Il 27 settembre 2026, nella Chiesa del Carmine di Pavia si celebra la Pace con il dipinto “La Pace oltre la parola”

«La Pace non è un sogno: è l’opera incompiuta dell’umanità». Il Transrealismo, Papa Leone XIV, Robert Schuman e il destino dell’Europa nel grande ciclo esposto alla Chiesa del Carmine di Pavia.

Domenica 27 settembre alle ore 17:30, nella Chiesa di Santa Maria del Carmine di Pavia, sarà presentato al pubblico la nuova opera transrealista dal titolo: “La Pace oltre la parola” che Francesco Guadagnuolo dedica al viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Francia che riesce a trasformare l’evento ecclesiale in una meditazione più ampia sul destino dell’Europa, intrecciando memoria storica, coscienza civile e la grande questione contemporanea della Pace come opera incompiuta dell’umanità. Il percorso attraversa simbolicamente Strasburgo, Bruxelles, Metz, Lourdes, Parigi e Pavia, convertendo luoghi e figure in archetipi della coscienza europea.

Il dipinto in tecnica mista e collage, si colloca all’interno del nucleo concettuale dell’intera mostra. In quest’opera Papa Leone XIV appare tra Strasburgo, memoria delle ferite del continente, e Bruxelles, progetto politico della cooperazione. Attorno a lui si dispongono le dodici stelle dell’Unione Europea, la Terra, gli strumenti della guerra e gli oggetti della vita quotidiana: un teatro simbolico che interroga il nostro tempo e che, nella visione dell’artista, non si limita a rappresentare la realtà ma la attraversa. È il principio del Transrealismo, linguaggio che scava oltre la superficie degli eventi per rivelarne i livelli invisibili: memoria, coscienza, spiritualità, sofferenza, destino umano.

L’opera dell’artista testimonia la capacità di trasformare un evento destinato a segnare la vita ecclesiale, culturale e politica europea in una complessa experience visiva e spirituale.

Maestro Guadagnuolo, nel ciclo dedicato a Papa Leone XIV una delle opere più intense è certamente “La Pace oltre la parola”. Come nasce questo dipinto?
Nasce da una domanda che mi accompagna da molti anni. Tutti parlano di Pace. Le istituzioni parlano di Pace. Le religioni parlano di Pace. I governi parlano di Pace. Eppure continuiamo a vivere in un tempo attraversato da conflitti, guerre, tensioni geopolitiche e nuove forme di violenza. Mi sono chiesto se il problema non risieda proprio nel modo in cui pensiamo la Pace. Forse la consideriamo una condizione naturale, mentre è una costruzione difficile. Forse la immaginiamo come un punto d’arrivo, mentre è un processo permanente. Il dipinto nasce da questa inquietudine.

Il titolo è particolarmente suggestivo. Cosa significa “La Pace oltre la parola”?
Significa superare la retorica. Esistono parole che rischiano di essere consumate dall’abitudine. “Pace” è una di queste. La ripetiamo continuamente fino a credere di conoscerla. Io ho cercato di andare oltre il significato convenzionale. Nel quadro la Pace non appare come un simbolo rassicurante o come una semplice colomba. Appare come una domanda aperta. Una responsabilità. Una costruzione ancora incompiuta. Per questa ragione ho scelto il titolo “La Pace oltre la parola”.

 

Lei parla spesso di Transrealismo. In che modo quest’opera ne rappresenta l’essenza?
Direi che la rappresenta pienamente. Il Transrealismo non consiste nel dipingere la realtà così come appare. Consiste nell’attraversarla. La realtà visibile è soltanto il primo livello dell’esistenza. Dietro gli avvenimenti agiscono energie storiche, psicologiche, spirituali e simboliche che normalmente sfuggono sullo sguardo. Il compito dell’artista è renderle percepibili.
Nel dipinto troviamo elementi reali: Papa Leone XIV, il pianeta Terra, Strasburgo, Bruxelles, le stelle europee, gli strumenti della guerra e gli oggetti della vita quotidiana. Ma la loro relazione genera una dimensione ulteriore. Una realtà della coscienza. Una realtà che va oltre il dato materiale. È questa la dimensione transrealista.

