I depositi di petrolio negli stati del Golfo sono in fiamme. Le navi da guerra sono sotto attacco di droni e sottomarini. I missili sorvolano i confini. Gli italiani e gli occidentali stanno fuggendo dal Medio Oriente, o ci stanno provando. Luoghi di cui prima parlavamo come vacanza e sole – Dubai, Cipro, Turchia – sono ora oggetto di discussioni in termini di attacchi con droni. Nel frattempo, in Italia e soprattutto in Europa e Usa, c’è l’allerta terrorismo: cellule specifiche e lupi solitari potrebbero dar credito alla fatwa dei religiosi per vendicare la morte del leader iraniano supremo, l’ayatollah Ali Khamenei.
L’economia globale è nel caos: rotte marittime determinanti per il trasporto di petrolio e gas rischiano interruzioni. Gli analisti militari avvertono di come una guerra regionale potrebbe trasformarsi in un conflitto tra grandi potenze. Una terza guerra mondiale è alle porte o – più agghiacciante – forse è appena iniziata.
E’ inquietante che non ci sia una singola crisi (la guerra con l’Iran), ma che molteplici crisi in tutto il mondo si stiano intensificando simultaneamente, ciascuna in grado di trascinare le altre. Con leader politici il cui istinto sembra favorire intensificazione piuttosto che moderazione.
Donald Trump svolge il proprio compito con il consueto mix di impulsività e imprevedibilità. Accusato ancora una volta di agire in modo sconsiderato e unilaterale, sembra aver iniziato una guerra senza un obiettivo specifico o un’idea di cosa significhi il successo.
Era già grave quando Trump iniettava incertezze nell’alleanza occidentale. La sua retorica disinvolta sulla Nato, merce di scambio transnazionale senza considerazione per le conseguenze, ha lasciato le nazioni europee profondamente vulnerabili. A questo si aggiunga l’atteggiamento aggressivo del feed dei social media della Casa Bianca, che nei giorni scorsi ha pubblicato una clip che alterna film americani di successo come “Top Gun” con filmati reali di depositi e navi da guerra iraniane distrutte.
Accanto a Trump c’è Benjamin Netanyahu, la cui risposta alle minacce regionali ha assunto sempre più la forma di un’azione militare aggressiva e preventiva. Mentre i critici affermano che che gli Usa si stessero comportando come il cagnolino di Israele… a questa narrazione Netanyahu ha detto che Trump “fa ciò che ritiene giusto per gli Usa” ed ha intensificato gli attacchi all’Iran. Con aumento della sensazione di confusione della vicenda e scarsa lungimiranza strategica.
Si è creata l’impressione di un mondo che diventa instabile e che, da un momento all’altro, potrebbe cambiare le nostre vite.
Il parallelo storico è quello dell’Europa nell’estate del 1914. Prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, il sistema internazionale appariva stabile. Le grandi potenze erano alleate e avrebbero dovuto preservare la pace: la Gran Bretagna si alleava con Francia e Russia, la Germania con l’Austria-Ungheria, e complessi accordi diplomatici collegavano le capitali di tutto il continente. Ma c’era un fragile reticolo di rivalità, ambizioni nazionaliste e piani militari. Quando finalmente scoccò la scintilla – l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo – il sistema di alleanze non impedì la guerra. Anzi, contribuì a diffonderla. L’Austria si mosse contro la Serbia. La Russia si mobilitò per difendere la Serbia. La Germania appoggiò l’Austria ed era pronta ad attaccare Russia e Francia. La Gran Bretagna entrò nel conflitto dopo che la Germania invase il Belgio. Nel giro di poche settimane, quella che era iniziata come una crisi regionale si trasformò in una catastrofe globale.
E’ difficile ignorare, coi fatti odierni, questo parallelo storico. La Russia è intrappolata nella brutale guerra contro l’Ucraina. La Cina esercita crescenti pressioni su Taiwan. Israele si confronta con l’Iran e le forze sostenute dall’Iran in tutto il Medio Oriente. India e Pakistan, dotati entrambi di armi nucleari e con una lunga storia di conflitti, rimangono rivali.
Anche se ognuno di questi conflitti ha proprie dinamiche, ci sono rivalità, alleanze e calcoli strategici che vanno oltre il locale/regionale. Suggerendo che altri potrebbero fare come loro.
