Il pungolo: In Italia è in atto quello scontro di civiltà ipotizzato da Samuel Huntington?

Pensavamo di essere immuni dagli attacchi dei cosiddetti “lupi solitari” islamisti e invece è accaduto anche in Italia. La tecnica o la strategia è uguale a quelli già in precedenza messi in atto in particolare, in Francia, in Belgio e in Germania.

Dopo Modena e altri fatti, anche in Italia è in atto quello scontro di civiltà ipotizzato da Samuel Huntington negli anni 90? Per la sinistra e certa cultura progressista, quanto è accaduto a Modena (e, più in generale, in Italia) non conferma la teoria dello “scontro di civiltà” di Samuel P. Huntington. Eventi di cronaca o atti di violenza non sono necessariamente causati da fratture culturali o religiose su larga scala. Le ragioni principali per cui la tesi di Huntington non si adatta a questa realtà sono le seguenti:

Matrici individuali e disagi psichici: Episodi estremi, come l’investimento volontario avvenuto a Modena, sono spesso legati a storie personali, squilibri psicologici o disperazione individuale, non a un’agenda politica o religiosa guidata da un’appartenenza di “civiltà”. Poi ci sono le reazioni delle comunità, in particolare, la cittadinanza modenese, ha respinto l’odio e promuove la coesione sociale. Secondo la sinistra dimostra che le comunità locali integrano culture diverse lavorando insieme, anziché dividersi in blocchi contrapposti come previsto da Huntington.

Addirittura, la teoria proposta negli anni ’90 da Huntington è ormai superata: è considerata troppo rigida da gran parte dei politologi ed esperti di geopolitica. La realtà è molto più complessa e i conflitti avvengono spesso all’interno della stessa società o comunità, piuttosto che tra blocchi culturali monolitici. Questa è la tesi minimalista di certa cultura di sinistra che ogni volta che accade un episodio come Modena si tende sempre a minimizzare. Proprio in questi giorni ho finito di leggere il saggio “Lo Scontro delle Civiltà”, sottotitolo: “E il Nuovo Ordine Mondiale” /1996) di Huntington. Un libro che tutti citano e forse in pochi lo hanno letto. Invece dovrebbero leggerlo soprattutto quelli che sono impegnati in politica, ma anche chi ha qualche funzione educativa. Certamente il testo di Huntington è stato quello che ha più di ogni altro ha acceso il dibattito negli ultimi trent’anni. Il giornalista del Foglio Giulio Meotti richiama regolarmente il saggio di Samuel Huntington (1996) per analizzare la geopolitica contemporanea. Nelle sue cronache e nei suoi saggi, Meotti utilizza questa teoria per interpretare il declino dell’Europa, l’espansionismo islamista e la minaccia costante alle radici ebraico-cristiane. I punti chiave dell’analisi di Meotti rispetto all’opera di Huntington si concentrano su:

Conflitto culturale e religioso: Meotti condivide l’assunto di Huntington secondo cui i conflitti globali non avvengono più su basi economico-ideologiche, ma lungo le faglie identitarie e religiose, specialmente ai confini del mondo islamico.

Il declino dell’Occidente: Riprendendo il politologo americano, Meotti sostiene che l’Occidente sta subendo una grave “stanchezza” morale e demografica che lo rende vulnerabile, spesso denunciando quella che definisce una sottomissione culturale.

La difesa di Israele: Nella visione di Meotti, Israele rappresenta l’avamposto dell’Occidente. Tuttavia, lo scontro delle civiltà profetizzato da Samuel Huntington negli anni Novanta non è più una minaccia: è diventato cronaca quotidiana. All’indomani della sbornia prodotta dal crollo del Muro di Berlino, il politologo americano avvisa: è inutile pavoneggiarsi nelle celebrazioni della «fine della storia», perché quello che aspetta il capitalismo trionfante è un mondo non più governabile dagli Stati Uniti e dall’Occidente in generale. La vittoria nella guerra fredda, sostiene il lungimirante conservatore, rischia di tramutarsi in una vittoria di Pirro, perché l’esplosione del mondo socialista libera «identità culturali» antagoniste al modello occidentale e che porteranno al clash delle civiltà, in particolare con l’Islam e la Cina, mentre a livello locale prevarranno guerre tribali e conflitti tra musulmani e non musulmani. A questo bisogna prepararsi, conclude Huntington. Huntington ha formulato una tesi in netta controtendenza rispetto all’euforia di quegli anni per un “mondo senza confini“. Dopo la guerra fredda, scriveva Huntington, Saranno il territorio, il sangue e le appartenenze culturali a imporre e a definire l´assetto di un mondo [che resterà] diviso in Stati. Nella sua cartografia, Huntington distingue con tratti incisivi «l’Occidente dal resto»; il primo in posizione isolata a fronte di otto poli di civiltà: latino americana, africana, islamica, cinese, indù, ortodossa, buddista e nipponica. In questo mondo post- guerra fredda, afferma poi, la civiltà islamica riemergerà come una nemesi a fronte dell’Occidente.