Nell’opera compare Papa Leone XIV collocato tra Strasburgo e Bruxelles. Quale significato attribuisce a questa scelta?
Nel mio linguaggio nulla è puramente illustrativo. Strasburgo e Bruxelles non rappresentano semplicemente due città. Sono due archetipi della coscienza europea. Strasburgo rappresenta la memoria. Bruxelles rappresenta il progetto. Strasburgo custodisce il ricordo delle guerre, delle frontie re contese e delle ferite che hanno attraversato il continente. Bruxelles rappresenta invece il tentativo di trasformare quella memoria in cooperazione, diritto e costruzione politica. Fra questi due poli ho collocato Leone XIV. Non come figura di potere. Ma come coscienza morale dell’Europa. Come voce capace di interrogare il nostro tempo.

In che modo il dipinto La Pace oltre la parola si collega alle altre opere della mostra?
Direi che rappresenta il punto di convergenza dell’intero percorso espositivo. Ogni opera del ciclo affronta un aspetto particolare del viaggio di Papa Leone XIV e, allo stesso tempo, una diversa dimensione della coscienza europea. Il dipinto “Il Ponte dello Spirito: da Parigi a Metz” riflette sul rapporto tra memoria e futuro. Le opere dedicate a Notre-Dame, al Carmine di Pavia ed a Lourdes esplorano il tema della spiritualità e della speranza. La tavola dedicata a Robert Schuman e alla città di Metz affronta invece il tema della responsabilità politica e morale dell’Europa contemporanea. Tutti questi percorsi confluiscono in “La Pace oltre la parola”, in quest’opera le domande disseminate lungo l’intera mostra trovano uno spazio comune di riflessione. Per questo considero il dipinto non soltanto una delle opere del ciclo, ma la sua sintesi filosofica. Dal punto di vista curatoriale, esso può essere definito la chiave ermeneutica dell’intero ciclo transrealista dedicato a Papa Leone XIV, poiché raccoglie in una sola visione i tre grandi temi che attraversano l’intera esposizione: la Spiritualità, l’Europa e il Futuro della Pace. La Spiritualità è rappresentata dal volto di Leone XIV che assume il ruolo di coscienza morale capace di interrogare il nostro tempo. L’Europa emerge attraverso Strasburgo, Bruxelles, le dodici stelle dell’Unione Europea e il richiamo ideale a Robert Schuman, uno dei padri dell’integrazione europea, che sosteneva che l’Europa dovesse essere costruita attraverso realizzazioni concrete capaci di creare una solidarietà effettiva tra i popoli: un’unità superiore, capace di andare oltre la semplice somma delle singole nazioni. Il Futuro della Pace appare invece come la grande questione ancora aperta del XXI secolo. Non una Pace celebrata come conquista definitiva, ma una Pace da progettare, costruire e difendere.

Nel testo critico della mostra si legge una frase molto forte: “La Pace è la più grande infrastruttura incompiuta dell’umanità”. Cosa significa?
Viviamo nell’epoca delle grandi infrastrutture. Abbiamo costruito reti digitali globali, sistemi satellitari, tecnologie avanzatissime e persino nuove forme di intelligenza artificiale. Abbiamo sviluppato strumenti potentissimi di comunicazione e apparati militari di straordinaria complessità. Ma non abbiamo ancora costruito una vera infrastruttura globale della Pace. Non abbiamo ancora creato meccanismi efficaci capaci di prevenire i conflitti prima che esplodano. Per questo considero la Pace il più ambizioso progetto ancora incompiuto della civiltà umana.


La Spiritualità come architettura invisibile della Pace. Maestro Guadagnuolo, qual è il ruolo della spiritualità in “La Pace oltre la parola”?

