Chi lavora a orario ridotto non per scelta ma perché non è riuscito a trovare un impiego a tempo pieno può essere definito una vittima di part time involontario. Nel nostro Paese questo fenomeno ha raggiunto dimensioni che non hanno eguali in Europa. La Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat ci dice che il 54,8% dei lavoratori a tempo parziale nella fascia 15-64 anni si trova in questo regime orario non per una libera volontà. Gli omologhi europei sono invece il 18,3%. Trentasei punti percentuali che mettono l’Italia al primo posto dell’Eurozona per questa forma di sotto-occupazione.
L’Italia prima in Europa: i dati Istat
Il vero paradosso di fondo è che la quota complessiva di lavoro a tempo parziale in Italia, pari al 17,6% degli occupati nel 2023, è allineata alla media Ue. Quindi non è il part time in sé a distinguere l’Italia dal resto d’Europa, ma la sua qualità: la stragrande maggioranza di lavoratori part time non ha fatto questa scelta per la necessità di conciliare lavoro e vita privata, ma è stato il mercato del lavoro a imporglielo. L’analisi comparata, su 22 paesi europei per il periodo 2016-2023 pubblicata di recente dall’Eurispes ha mostrato come l’Italia, pur vantando un Pil da economia avanzata, e pur con indicatori dell’occupazione allineati alle aree periferiche dell’Unione, presenti la percentuale più alta di part time involontario e una preoccupante contrazione del reddito mediano reale.
Quanti sono i lavoratori in part time involontario in Italia: i numeri del fenomeno
I dati sono spietati. Il part time coinvolge in Italia circa 4,2 milioni di lavoratori. Di questi, più della metà si trova in condizione di involontarietà. Il Rapporto del Forum Disuguaglianze e Diversità del 2024 ha documentato come il ricorso al tempo parziale da parte delle imprese persegua quasi esclusivamente l’obiettivo del contenimento del costo del lavoro, piuttosto che esigenze di flessibilità concordata con i dipendenti. Quindi il part time in Italia non è una scelta. In aggiunta, quando la condizione di part time si lega a un contratto a tempo determinato, le conseguenze sul reddito sono pesanti. Secondo dati Inps elaborati dalla Cgil, il salario lordo annuale medio si attesta intorno ai 6.267 euro, una cifra molto lontana dall’autonomia economica.
Il salario lordo annuale medio in Italia si attesta intorno ai 6.267 euro, una cifra molto lontana dall’autonomia economica
Il trend degli ultimi anni mostra un miglioramento. Nel 2019 la quota di occupati in part time involontario sul totale degli occupati era pari al 12,1%; nel 2023 è scesa al 9,6%, quindi un calo costante da quattro anni consecutivi. Tuttavia, parte di questa riduzione è imputabile alla contrazione complessiva del lavoro a tempo parziale e non a una transizione verso contratti a tempo pieno per i lavoratori già intrappolati nell’orario ridotto.
Chi subisce di più: donne, giovani e lavoratori del Sud
Come spesso accade, la distribuzione del fenomeno non è omogenea. Il primo àmbito di disuguaglianza è quello di genere. Tra le donne occupate, il 15,6% lavora a tempo parziale suo malgrado, contro il 5,1% degli uomini. Il dato sale ulteriormente per le lavoratrici straniere, dove la quota supera il 26%. Quattro donne su dieci che svolgono professioni non qualificate si trovano in questa condizione. L’Eurispes ha segnalato in più occasioni, anche nel quadro del Rapporto 2023 sulla precarietà sociale elaborato in collaborazione con la rete europea SUPI, come la precarietà lavorativa si concentri sulle componenti più deboli del mercato del lavoro, con effetti a cascata sul sistema previdenziale e sulla coesione sociale.
Tra gli occupati nella fascia 15-24 anni, la quota di part time involontario raggiunge il 18,3%, la più elevata tra tutte le classi d’età monitorate dall’Istat
Il secondo ambito coinvolto è quello generazionale. Tra gli occupati nella fascia 15-24 anni, la quota di part time involontario raggiunge il 18,3%, la più elevata tra tutte le classi d’età monitorate dall’Istat. Per i giovani, il part time “non scelto” non costituisce una fase di transizione ma una condizione che si prolunga e che appiattisce il reddito, spostando in avanti nel tempo il raggiungimento dei pieni diritti previdenziali. C’è poi la variabile, anzi la costante, territoriale del Mezzogiorno. Al Sud poco meno di nove uomini su dieci, occupati a tempo parziale, non hanno scelto questa condizione, contro circa uno su due al Nord. Per le donne il divario territoriale è meno accentuato, ma più si scende verso il Sud, più il part time perde il carattere di scelta.
