di Roberto Malini
La vittoria del No al referendum costituzionale è stata, senza dubbio, anche un voto politico. Ma ridurla a questo significherebbe non coglierne la natura più profonda. È stato, prima di tutto, un voto di mobilitazione popolare. Un movimento diffuso, spesso spontaneo, che ha trovato nei giovani e nelle grandi città il suo motore più visibile.
Non è un caso che proprio tra gli under 34 il No abbia superato il 60%, mentre il consenso al Sì si è concentrato nelle fasce più anziane e nei centri più piccoli. È una geografia che racconta qualcosa di più di una semplice scelta elettorale. Racconta una partecipazione. In questo senso, il risultato richiama alla memoria la nascita del movimento delle Sardine. Anche allora si cercò di ricondurre tutto a una logica di schieramento, di etichetta politica. Ma ciò che rendeva quel movimento diverso era proprio la sua natura, perché si trattava di una vera e propria mobilitazione dal basso, non orchestrata da partiti o media, ma alimentata da cittadini. Qualcosa di simile è accaduto oggi.

Attraverso i social si è formata una rete di attivisti — spesso giovani, spesso con competenze giuridiche — che ha lavorato per spiegare, approfondire, contrastare la disinformazione. Un lavoro silenzioso, capillare, che ha inciso più di molte campagne ufficiali. Per questo sarebbe un errore, oltre che una forma di arroganza, attribuire il risultato principalmente alla presenza dei partiti. Se c’è stata una forza decisiva, è stata quella di una cittadinanza attiva che ha scelto di informarsi, di partecipare, di non delegare. Ora si apre una fase nuova. Ma la lezione è già chiara: quando la società si muove, la politica deve ascoltare. Non il contrario.