La spiritualità costituisce l’asse invisibile dell’intera opera. Spesso si pensa alla Pace come ad una questione esclusivamente politica, diplomatica o militare. Certamente queste dimensioni sono indispensabili, ma non sufficienti. La vera Pace nasce prima ancora nelle profondità della coscienza umana. Per questa ragione ho collocato il volto di Papa Leone XIV nella parte superiore del dipinto. La sua presenza non va interpretata soltanto come rappresentazione dell’autorità religiosa della Chiesa. Nel linguaggio del Transrealismo, Leone XIV diventa il simbolo della coscienza spirituale chiamata a vigilare sulla storia. Il suo sguardo rivolto verso l’alto suggerisce che l’umanità non può costruire il proprio futuro guardando esclusivamente agli interessi immediati o alle convenienze del momento. Ha bisogno di una visione. Ha bisogno di un orizzonte etico. Ha bisogno di un principio superiore capace di orientare le scelte collettive.

 

Quindi la spiritualità assume una dimensione universale?
Esattamente. Nell’opera la spiritualità non coincide semplicemente con la religione. Diventa una categoria universale dell’esistenza. È la capacità dell’uomo di interrogarsi sul significato delle proprie azioni. È la capacità di riconoscere l’altro come persona. È la consapevolezza che il destino individuale è inseparabile dal destino collettivo. In assenza di questa dimensione interiore, anche le istituzioni più avanzate rischiano di perdere la loro anima. La
tecnologia può collegare continenti. L’economia può generare ricchezza. La politica può costruire organizzazioni. Ma soltanto una coscienza spirituale può trasformare la convivenza in fraternità.

A questo punto sembra necessario approfondire il linguaggio artistico che sostiene l’intera mostra. Che ruolo svolge il Transrealismo nella sua riflessione sulla Pace?
Il Transrealismo nasce dall’esigenza di andare oltre la superficie degli eventi. Viviamo immersi nell’informazione istantanea. Vediamo tutto e comprendiamo poco. Il Transrealismo tenta di restituire profondità allo sguardo. Non è una fuga dalla realtà. È un attraversamento della realtà. Ogni fatto storico custodisce livelli invisibili fatti di memoria, coscienza, sofferenza, spiritualità e destino umano. L’artista ha il compito di portare alla luce questi livelli nascosti.
In “La Pace oltre la parola” non m’interessava rappresentare semplicemente un Papa delle città o dei simboli politici. M’interessava mettere in relazione forze invisibili. Leone XIV diventa la coscienza morale. Strasburgo diventa la memoria. Bruxelles diventa il progetto. Le stelle europee diventano la promessa. La Terra diventa la casa comune. Gli strumenti della guerra e gli oggetti della vita quotidiana diventano il teatro permanente della scelta umana. Questa è la dimensione transrealista dell’opera: la realtà viene attraversata per raggiungere il suo significato più profondo. Robert Schuman e la coscienza dell’Europa.

Nell’opera è evidente il richiamo a Robert Schuman. Quale ruolo ha nella sua riflessione?
Credo che Robert Schuman sia una delle figure più profonde e meno comprese del Novecento europeo. Oggi viene ricordato come uno dei padri fondatori dell’Europa, ma la sua grandezza va ben oltre la dimensione politica. Schuman comprese che la Pace non poteva essere affidata soltanto ai buoni sentimenti. Doveva diventare una costruzione storica. Quando il 9 maggio 1950 propose di mettere in comune la produzione del carbone e dell’acciaio tra Francia e Germania, non stava compiendo semplicemente un atto economico. Stava cercando di creare una solidarietà concreta capace di rendere la guerra non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile, ponendo la prima pietra di una vera coscienza comune europea. Quell’intuizione continua ancora oggi ad interrogare la nostra epoca.

 

In che senso questa visione dialoga con il suo dipinto?
In modo diretto. Schuman capì che la Pace non può vivere soltanto nelle dichiarazioni di principio. Deve incarnarsi nelle strutture della società. Nel mio dipinto ho cercato di trasportare questa intuizione nel XXI secolo. Lui si trovò davanti alle macerie della Seconda guerra mondiale. Noi ci troviamo davanti a nuove complessità globali: crisi geopolitiche, rivoluzioni tecnologiche, migrazioni, disuguaglianze e intelligenza artificiale.

 

La domanda, però, resta identica: come possiamo costruire una civiltà che renda il conflitto sempre meno necessario? Lei sembra vedere in Schuman non soltanto uno statista ma quasi una figura spirituale.