La situazione in Europa: confronto tra paesi e anomalia italiana
L’anomalia italiana esce negativamente rafforzata dal confronto con gli altri grandi paesi europei. Nei Paesi Bassi, che detengono la quota più alta di lavoratori a tempo parziale nell’intera Ue, ovvero il 38,6% degli occupati, il part time involontario è inferiore all’8,3% del totale. In Austria e Germania, dove la quota di part time è rispettivamente del 30,7% e del 28,9%, l’incidenza della mancata possibilità di scelta è contenuta e si colloca al di sotto del 15%. Si tratta di contesti in cui il lavoro a orario ridotto è fortemente collegato alla cultura della conciliazione tra vita lavorativa e familiare ed è anche sostenuto da un forte sistema di welfare.
In Grecia la quota di part time involontario supera il 70% del totale dei part time, a Cipro il 67,4%, in Spagna oltre il 54%, l’Italia si inserisce in questa fascia con il 54,8%
All’estremo opposto si collocano i paesi dell’Europa meridionale. In Grecia la quota di part time involontario supera il 70% del totale dei part time; a Cipro il 67,4%; in Spagna oltre il 54%. L’Italia si inserisce in questa fascia con il 54,8% nel 2023. La Francia, pur presentando un mercato del lavoro strutturalmente diverso, registra anch’essa un valore elevato, intorno al 37-43% a seconda delle rilevazioni. Il Mediterraneo si conferma l’area nella quale i sistemi produttivi, già a medio-basso valore aggiunto, concentrano sistemi di contrattazione più frammentati e una minore disponibilità di ammortizzatori sociali.
Il ruolo delle imprese: quali settori ricorrono di più al part time involontario
I servizi alle famiglie sono i settori con la più alta concentrazione di part time involontario, con una quota del 41,1%, seguiti dall’industria alberghiera e dalla ristorazione. Sono comparti caratterizzati da una forte variabilità dei flussi di clientela, forti pressioni al ribasso sui costi del personale e bassa presenza del sindacato. La Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat conferma che il part time involontario è più frequente tra chi ha un contratto a tempo determinato (23% del totale) rispetto a chi ha un contratto a tempo indeterminato (9%). Secondo la ricerca di Luisi, Pintaldi e Luppi pubblicata su Etica ed Economia nel 2024, il 12% delle imprese italiane utilizza il part time in modo strutturale, come strumento ordinario di organizzazione del lavoro. Le testimonianze raccolte nello studio confermano un dato preoccupante e ricorrente: una volta entrati in un regime di part time involontario, i lavoratori incontrano grosse difficoltà per uscirne, per effetto della frammentazione degli orari, dell’imprevedibilità dei turni e della difficoltà di cercare impieghi aggiuntivi compatibili.
Effetti sul sistema previdenziale italiano
Non è solo il reddito corrente ad attuale a subire le conseguenze del part time involontario. Il sistema previdenziale italiano è strutturato in modo che coloro i quali accumulano periodi lavorativi discontinui e basso reddito ne risultino penalizzati. Un lavoratore che lavora per lunghi periodi in regime di part time involontario matura contributi ridotti, con effetti che si rifletteranno sull’importo della pensione futura. La combinazione tra part time, contratto a termine e bassa retribuzione oraria genera salari annui insufficienti per garantire un’esistenza dignitosa. La precarietà diventa non più una condizione transitoria di singoli individui, ma una caratteristica strutturale, e i suoi effetti si estendono dalla sfera economica a quella sociale e demografica.
Welfare, contratti collettivi e politiche attive: come ridurre il part time involontario
Il part time involontario segnala tante criticità nello stesso tempo. Anzitutto una debolezza della domanda di lavoro a tempo pieno; evidenzia inoltre una struttura produttiva orientata verso settori a basso o scarsamente qualificato capitale umano; e da ultimo un sistema di welfare insufficiente a sostenere la conciliazione famiglia-lavoro. Le politiche necessarie per affrontarlo non possono tradursi in incentivi occupazionali di breve periodo. Sembra necessario un ripensamento delle regole sull’orario di lavoro, un rafforzamento dei contratti collettivi nei settori più esposti, investimenti nei servizi di cura che consentano alle donne di scegliere realmente il proprio regime orario, e strumenti di sostegno al reddito per i periodi di sospensione dell’attività nei contratti part time ciclici. Finché il part time in Italia rimarrà prevalentemente una costrizione anziché una scelta, sia l’aumento della produttività che l’innalzamento dei redditi resteranno dei buoni propositi. E anche la coesione sociale rimarrà irrisolta. La questione riguarda la rivisitazione del modello occupazionale piuttosto che i milioni di lavoratori direttamente coinvolti, che, ad oggi, sembrano soltanto le vittime del sistema.