Colpisce la simultaneità dei fatti. L’invasione russa in Ucraina è diventata logorante è non dà segni di risoluzione. I governi occidentali continuano ad armare Kiev mentre Mosca intensifica gli attacchi contro le infrastrutture ucraine. In Medio Oriente, l’Iran ha dimostrato di avere una notevole potenza in missili e droni.
Nel frattempo, in Asia, le mire annessionistiche della Cina su Taiwan sono tra i focolai più pericolosi del pianeta, mentre gli Usa sono impegnati nella difesa dell’isola. Aggiungendo la rivalità nucleare tra India e Pakistan e le periodiche crisi nella penisola coreana, la mappa globale appare più infiammabile.
Ciò che rende tutto questo disorientante, soprattutto per italiani ed europei, è che la guerra non è più lontana: alcuni dei luoghi oggi zone di guerra sono quelli che fino a poche settimane fa erano considerati paradisi per le vacanze.
Sensazione di instabilità che si accentua per l’evoluzione degli armamenti. Nel XX secolo la potenza militare era di armi enormi e costose: portaerei, carri armati, bombardieri e sottomarini. Oggi le armi sono più piccole ed economiche. I droni in particolare. Piccoli velivoli del costo di qualche centinaio di euro che – in Ucraina – distruggono blindati che valgono milioni, e quelli marittimi che distruggono le navi russe nel Mar Nero. Mentre quelli iraniani hanno colpito le strutture Usa e dei suoi alleati in tutto il Medio Oriente. Un campo di battaglia meno prevedibile e più caotico. Di fronte al quali la nostra impreparazione è sconcertante.
Anche la tecnologia missilistica si è molto diffusa. Russia, Iran, Cina e Corea del Nord hanno missili in grado di colpire obiettivi anche a migliaia di chilometri di distanza: missili balistici velocissimi via aria e missili da crociera che volano bassi sfuggendo ai radar, fino alle armi ipersoniche con velocità straordinarie e manovre imprevedibili.
L’effetto generale è preoccupante. Colpire obiettivi distanti con una forza devastante non è più appannaggio di un piccolo numero di superpotenze. E la difesa è spesso più difficile dell’attacco. La difesa non offre una protezione perfetta. L’Iron Dome israeliano ha raggiunto tassi di intercettazione impressionanti contro i razzi a corto raggio, eppure nemmeno lui riesce a fermare tutto. I sistemi missilistici Patriot utilizzati dai Paesi NATO sono altamente efficienti, ma estremamente costosi e in numero limitato.
Le armi ipersoniche riducono ulteriormente il tempo per reagire. Se un missile si stesse dirigendo verso una città europea, non ci sarebbe molto da fare se non osservare sperando che i sistemi difensivi funzionino. E’ come il recente film “A House of Dynamite” , dove ogni difesa Usa è inefficace verso un missile nucleare in arrivo.
Una situazione che ci porta a non sottovalutare, per esempio, quando il generale Richard Shirreff, ex vice comandante britannico alleato della Nato, sostiene che i Paesi occidentali rischiano di sottovalutare che il confronto tra Russia e Occidente degeneri in qualcosa di molto più ampio: le crisi tendono a degenerare per errori di calcolo, incidenti o imprudenza politica. E noi non siamo preparati a situazioni del genere.
La storia va osservata. Nel 1914, i leader europei, credendo di gestire una crisi regionale, si ritrovarono nel giro di poche settimane nella guerra più mortale che l’umanità avesse mai visto. Nel 1962, a causa di incomprensioni e strategie di rischio calcolato, la crisi missilistica cubana portò Usa e Unione Sovietica sull’orlo di una guerra nucleare.
L’attuale panorama geopolitico comprende molti più attori, armamenti più avanzati e un’informazione più rapida rispetto alle crisi precedenti. Questo contribuisce alla sensazione che il sistema globale sia più fragile.
L’elemento più preoccupante è che solo in una settimana l’atmosfera è cambiata. Il mondo sembra più infiammabile. La sensazione che “tutto possa succedere” non è più materia di briefing militari o cablogrammi diplomatici. È entrato nell’immaginario collettivo.