L’autore si esprime in termini lapidari. «I rapporti tra l’islam e la cristianità, sia ortodossa che occidentale, sono stati spesso burrascosi. Per i cristiani, gli islamici erano “gli altri”, e viceversa. Il conflitto del XX secolo tra liberal-democrazie e leninismo marxista non è altro che un fenomeno storico fugace, a confronto con la continuità del conflitto tra il mondo musulmano e quello cristiano».
I diciannove giovani arabi che colpirono l’America, l´11 settembre 2001, hanno conferito a Huntington un avallo storico più netto di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Una delle sue previsioni riguardava gli effetti destabilizzanti della forte prevalenza di giovani nelle società musulmane. E sono proprio i giovani musulmani a costituire oggi la punta d’ariete di un nuovo radicalismo: una marea montante che dopo aver travolto l’ordine dei rispettivi Paesi sta tracimando oltre i confini, verso le società non musulmane. L’islam si è fatto ardito e combattivo. Le ideologie occidentalizzanti, che un tempo dominavano la storia della Turchia, dell’Iran e del mondo arabo, hanno perso terreno. Anziché occidentalizzare la società, i Paesi islamici raccolgono oggi un massiccio consenso intorno all’islamizzazione della modernità. Secondo Huntington, una “civiltà universale” di fatto non è mai esistita; era solo la pretesa della “cultura di Davos”: un pugno di tecnocrati, accademici e uomini d’affari che ogni anno s’incontrano in Svizzera, in una sorta di taverna da élite globale. Ai tempi della sua supremazia, l’Occidente godeva anche militarmente di una posizione dominante; e la prima generazione di nazionalisti del terzo mondo aveva cercato di plasmare a sua immagine le società dei rispettivi Paesi; ma sempre secondo Huntington, quella posizione di dominio si è ormai incrinata. I dati demografici la dicono lunga su questo: mentre nel 1900 oltre il 40 per cento della popolazione mondiale era sotto il controllo politico dell’Occidente, nel 1990 questa percentuale si era ridotta al 15 circa, ed entro il 2025 dovrebbe scendere al 10. Per converso, la quota di popolazione controllata dall’islam è passata dal quattro per cento del 1900 al 13 del 1990, e potrebbe raggiungere nel 2025 il 19.
La situazione è tutt’altro che promettente nelle zone di confine tra società tendenti al calo demografico – quali l’Europa occidentale e la Russia – e quelle in cui masse di giovani premono per conquistare il mondo. Huntington l’aveva vista, questa tempesta che si andava addensando. È come se i giovani venuti dai popolosi Stati nordafricani, che hanno rischiato tutto per attraversare lo Stretto di Gibilterra, fossero scaturiti direttamente dalle sue pagine.
L’obiettivo degli islamisti rimane Bruxelles: sperano, non senza astuzia, di trovare in Europa un rifugio. Samuel P. Huntington ha avuto la preveggenza e l’onestà intellettuale di riconoscere la falsità di un mondo senza confini e senza differenze. È uno dei due grandi intellettuali (l’altro è Bernard Lewis) che hanno saputo scrutare nel cuore stesso della realtà, senza lasciarsi irretire dall’inganno del globalismo.
Sorge qualche dubbio in quest’opera di invasione dell’Europa. Questi uomini, fuggono dal terreno infuocato dell’islam, ma portano il fuoco con sé: sono “nowhere men”, sradicati, figli della frontiera tra islam e Occidente, che non appartengono né all’uno né all’altro. La nota forse più inquietante del libro di Huntington è un´ansiosa incertezza sulla volontà e la coerenza dell’Occidente: il timore che i suoi bastioni non siano sorvegliati e difesi con ogni cura. L’islam, afferma l’autore con preoccupazione, resterà l’islam, ma “dubitache l’Occidente resti fedele a se stesso e alla sua missione. Nell’ultimo capitolo, Huntington, ci dice che quando “la civiltà non è più capace di difendersi [è] perché non ha più la volontà di difendersi, e si offre prostrata agli ‘invasori barbari’, spesso provenienti da ‘un’altra civiltà, più giovane e più potente”. Certo, le civiltà possono riformarsi e rinnovarsi. La questione è se l’Occidente, a prescindere delle minacce esterne, è capace di arrestare e invertire i processi di decadimento interno. Tuttavia, Huntington è categorico: “la cultura occidentale è minacciata da gruppi operanti all’interno delle stesse società occidentali.

Una di queste minacce è costituita dagli immigrati provenienti da altre civiltà che rifiutano l’assimilazione e continuano a praticare e propagare valori, usanze e culture delle proprie società d’origine. Non solo in Europa, la civiltà occidentale potrebbe essere minacciata anche dall’indebolimento del cristianesimo. Per quanto riguarda l’Europa è buona cosa leggere il Capitolo Sesto (La ridefinizione culturale dello scenario politico mondiale) Lo studioso americano sviluppa la sua analisi: Chi siamo? Gli schieramenti nati dal credo ideologico e politico delle due superpotenze, hanno ceduto il passo a schieramenti determinati da concetti quali cultura e civiltà. Ciò che conta per ogni uomo è l’identità, che com’è ovvio è sentita nei Paesi divisi, dove vivono gruppi consistenti di persone provenienti da diverse civiltà. 

Noi e gli altri, è una costante della Storia dell’umanità. Interessante la riflessione di Huntington sui Nuovi confini dell’Occidente. A questo proposito il testo offre una cartina dove vengono evidenziati i confini orientali della civiltà occidentale in Europa. Una cartina che risponde al quesito, che cos’è l’Europa. Una linea naturale, un grande spartiacque storico, che esiste da secoli e divide i popoli dell’occidente cristiano da quelli musulmani e ortodossi. Qui Huntington, tra l’altro, affrontava la questione della divisione dell’Ucraina, dopo la caduta dell’Impero sovietico. Più avanti l’analisi di Huntington pone la domanda che gli europei occidentali si pongono: dove finisce l’Europa? L’Europa finisce là dove finisce il cristianesimo occidentale e iniziano l’islamismo e l’ortodossia”. E’ la risposta che gli europei vogliono sentire. E’ l’Europa dell’Impero Asburgico, insieme alla Polonia e la Lituania, Lettonia ed Estonia.

DOMENICO BONVEGNA

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