Salta il fermo che da lunedì avrebbe interessato 740 mila mezzi pesanti. Imperia, Roma e Ancona le province dove le aziende dell’autotrasporto sono più in crisi…
Accordo raggiunto sul filo di lana tra il Governo e gli autotrasportatori. Nell’incontro di ieri sera, l’Esecutivo ha messo sul tavolo un pacchetto di misure per alleggerire i costi che gravano sul settore – dal caro carburanti agli oneri operativi – mentre le associazioni datoriali hanno deciso di revocare il fermo nazionale dei Tir, inizialmente previsto da lunedì 24 sino a venerdì 29 maggio. Una mobilitazione che avrebbe avuto effetti pesanti sull’intero sistema economico, con ripercussioni sulla distribuzione delle merci e sull’approvvigionamento di beni essenziali. Uno scenario che, alla fine, è stato scongiurato grazie a una mediazione arrivata nelle ultime ore utili. A prevalere è stato il senso di responsabilità delle parti in causa. Il confronto, pur serrato, ha consentito di individuare un punto di equilibrio e di evitare uno scontro che avrebbe avuto costi elevati per il Paese. Ancora una volta, il dialogo si è rivelato lo strumento più efficace per disinnescare una crisi annunciata.
Dopo 3 mesi di crisi, il caro gasolio è costato all’autotrasporto 2,1 miliardi
A quasi tre mesi dallo scoppio della guerra nel Golfo, l’Ufficio studi della CGIA segnala che il prezzo del diesel alla pompa, impennatosi con il conflitto, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro: un aumento del 18,5 per cento. Nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso, nelle prime dodici settimane di crisi, l’autotrasporto merci ha sostenuto un extra costo che, secondo una stima degli artigiani mestrini, si aggirerebbe attorno a 2,1 miliardi di euro. Una vera stangata. A livello regionale i rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia con 257,9 milioni di euro, la Campania con 251,6 e la Sicilia con 232,2.
Scongiurato il fermo di 740mila mezzi pesanti
Se l’incontro di ieri sera non fosse andato a buon fine, da lunedì oltre 740 mila mezzi pesanti — o comunque la stragrande maggioranza — sarebbero rimasti fermi nei piazzali. Fortunatamente questo scenario è stato scongiurato, evitando il rischio di ritrovarci, nel giro di pochi giorni, con scaffali dei supermercati vuoti, consegne bloccate e aree di servizio senza carburante. Come già evidenziato, in Italia il parco circolante conta quasi 741.500 mezzi pesanti (con massa superiore a 3,5 tonnellate). La ripartizione geografica con il più alto numero di immatricolazioni è il Mezzogiorno con 318.665 unità, seguono il Nord-Ovest con 151.557, il Nord-Est con 147.288 e il Centro con 122.912. A livello regionale, la maggiore concentrazione si registra in Lombardia (91.460 veicoli), seguita da Campania (89.230) e Sicilia (82.355).
Il problema del “cash flow” e l’effetto asimmetrico
Tuttavia, il vero killer silenzioso dell’autotrasporto non è solo il prezzo del diesel in sé, ma lo sfasamento temporale tra pagamenti e incassi:
- pagamento immediato: il gasolio si paga alla pompa o con fatture a brevissimo termine (settimanali o quindicinali);
- incasso differito: le fatture per i servizi di trasporto vengono pagate agli autotrasportatori a 60, 90 o addirittura 120 giorni.
Questo crea una “fame di liquidità” letale. L’autotrasportatore si ritrova ad anticipare cifre enormi per permettere ai camion di viaggiare, sperando di recuperare quei soldi mesi dopo. Se il capitale circolante non è solido, l’azienda si ferma non per mancanza di lavoro, ma per l’impossibilità fisica di riempire il serbatoio.
Esistono meccanismi di protezione, come il cosiddetto fuel surcharge, che permette di adeguare le tariffe in base alle variazioni del prezzo del gasolio rilevate dal Ministero. Tuttavia, l’applicazione non è automatica né universale, poiché:
- i piccoli padroncini faticano a imporre l’adeguamento ai grandi committenti;
- spesso l’adeguamento scatta con un ritardo temporale rispetto alla fiammata dei prezzi, lasciando il trasportatore scoperto nel momento di massima crisi.
