“Umani a Milano per Progetto Arca”: la mostra fotografica che celebra i 25 anni della onlus

Una mostra per accorciare le distanze, guardare oltre l’apparenza, dare voce a chi non ne ha: è l’idea che ha spinto Fondazione Progetto Arca a trasformare 20 ritratti del libro “Umani a Milano per Progetto Arca” di Stefano D’Andrea in una mostra fotografica, allestita nella suggestiva cornice dell’Abbazia di Mirasole, dove la Fondazione – insieme a Progetto Mirasole Impresa Sociale – ha avviato da un paio d’anni un progetto di inclusione sociale e di accoglienza di persone in grave stato di emergenza abitativa.

 

La mostra è allestita fino al 30 giugno, con ingresso gratuito.

 

 “Ha notato qualche vagabondo sul ponte?”, “Non sono cose che si notino. Ce ne sono quasi sempre” (George Simenon, Maigret e il vagabondo): è la frase che accoglie e introduce il visitatore al percorso della mostra, dove sono esposti 20 ritratti, accompagnati da altrettanti estratti delle storie presenti nel libro. Protagoniste degli scatti sono le persone senza dimora o fuggite da Paesi in guerra, ospiti delle strutture di accoglienza di Progetto Arca o assistite dalle sue Unità di strada, insieme agli operatori (assistenti sociali, mediatori linguistici, psicologi, medici, infermieri) e ai volontari che di loro si prendono cura. Sono tutti gli “invisibili” di Progetto Arca che l’autore ha incontrato nella loro quotidianità.

Il presidente di Progetto Arca, Alberto Sinigallia, commenta: “Sono centinaia, migliaia le vite che ogni anno si intrecciano dentro Progetto Arca, ognuna con i propri talenti e difficoltà, le proprie emozioni, speranze e timori. Ma hanno tutte un comune denominatore che emerge bene dai ritratti di Stefano D’Andrea: sono storie di dignità e di rispetto l’uno verso l’altro. Attraverso ogni ritratto si racconta la storia di tutti noi di Progetto Arca”.

 

Ogni ritratto, nella mostra come nel libro, prende il nome da uno spunto all’interno della storia che accompagna la fotografia. “Le persone qui raccontate non specificano come si chiamano o da dove provengono: sono informazioni inutili, perché sono importanti solo il percorso che li ha portati lì e le parole che usano per descriverlo” spiega D’Andrea.

È il caso di “Settantuno”, che racconta di una vita che cambia quando il lavoro non c’è più, e di come dormire in centro di accoglienza possa diventare, in alcune circostanze, una cosa per cui essere quasi contenti: “Per fortuna non ho mai dovuto dormire per strada, anche perché la mia salute non è buona e trovare lavoro è difficile come e quanto vivere al gelo. Passo le notti nei dormitori da oltre sei anni, per fortuna. Ne ho settantuno”.

“Carne” racconta cosa significa perdere tutto, una famiglia, un lavoro rispettabile, e finire a vivere e dormire in strada, ma anche come trovare la forza di reagire: “Sai, ci sono due modi di vivere la strada: o ci cammini sopra o diventi la strada. Io in questi due anni ho preferito camminarci sopra e non farmi mangiare da lei”.

C’è poi la fotografia dedicata a “Loro”, arrivato due anni fa dal Gambia (“perché lì c’è casino politico”), che a Milano ha incontrato sua moglie ed è diventato padre: “Io dormo in questo centro di Progetto Arca, mia moglie e mio figlio vicino a Piazza Firenze. Loro ci sono, il resto non lo so.”

 

Tra coloro che dei più fragili ha scelto di prendersi cura, c’è “Motori”, che si è rimessa in gioco, come professionista, proprio grazie alla strada: “Io sono psicologa e mi definisco psicologa di strada ed è proprio lì, per strada, che ho capito che dovevo re-imparare tutto, ogni giorno. A Progetto Arca dedico due giorni a settimana”.

E c’è anche “Io”, che dall’incontro con le persone senza dimora, ha imparato ad apprezzare la propria vita: “Sono volontario e ovunque mi mandino faccio quel che devo e sono sempre contento. L’esperienza più forte e bella è stata al mezzanino della Stazione Centrale, la sera. Il contatto con la gente di strada, vedere i problemi degli altri e scoprire che avrebbero potuto essere i tuoi: sono esperienze che ti aiutano a ridimensionare i pensieri e valorizzare quello che hai”.

 

Il progetto “Umani a Milano per Progetto Arca” nasce da un’idea di Stefano D’Andrea prima come racconto digitale – una foto e una storia al giorno pubblicate su FB nel febbraio 2018 – poi come libro (pubblicato da Edizioni Gribaudo lo scorso maggio) e come mostra fotografica che festeggiano i 25 anni della mission e dell’attività di Fondazione Progetto Arca.

 

“Grazie alla collaborazione con Progetto Arca ho avuto la possibilità di parlare con chi – per le cause più differenti – non ha altro tetto se non le stelle, altro cibo se non quello ricevuto in dono, altri amici se non quello che hanno deciso di esserlo, per un tempo limitato, per missione e per lavoro” spiega D’Andrea. “Lo scopo di Umani a Milano è di ridurre le distanze, spezzare il vuoto che c’è tra le persone che si incrociano sui marciapiedi ogni giorno. Si ha meno paura degli altri se ci hai parlato”.

 

La mostra “Umani a Milano per Progetto Arca” rientra nel calendario di appuntamenti della terza edizione della Milano Photo Week, evento promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano che dal 3 al 9 giugno trasforma la città in una vera e propria capitale della fotografia, grazie ad oltre 150 eventi diffusi sul territorio.

 

La mostra è visitabile presso l’Abbazia di Mirasole (Strada Consortile del Mirasole 7, Opera) fino al 30 giugno, dal martedì alla domenica (h.9-13, 16-19).

L’ingresso è gratuito.

Per info: www.progettoarca.orgwww.abbaziamirasole.org