A 34 anni dalla strage di Capaci, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta, è nostro dovere non solo ricordare ma leggere, con lucidità critica, il contesto in cui quei fatti maturarono.
Oggi, occorre tenere insieme “verità” processuale e “verità” storica. Le sentenze hanno fissato punti fermi importanti, dalla deliberazione stragista di Cosa Nostra ai depistaggi che hanno ferito la giustizia, ma è sul terreno della ricostruzione storica che occorre volgere lo sguardo. Un insieme di indizi convergenti, coerenti nel tempo e nello spazio, racconta la presenza di coperture, contiguità e protezioni assicurate da segmenti deviati degli apparati italiani. Il tutto dentro un contesto atlantico segnato dalla guerra fredda e da un anticomunismo viscerale e istituzionalizzato.
Sebbene non ci siano sentenze che coinvolgano direttamente le strutture della NATO o degli USA nelle stragi, la sovrapposizione di piste, indizi, testimonianze e riscontri oggettivi mostra con forza come quei circuiti siano stati spesso prossimi alle aree dove si decidevano, si occultavano o si deviavano indagini e responsabilità sulle stragi avvenute in Italia dal secondo dopoguerra in poi.
Ed è anche in questa cornice che va letta la “zona grigia” italiana: un’area di intersezione fra criminalità organizzata, eversione nera, massonerie coperte e settori dello Stato, capace di proteggere interessi e carriere e di sabotare la verità quando questa minaccia, ancora oggi, di emergere. In questo senso è emblematica la sentenza del Borsellino quater che finisce ancora una volta per scagionare chi, negli apparati statali, è stato coinvolto in quella stagione.
I depistaggi che hanno avvelenato le indagini su Capaci e poi via D’Amelio, la presenza di uomini dell’eversione nera e dei servizi nei frangenti più delicati, la scomparsa dell’agenda rossa e le testimonianze contraddittorie compongono un mosaico in cui le responsabilità penali accertate convivono con responsabilità politiche e istituzionali mai fino in fondo chiarite. Anche qui, non serve una regia formalizzata per riconoscere la sostanza di un meccanismo: bastano omissioni strategiche, convergenze di interessi, catene di comando informali, linguaggi condivisi tra chi gestisce dossier, chi manipola la scena mediatica, chi tiene in mano i gangli della burocrazia e chi organizza la violenza. È in questa contiguità che la stagione corleonese trova le sue opportunità e i suoi freni, i suoi accordi e i suoi ricatti, l’oscillazione tra offensiva militare e mimetizzazione affaristica che segnerà il passaggio degli anni.
Oggi, quindi, è importante cominciare ad invertire l’ordine dei fattori e collocare la mafia come uno degli attori (forse anche usata e manovrata?) che hanno condizionato i momenti di passaggio della Repubblica, accelerando o indirizzando i cambiamenti istituzionali e politici.
Parafrasando Pasolini, Noi sappiamo i nomi dei responsabili di quella che viene definita la stagione delle stragi. Affermare che vi furono coperture sul piano giudiziario e politico, da parte di segmenti dell’apparato statale e all’interno dell’ombrello atlantico, non significa indulgere in letture fantasiose, ma trarre le conseguenze da un punto di vista storico di un insieme di indizi ed evidenze che, osservati nella loro complessità e nel loro intreccio, lasciano ormai ben pochi margini all’incertezza, diversamente da quanto Pier Paolo Pasolini poteva effettivamente sapere nel 1974.
Tuttavia, la distanza, forse destinata a rimanere immutata per sempre, fra “verità” processuale e “verità” storica non è un vuoto da colmare con dogmi, ma uno spazio da presidiare con una presa di posizione esplicita delle forze politiche, sociali e della società civile che devono continuare a pretendere verità e giustizia.
Occorre, perciò, ripartire dai fatti, dalle “verità” storiche per poter avere un nuovo orizzonte, diverso, di rottura rispetto al passato. Solo in questo modo la Sicilia potrà aspirare a liberarsi da una condizione di subordinazione e di sfruttamento di stampo coloniale di quelle stesse forze, atlantiche, politico-affaristiche e degli apparati istituzionali, che hanno coadiuvato, se non guidato, le stragi e che ancora oggi, tramite l’invasiva presenza di infrastrutture e servitù NATO e militari condizionano, pesantemente, le dinamiche dell’Isola.
Solamente liberando la Sicilia dalle logiche e dagli interessi del riarmo, italiano ed europeo, della guerra e della subalternità culturale delle classi dirigenti siciliane agli interessi della borghesia mafiosa e al sovversivismo degli apparati, potremo fare veramente giustizia e guardare con fiducia al futuro della nostra terra.
Nicola Candido – Direzione Nazionale
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