Esattamente. La sua grandezza consiste nell’aver dimostrato che fede, etica e politica possono dialogare senza confondersi. La sua visione dell’Europa nasceva da una concezione della persona umana, della fraternità e della riconciliazione. Per questo la figura di Leone XIV e quella di Schuman dialogano naturalmente nella mostra. Entrambi appartengono a linguaggi differenti, ma convergono nello stesso orizzonte morale. Entrambi ricordano che la Pace non nasce dall’equilibrio della paura. Nasce dalla crescita della coscienza umana.

 

Possiamo dire che Metz diventa il luogo simbolico dell'incontro tra queste due coscienze?
Assolutamente. Metz non è soltanto una città. È una frontiera storica. Un’apertura culturale. Un luogo dove l’Europa ha sperimentato conflitto e riconciliazione. Quando il viaggio di Leone XIV giunge idealmente a Metz e incontra la memoria di Schuman, accade qualcosa che supera la cronaca. La spiritualità incontra la storia. La coscienza incontra la politica. La memoria incontra il futuro.

Ed emerge la domanda più importante dell’intera mostra: l’Europa è ancora capace di essere una civiltà della riconciliazione?
Il futuro dell’Europa tra memoria e coscienza. Maestro Guadagnuolo, l’intera mostra sembra attraversata da una domanda sul destino dell’Europa. Quale futuro immagina per il continente europeo?
Credo che l’Europa stia vivendo uno dei passaggi più delicati della sua storia moderna. Per molti decenni abbiamo pensato che la Pace, il benessere e la cooperazione fossero ormai acquisizioni definitive. Oggi comprendiamo che nulla è garantito per sempre. Le guerre sono tornate alle frontiere del continente. Le tensioni geopolitiche stanno ridisegnando equilibri che sembravano consolidati. Le trasformazioni tecnologiche stanno modificando il concetto stesso di lavoro, conoscenza e identità umana. Le nuove generazioni vivono spesso una profonda incertezza esistenziale. In questo scenario l’Europa è chiamata ad una scelta fondamentale: può limitarsi ad essere uno spazio economico ed amministrativo, oppure può tornare ad essere una civiltà.

Cosa intende quando parla di Europa come civiltà?
Intendo una comunità capace di riconoscere le proprie radici e, allo stesso tempo, di immaginare il proprio futuro. Una civiltà non vive soltanto attraverso le istituzioni. Vive attraverso la cultura, l’educazione, la memoria, la spiritualità e la capacità di generare senso. L’Europa ha donato al mondo il pensiero filosofico, le grandi cattedrali, il diritto, le università, la scienza moderna, la musica, la letteratura e l’idea stessa della dignità della persona. La sfida del XXI secolo consiste nel non disperdere questo patrimonio.

 

Qual è oggi il pericolo maggiore?
A mio avviso il rischio più grande non è soltanto quello economico o militare. È il progressivo impoverimento della coscienza. Viviamo nell’epoca dell’informazione globale, eppure cresce la difficoltà di distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo. Disponiamo di tecnologie straordinarie, ma rischiamo di perdere la profondità dello sguardo. Per questa ragione considero particolarmente importante il rapporto tra cultura, arte e spiritualità: sono gli strumenti che permettono all’uomo di non smarrire se stesso.

 

E quale ruolo può avere la Pace in questo futuro?
Credo che la Pace sarà il vero criterio attraverso cui verrà giudicata la nostra civiltà. Il XXI secolo possiede possibilità immense: l’intelligenza artificiale, le nuove tecnologie, le reti globali della conoscenza. Ma queste conquiste non avranno alcun significato se non saranno accompagnate da una pari crescita della coscienza etica. Ecco perché continuo a ripetere che la Pace è la più grande infrastruttura incompiuta dell’umanità. Essa richiede immaginazione politica, responsabilità sociale, educazione, solidarietà e soprattutto una nuova idea di uomo.

