aggressione sistematica e “finale”: Rivoluzione epocale e “prometeica” che tenta di ri-creare, “sicut Dei”, un altro uomo e una nuova società, nel nome del relativismo-dittatura culturale, secondo la famosa definizione del card. Ratzinger nel 2005. La famiglia, per il solo fatto di esistere/resistere, è il maggiore ostacolo a detta Rivoluzione che, quindi, fa il possibile per distruggerla! Parole grosse? Essendo nato nella “prima metà” del secolo scorso, ho avuto a disposizione il tempo per meditarle; spero, dunque, che qualche “legge” e dei bravi giudici non mi tolgano il diritto anche di dirle pubblicamente! E poi mi rifaccio – come sempre – alla millenaria esperienza della Chiesa Cattolica, maestra in questo campo. Scrive, infatti, e molto meglio di me, a proposito del nostro argomento, il card. Bagnasco: “La famiglia non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un vulnus progressivo alla sua specifica identità, e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento” (Discorso ai Vescovi italiani, 21-V- 2013).
Altre domande:
1) la Comunità Pastorale “Discepoli di Emmaus” non pensa di intervenire su un argomento così attuale? In passato Parrocchie e Comune hanno discusso insieme argomenti simili (ad es.: gli incontri di “Famiglia dove sei?” del 2003, v. “Vivi Rozzano”, febbraio 2005); di quale famiglia si parlò allora?

2) hanno una loro posizione i cattolici eletti nel Consiglio Comunale?

Se ci sono, parlino! Non certo per alzare barricate, ma solo per fare un po’ di chiarezza oggi necessaria in tanta confusione: di noi poveri che frequentiamo le chiese ma anche dei poveri che non le frequentano.

CARMELO BONVEGNA