Il Vangelo secondo Andrea Filloramo: una società che perde la pace nelle piccole relazioni difficilmente potrà costruirla nei grandi scenari del mondo

di Andrea Filloramo 

«La pace non è più né una prospettiva né una speranza». È una frase che esprime il sentimento di un tempo segnato da guerre, tensioni e divisioni sempre più profonde. Una frase amara, che sembra descrivere un mondo nel quale il dialogo arretra e la forza torna a essere considerata lo strumento principale per risolvere i contrasti. 

Ma la crisi della pace non nasce soltanto sui campi di battaglia. Le guerre tra gli Stati rappresentano il punto più drammatico e visibile di una difficoltà più ampia: quella di costruire relazioni fondate sull’ascolto, sul rispetto e sulla capacità di riconoscere l’altro anche quando è diverso da noi. La pace, infatti, prima ancora di essere un accordo politico o un trattato internazionale, è una cultura, un modo di vivere insieme. 

Quando questa cultura si indebolisce nella società, anche le istituzioni e la politica ne risentono. Il conflitto, inteso non come confronto di idee ma come contrapposizione permanente, sembra diventare il linguaggio dominante. Il dissenso viene spesso interpretato come ostilità, l’avversario come un nemico, il compromesso come una debolezza. Eppure una democrazia vive proprio della capacità di confrontare opinioni diverse senza trasformare le differenze in divisioni insanabili. 

Questo clima si riflette anche nelle famiglie, che rappresentano il primo luogo in cui si impara il significato della pace. È tra le mura domestiche che bambini e ragazzi apprendono il valore dell’ascolto, della pazienza, del rispetto reciproco e della capacità di affrontare i conflitti senza ricorrere alla prevaricazione. Quando invece prevalgono aggressività, incomunicabilità e chiusura, si indebolisce quel primo spazio educativo nel quale si formano i cittadini di domani. 

La stessa responsabilità riguarda la scuola e tutte le istituzioni educative. Educare alla pace non significa crescere giovani incapaci di affrontare la complessità del mondo, ma fornire loro gli strumenti per comprenderla e per gestire le differenze attraverso il dialogo. Una società che non insegna il confronto rischia di lasciare spazio alla rabbia, alla semplificazione e all’intolleranza. 

Anche la politica ha un ruolo fondamentale. Il confronto tra partiti e idee diverse è la base della democrazia, ma quando la competizione si trasforma in delegittimazione dell’avversario, il confronto democratico si impoverisce. Le istituzioni dovrebbero essere il luogo in cui le differenze trovano una sintesi nell’interesse collettivo, non un’arena in cui prevale lo scontro continuo. Il modo in cui i rappresentanti pubblici comunicano e si confrontano costituisce un esempio potente, soprattutto per le nuove generazioni. 

In questo contesto interno si inserisce la crisi internazionale. Il ritorno della guerra come strumento politico, la crescita delle tensioni tra gli Stati e la corsa agli armamenti mostrano una difficoltà crescente nel trovare soluzioni attraverso la diplomazia. La pace tra i popoli non può essere separata dalla capacità degli individui e delle società di praticare quotidianamente il rispetto e la cooperazione. 

Le conseguenze di questo clima ricadono soprattutto sui giovani. Ragazzi e adolescenti stanno crescendo in un mondo nel quale la guerra non appartiene soltanto ai libri di storia, ma entra nelle loro case attraverso immagini, video e notizie diffuse continuamente dai media e dai social network. Vedono città distrutte, persone costrette a fuggire, sofferenze che spesso faticano a comprendere ed elaborare. 

Questo può generare paura, senso di precarietà e sfiducia nel futuro. Il rischio più grande è che una nuova generazione arrivi a considerare la guerra come una condizione normale dell’umanità e la pace come un ideale irraggiungibile. Ancora più grave sarebbe perdere la capacità di provare partecipazione e solidarietà di fronte alla sofferenza degli altri. 

Proprio per questo la responsabilità degli adulti diventa decisiva. Famiglie, scuola, istituzioni, politica e società civile devono tornare a considerare la pace non come un concetto astratto, ma come un comportamento quotidiano. La pace si costruisce quando si impara ad ascoltare prima di giudicare, a discutere senza aggredire, a cercare soluzioni comuni invece di alimentare divisioni. 

Non bisogna confondere il realismo con la rassegnazione. La storia dimostra che anche i conflitti più difficili possono trovare una conclusione quando prevalgono la volontà politica, il dialogo e la ricerca di un equilibrio possibile. La pace non è assenza di problemi: è la capacità di affrontarli senza distruggere ciò che ci unisce. 

Forse oggi la pace sembra lontana, fragile e incerta. Ma proprio per questo deve tornare a essere una scelta consapevole. Non può essere affidata soltanto ai governi o alle organizzazioni internazionali: deve nascere dai comportamenti quotidiani, dalle famiglie, dalle scuole, dalle istituzioni e dal modo in cui ciascuno di noi affronta il rapporto con gli altri. 

Perché una società che perde la pace nelle piccole relazioni difficilmente potrà costruirla nei grandi scenari del mondo. La pace internazionale comincia dalla pace interiore delle persone, dalla qualità dei rapporti umani e dalla capacità di riconoscere nell’altro, nel diverso, nello straniero, non una minaccia, ma una parte della stessa comunità.