 

Possiamo dire che questa sia anche la visione finale della mostra?
Sì. In fondo il viaggio di Papa Leone XIV, la memoria di Robert Schuman, le Cattedrali francesi, Lourdes, il Carmine di Pavia e tutte le opere del ciclo convergono verso una stessa domanda: non quale Europa abbiamo ereditato, ma quale Europa vogliamo costruire. L’Europa del futuro non nascerà soltanto dai trattati o dalle decisioni economiche. Nascerà dalla qualità della coscienza dei suoi cittadini. Se saprà unire memoria e innovazione, spiritualità e scienza, identità e dialogo, allora continuerà ad essere una delle grandi speranze della civiltà umana. Altrimenti rischierà di smarrire proprio ciò che l’ha resa unica nella storia. Per questo motivo la mostra non guarda al passato con nostalgia: guarda al futuro con responsabilità, ed invita ogni visitatore a comprendere che l’Europa non è un progetto concluso. È un’opera ancora in costruzione.

 

Quale funzione può avere l’arte in un passaggio storico così complesso?
L’arte non sostituisce la politica. Non sostituisce le istituzioni. Non sostituisce la diplomazia. Può però compiere qualcosa di essenziale: può rendere visibile ciò che spesso rimane invisibile. Può dare forma alle domande. Può restituire profondità alla coscienza collettiva. In questo senso considero l’artista una sentinella dello spirito.

Qual è il messaggio che desidera lasciare ai visitatori della Chiesa del Carmine?
Vorrei che uscissero dalla mostra con una consapevolezza nuova. La Pace non è un’eredità garantita. La Pace non è un bene acquisito per sempre. La Pace deve essere costruita ogni giorno, così come costruiamo ponti, città, scuole, reti digitali e tecnologie. Se il XXI secolo saprà comprendere questa necessità, forse le future generazioni erediteranno un mondo più giusto, altrimenti continueremo a pronunciare la parola “Pace” senza averne ancora compreso la responsabilità. E forse è proprio questo che lo sguardo di Leone XIV rivolto verso l’alto suggerisce al visitatore: la Pace non rappresenta soltanto ciò che manca al nostro tempo. Rappresenta ciò che il nostro tempo non ha ancora imparato ad edificare.

L’intervista a Francesco Guadagnuolo rivela come “La Pace oltre la parola” non sia semplicemente una delle opere del ciclo dedicato a Papa Leone XIV, ma il suo nucleo generativo, il luogo in cui convergono filosofia, spiritualità, arte e riflessione geopolitica. Nella visione transrealista dell’artista, il futuro dell’Europa non appare come una questione esclusivamente politica o economica, ma come una sfida eminentemente culturale, spirituale e umana. Il viaggio apostolico e la memoria di Robert Schuman diventano così due grandi metafore della coscienza europea: la prima orientata verso la dimensione interiore dell’uomo, la seconda verso la costruzione storica della Pace e della solidarietà tra i popoli. Le idee fondative di Schuman, espresse nella dichiarazione del 9 maggio 1950, si basavano proprio sulla creazione di realizzazioni concrete come condizione
di una Pace duratura. Superando la cronaca dell’evento, il ciclo pittorico si trasforma in una meditazione sul destino della civiltà. Le figure di Papa Leone XIV e di Robert Schuman emergono come due grandi coscienze della storia: l’una radicata nella dimensione spirituale, l’altra nella costruzione politica della Pace. Entrambe ricordano che nessun futuro può essere edificato senza una profonda responsabilità morale, capace di dare un’anima nuova al cammino dei popoli. In questa prospettiva, la mostra presso la Chiesa di Santa Maria del Carmine di Pavia propone un vero e proprio pellegrinaggio della coscienza. Le Cattedrali, i ponti, Lourdes, Metz, Strasburgo, Bruxelles e la memoria europea si convertono in simboli di una ricerca più ampia: quella di un nuovo umanesimo capace di restituire significato alla storia. La grande lezione del Transrealismo di Francesco Guadagnuolo consiste proprio in questo: non limitarsi a rappresentare il mondo o le sue crisi presenti, ma attraversare la realtà per renderne visibili le energie profonde. E tra queste energie, la più urgente e necessaria rimane ancora oggi la Pace. Non come parola. Non come utopia o equilibrio della paura. Ma come la più alta opera collettiva che l’umanità sia chiamata a edificare, ricordandoci che il futuro del nostro continente non dipenderà soltanto dalla forza delle sue istituzioni, ma dalla capacità degli uomini di coltivare una coscienza all’altezza della propria storia.